28 Ottobre 2026
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L’inchiesta Ginestra, la mappa della ‘ndrangheta tra Rossano e Sibari: dal delitto Morello ai click day. Ruoli e accuse

Il gip di Catanzaro descrive due cosche con confini rispettati come quelli di un catasto. Al vertice c'è un boss che non tocca il telefono. Nelle carte compaiono un omicidio pianificato una settimana prima, un regolamento di conti datato 2001, un affare costruito sul decreto flussi

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Il 9 agosto 2023 Carmine Morello (la vittima: per l’accusa affiliato della cosca rossanese, già condannato per associazione mafiosa nel processo “Stop”) esce per un appuntamento e lascia a casa il cellulare, come si fa quando si incontrano gli “amici”. Il giorno prima ha festeggiato in montagna il compleanno di Augusto De Simone (45 anni, per l’accusa custode della cassa comune della cosca, in carcere), e non ha motivo di diffidare di chi lo aspetta. Lo trovano in un boschetto di eucalipti in contrada Strange, tra le colline di Rossano e il confine con Crosia, ucciso da tre colpi di pistola alla testa. Secondo il gip di Catanzaro Fabiana Giacchetti, a sparare sono Annibale Matalone (60 anni, di Scala Coeli, per l’accusa partecipe della cosca rossanese, in carcere) e Umberto Graziano (indagato, morto nell’agosto 2024). Il movente sarebbe la paura: Morello voleva allontanarsi dal clan per occuparsi dei figli, e chi gli stava intorno temeva che, una volta arrestato, avrebbe parlato.

Nella ricostruzione dell’ordinanza l’omicidio viene preparato senza fretta. I due recuperano l’arma una settimana prima e il 3 agosto provano il percorso in auto. Il giorno dell’agguato Graziano manda un suo dipendente a lavorare lontano dal cantiere e ne usa l’auto, che non conduce a nessuno dei due e che nessuno sorveglia. Qualche tempo dopo una telecamera riprende Matalone mentre mima a un conoscente uno sparo dietro l’orecchio e la testa che scatta all’indietro. Il giudice sottolinea che quel particolare dell’esecuzione non era mai uscito sui giornali. Riconosce la premeditazione e l’aggravante mafiosa, ma esclude i motivi abietti.

Come nasce Ginestra

Il delitto Morello è il capitolo più cruento di un’inchiesta cominciata molto prima. All’origine ci sono le parole di Nicola Acri, detto “occhi di ghiaccio” (47 anni, ex capo della ‘ndrina di Rossano, collaboratore di giustizia, indagato in questo procedimento per l’omicidio Cimino senza richiesta di misura). Figlio di un maresciallo dei carabinieri, e quindi per le regole della ‘ndrangheta inadatto all’onorata società, a vent’anni ottiene comunque la guida della ‘ndrina rossanese. In carcere dal 2010, dal maggio 2021 collabora con la giustizia. Con lui parlano Ciro Nigro (collaboratore di giustizia, ergastolano, ex uomo di punta dei coriglianesi), che aveva bussato alla porta dei magistrati già nel 2015 e conferma la sua scelta nel giugno 2021, e Gaetano Aloe (collaboratore di giustizia dal marzo 2023, ex affiliato alla locale di Cirò e figlio di uno dei suoi fondatori). I carabinieri passano anni a verificare quello che i tre raccontano. Le informative del Ros, del Nucleo investigativo di Cosenza e del Reparto territoriale di Corigliano-Rossano arrivano tra il gennaio e il novembre 2024.

A Corigliano gli investigatori lavorano già dal 2018. Quell’anno viene ucciso Pietro Longobucco (il riferimento criminale della zona), e dopo di lui si susseguono il tentato omicidio del suo autista, due scomparse e l’omicidio di Pasquale Aquino (ucciso il 3 maggio 2022). Per cinque anni il territorio tra Rossano, Corigliano e Cassano viene monitorato con trojan negli smartphone, microspie nelle auto, telecamere sui luoghi di ritrovo e Gps. Il fascicolo è uno stralcio del procedimento madre della Dda di Catanzaro, chiamato “Ginestra”. Alla prima richiesta di misure cautelari la Procura ne aggiunge una seconda il 16 aprile 2025. Il 30 settembre 2026 il gip firma un’ordinanza di oltre trecento pagine che riguarda 57 indagati e dispone 42 misure.

Una storia lunga quarant’anni

Per spiegare il presente, l’ordinanza ripercorre il passato. Negli anni Ottanta Giuseppe Cirillo (imprenditore originario del Salernitano, poi diventato collaboratore di giustizia) fonda la locale di Sibari. Santo Carelli (capo storico della locale di Corigliano, condannato all’ergastolo e morto nel 2016) la porta a Corigliano dopo una guerra combattuta a colpi di pistola. Alla fine degli anni Novanta le grandi operazioni decimano i coriglianesi, e nel vuoto si inseriscono gli “zingari” di Cassano. A guidarli è Francesco Abbruzzese, detto “dentuzzo” (capo degli zingari, condannato a due ergastoli nel processo “Arberia”), e il riferimento coriglianese è Damiano Pepe, detto “tripolino” (64 anni, per l’accusa capo dell’articolazione di Corigliano, in carcere). Acri è uno dei killer più affidabili di “dentuzzo”. Le sentenze dell’operazione “Stop”, definitive dal 2022, riconoscono l’esistenza della cosca Acri a Rossano almeno fino al 2013. Sopra tutti c’è il Crimine di Cirò: sono i cirotani a sollecitare le affiliazioni formali e a conferire la terza dote a Salvatore Galluzzi (50 anni, per l’accusa capo della cosca rossanese, in carcere) e a Matalone.

Rossano, la giurisdizione di Galluzzi

Il 16 maggio 2021 Galluzzi esce dal carcere di Viterbo per fine pena. Secondo il gip, da quel giorno torna a guidare la cosca rossanese, retta fino ad allora da Francesco Sommario, detto “u Caino” (50 anni, per l’accusa reggente della cosca fino al 2021, in carcere), e tiene per sé l’ultima parola. De Simone custodisce la cassa comune, la “bacinella”. Il quartier generale è distribuito in alcuni bar della città. Il boss è libero da pochi mesi quando fa installare telecamere che sorvegliano la casa e la strada d’accesso. Il suo autista, nel gennaio 2022, ferma un’auto sospetta convinto di trovarci i carabinieri, e ci trova invece tre ragazzi appartati.

Le competenze territoriali vengono rispettate con lo scrupolo di un ufficio pubblico. Nel marzo 2022, seduto nel dehors di uno di quei bar, Galluzzi si sente chiedere di intervenire in una lite che riguarda una casa a Corigliano, e chiude la questione: “non è di Rossano”. Dentro i confini, invece, la cosca si fa carico di tutto. Il 1° gennaio 2022 due vicini di casa si picchiano, e chi ha avuto la peggio, invece di andare dai carabinieri, si rivolge a Sommario e a Morello, che due giorni dopo vanno a cercare l’altro sul posto di lavoro. Nel settembre 2024 il gestore di un bar chiede a un affiliato di convocare una “riunione” contro i ragazzi che stanno svaligiando la città. Galluzzi, intanto, ordina gioielli per i sodali e manda i figli a ritirare felpe e pantaloni in boutique. Tra giugno e ottobre 2022 alcuni sindacalisti insistono perché il figlio del boss venga assunto nella portineria della centrale Enel, finché il responsabile dell’impianto non si presenta dai carabinieri a raccontarlo.

Più a lungo resiste un imprenditore. A lui incendiano il cancello di casa il 18 ottobre 2021 e una seconda volta a fine gennaio 2022. Poi in azienda si presenta Domenico Catalano (65 anni, indagato per estorsione aggravata, ai domiciliari), che gli spiega che gli “amici” vogliono 3.000 euro l’anno. L’imprenditore paga. Anni dopo, davanti ai carabinieri che continuano a fargli domande, si chiede chi lo proteggerà quando l’uomo che ha denunciato tornerà libero. Il gip riconosce gli indizi dell’estorsione, ma esclude il concorso esterno che la Procura contestava a Catalano come gestore di fatto di uno dei bar frequentati dal gruppo. Matalone, nell’agosto 2021, ospita per due notti un latitante campano arrivato in treno. Il giudice qualifica il fatto come favoreggiamento personale e toglie l’aggravante mafiosa.

Il boss senza telefono

A Corigliano il centro di comando è nel centro storico, ma per il gip l’articolazione coriglianese dipende da Cassano. Gli investigatori lo vedono nel via vai continuo di auto verso contrada Lattughelle di Sibari, dove vive Pepe. Pepe ha alle spalle la condanna per l’omicidio di Luigi Lanzillotta (ucciso a Corigliano nel 1993) e quasi diciotto anni di carcere, dal 1998 al 2016. Rientra in cella nel 2018 per il processo “Sybaris” ed esce l’11 gennaio 2022. Non ha un telefono, usa di rado quello della compagna Silvana Sibarelli (64 anni, indagata per associazione mafiosa, destinataria della custodia in carcere) e la rimprovera se al telefono pronuncia il suo nome. Secondo l’accusa è lei a ricevere il denaro per il mantenimento del boss quando è detenuto, mentre Vincenzo Sibarella, detto “Mario” (61 anni, per l’accusa braccio destro di Pepe, in carcere), gli fa da autista e da portavoce.

Rocco Azzaro (72 anni, già condannato per mafia, per l’accusa organizzatore della cosca, in carcere) avrebbe controllato le estorsioni tra Apollinara, Cantinella e San Nico. Il 16 ottobre 2023 viene arrestato per gli omicidi di Andrea Sacchetti e Salvatore Di Cicco (vittime di due delitti oggetto di un altro procedimento). Le intercettazioni registrano subito l’effetto: alcuni commercianti chiedono a chi consegnare il “regalo” che fino ad allora davano a lui, e Giovanni Covello (56 anni, per l’accusa uomo di fiducia prima di Azzaro e poi di Pepe, in carcere) prende il suo posto accanto al boss. Il resto del territorio sarebbe diviso per zone. Nel centro storico ci sono Natale Perri, detto “a Fiacca” (62 anni, per l’accusa dirigente del gruppo del centro storico, in carcere), e Giuseppe Sammarro (58 anni, già condannato per mafia, in carcere). A Schiavonea c’è Aldo Abbruzzese (53 anni, già condannato per associazione mafiosa, in carcere), allo Scalo Carmine Ginese, detto “Carletto” (61 anni, in carcere). A Fabrizio Grande ci sono i fratelli Giovanni e Piero Francesco Chiaradia (59 e 53 anni, in carcere). Per il gip gli arresti e le scarcerazioni spostano gli incarichi senza mai mettere in crisi l’organizzazione.

Nel 2023 un indagato dell’inchiesta sull’omicidio Aquino comincia a parlare con i magistrati. Secondo l’ordinanza il gruppo fa pressione sulla sua compagna perché lui ritratti e si occupa di trovargli un nuovo avvocato. Il denaro per il difensore viene raccolto passando da Abbruzzese e arriva fino alla casa di Pepe, che al telefono viene chiamato “il meccanico”. L’uomo muore in carcere il 15 giugno 2023, pochi giorni dopo che un articolo di stampa aveva rivelato la sua possibile collaborazione.

Furgoni, tabaccherie, guardianie

La guardiania, la vigilanza imposta ai proprietari di terreni e agrumeti, è la rendita più antica del territorio. Nel 2018 Luigi Sabino (50 anni, indagato, nessuna misura), che il mestiere l’ha ereditato dal padre, torna da un proprietario che aveva rifiutato di pagarlo, e questa volta lo accompagna Azzaro. A Fabrizio, secondo gli atti, i fratelli Chiaradia raccolgono un centinaio di euro da ogni proprietario di case e terreni, e uno dei due lo riassume così: “vedi che qua ci siamo noi”.

Nel marzo 2023 una ditta edile impegnata nei cantieri del superbonus si vede portare via due furgoni pieni di attrezzi. Le microspie registrano Pepe e Sibarella mentre aspettano l’arrivo dei mezzi. Per riaverli il titolare consegna 5.000 euro a Pasquale Semeraro, detto “Nino” (38 anni, in carcere), Alfonso Scarcella (36 anni, in carcere) e Mario Alonia (40 anni, ai domiciliari), che riconosce poi in fotografia.

L’11 gennaio 2022 tre uomini armati e mascherati entrano in una tabaccheria di contrada Ciminata e ne escono con 600-700 euro e qualche stecca di sigarette. Uno dei tre, Manuel Intrieri (24 anni, ai domiciliari), si autoaccusa e indica come organizzatore Francesco Le Pera (25 anni, per l’accusa affiliato della cosca, in carcere): i soldi servivano a coprire i debiti di droga. Per un’altra rapina, avvenuta una settimana prima, il gip ritiene che un giubbotto rosso e una “vespa” nominata in una telefonata non bastino a indicare Le Pera.

Il conto del 2001

Il 24 maggio 2001 un uomo con il casco integrale entra in un bar di Corigliano e spara a Giorgio Salvatore Cimino (la vittima, padre di due collaboratori di giustizia), che muore tre settimane dopo. Il processo “Timpone Rosso” aveva già condannato alcuni imputati e assolto in via definitiva Pepe. Venticinque anni dopo, sulla base delle dichiarazioni di Nigro e Acri, il gip ritiene che anche Perri abbia partecipato alle riunioni in cui si decise l’omicidio. Il movente: punire la scelta dei figli della vittima, entrambi passati con lo Stato.

Le urne del 2024

Due capi d’imputazione riguardano le comunali di Corigliano-Rossano del giugno 2024. Il sindaco Flavio Stasi (42 anni, ai domiciliari) avrebbe accettato, attraverso Vincenzo Curia (50 anni, per la Procura titolare di un’agenzia funebre, ai domiciliari), i voti procurati da Matalone in cambio della promessa di assunzioni al Comune o al cimitero. Il consigliere comunale Pietro Lucisano (49 anni, ai domiciliari), eletto nelle liste che sostenevano la candidata sindaca sconfitta, avrebbe accettato quelli di Antonio Mingrone (32 anni, ai domiciliari), che nell’ottobre successivo viene assunto a tempo indeterminato da una ditta edile. Per entrambi la Procura contesta l’aggravante dell’elezione.

L’affare dei visti

La seconda richiesta della Procura porta l’inchiesta su un terreno diverso, quello del decreto flussi. Secondo l’accusa, Pepe, il fratello Marcello Pepe (56 anni, ai domiciliari), Sibarella, Azzaro e, dopo il suo arresto, il figlio Antonio Azzaro (44 anni, ai domiciliari) si servono di Antonio Angiò, detto “il professore” (62 anni, ai domiciliari), e di una rete di aziende agricole compiacenti. Nei click day del 2023 e del 2024 queste aziende, tutte senza Durc, presentano 1.254 domande di nulla osta per lavoratori stranieri. Nessuna si conclude con un contratto di soggiorno, ma 203 arrivano al visto d’ingresso, che secondo l’accusa gli stranieri pagano in nero. A un imprenditore Sibarella promette mille euro per ogni straniero. Uscendo da un’azienda, Pepe confida al suo autista che sono “tutti in funzione per sta cosa”.

Il 16 gennaio 2024 i conti non tornano. In un locale di Sibarella a Marina di Sibari, Pepe, il fratello e Sibarella aspettano il professore, che si presenta senza i soldi. Lo picchiano e gli rompono il telefono, e Pepe gli urla “ti ammazzo io”. Tornati a casa, i tre si dicono che gliene hanno date poche. Il gip la qualifica come tentata estorsione aggravata, nella quale Angiò, indagato per i click day, è anche la vittima. Respinge invece l’accusa di falso sulle dichiarazioni allegate alle domande.

Il bilancio dell’ordinanza

Il giudice dispone 25 custodie in carcere e 17 arresti domiciliari con braccialetto elettronico. Per chi è accusato di far parte della cosca vale la doppia presunzione che la legge prevede per l’associazione mafiosa, e quindi il carcere. Per Azzaro, che ha superato i settant’anni, il gip ritiene che ci siano esigenze di eccezionale rilevanza. Per gli altri sceglie i domiciliari, perché il tempo trascorso dai fatti attenua le esigenze cautelari, salvo il caso degli imprenditori dei click day, per i quali pesa il fatto che il meccanismo sia ancora in funzione.

Non tutte le richieste della Procura vengono accolte. Il gip esclude la partecipazione alla cosca per Andrea La Grotta (37 anni, autista di Azzaro, indagato senza misura), perché fare da autista ad Azzaro non basta. La esclude anche per Vincenzo Guidi (60 anni, già condannato per mafia, indagato senza misura), per Giorgio Arturi, detto “u Cirugno” (43 anni, indagato senza misura), per Giovanni Arturi (47 anni, indagato senza misura), che secondo il giudice bussava alla porta del boss senza essere mai stato ammesso, per Pasquale Semeraro, detto “Motozappa” (44 anni, indagato senza misura), e per Sabino, la cui guardiania del 2018 è ormai troppo lontana per giustificare una misura. Respinge l’intestazione fittizia di un terreno a Frasso contestata a Galluzzi e a Cataldo Giovanni Civale (59 anni, indagato senza misura), i danneggiamenti attribuiti a Carmine Azzaro (46 anni, figlio di Rocco, indagato senza misura) e le misure per quattro imprenditori dei click day. Mingrone, per il gip, ha fatto parte della cosca, ma il suo legame si è interrotto nel 2024: va ai domiciliari solo per il revolver e per il voto di scambio. Il sequestro preventivo delle aziende viene respinto, perché il giudice ritiene che le misure personali bastino a impedire nuovi reati.

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