Duemilacinquecento euro in nero per un nulla osta all’ingresso in Italia. Il lavoro, invece, sarebbe rimasto soltanto sulla carta. È il meccanismo ricostruito dalla Dda di Catanzaro nel filone sul Decreto flussi dell’inchiesta che il 28 ottobre ha portato a 41 misure cautelari. Secondo quanto emerge dall’inchiesta Ginestra la cosca della Sibaritide riconducibile a Damiano Pepe avrebbe trasformato le procedure per l’ingresso dei lavoratori stranieri in un business milionario, manipolando i cosiddetti click day.
Il prezzo del nulla osta: 2.500 euro senza una vera assunzione
Il sistema avrebbe fatto leva su una rete di aziende agricole e cooperative compiacenti, attraverso le quali sarebbero state presentate 1.254 domande. Alle richieste, secondo la ricostruzione investigativa, non sarebbero seguiti contratti di lavoro né effettive prestazioni occupazionali. Per ogni lavoratore straniero sarebbero stati richiesti 2.500 euro in nero, in cambio del solo nulla osta. La procedura destinata a consentire l’ingresso in Italia per lavorare sarebbe così diventata, nell’ipotesi accusatoria, uno strumento per incassare denaro senza procedere ad alcuna reale assunzione.
La regia del gruppo e il ruolo del “professore”
Al vertice dell’organizzazione, per gli inquirenti, ci sarebbe stato Damiano Pepe, affiancato dal fratello Marcello, da Vincenzo Sibarella, detto Mario, da Rocco Azzaro e dal figlio Antonio. La gestione operativa delle pratiche sarebbe stata affidata ad Antonio Angiò, conosciuto come “il professore”. Il suo compito, secondo l’accusa, sarebbe stato quello di raccogliere la documentazione e inserire le istanze sulla piattaforma ministeriale. Tra gli imprenditori indagati per il presunto coinvolgimento nel sistema figurano Domenico Arcidiacono, Luigi Benincasa, Walter Giovanni La Fauci, Giovanni Maulicino, Sandro Sibarelli e Santo Straface.
“Mangiamo un po’ per ciascuno”: i conti nelle intercettazioni
A descrivere le aspettative di guadagno del gruppo sarebbero anche le conversazioni intercettate nelle giornate dedicate all’invio delle domande. “Mangiamo e mangiamo un po’ per ciascuno”, dice Rocco Azzaro in una conversazione riportata agli atti dell’inchiesta. Marcello Pepe, commentando i conteggi delle somme incassate, parla invece di “duemila e cinquecento euro che ci entrano a noi”. Parole che, nella lettura degli investigatori, documenterebbero il ritorno economico atteso dalle pratiche per l’ingresso dei lavoratori stranieri.
Il denaro da consegnare e le minacce: “Ti ammazzo io”
Le carte dell’inchiesta ricostruiscono anche le intimidazioni che sarebbero state utilizzate per riscuotere il denaro. Un episodio risale al 16 gennaio 2024, a Marina di Sibari. Damiano Pepe, insieme al fratello Marcello e a Vincenzo Sibarella, avrebbe affrontato e picchiato Angiò, accusandolo di non aver consegnato tempestivamente le somme raccolte. “Ti ammazzo io”, avrebbe gridato Damiano Pepe, secondo quanto registrato dalle microspie. È il passaggio che, nella ricostruzione accusatoria, lega il presunto affare dei nulla osta alla violenza esercitata per ottenere gli incassi. Le accuse restano da accertare in giudizio.













