30 Ottobre 2026
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Uccisa in un agguato di ‘ndrangheta, folla ai funerali di Silvana Sibarelli: palloncini bianchi e fuochi d’artificio

La chiesa gremita, l'appello di don Pietro Groccia contro la violenza e il lungo applauso all'uscita della bara, accompagnata da palloncini bianchi e fuochi d'artificio

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Una folla raccolta nel dolore, una bara accompagnata da un lungo applauso e decine di palloncini bianchi liberati in cielo. Poi i fuochi d’artificio, esplosi mentre il feretro lasciava la chiesa. È l’immagine dell’ultimo saluto a Silvana Sibarelli, la donna di 64 anni uccisa venerdì scorso in un agguato mafioso a Lattughelle, frazione di Cassano allo Ionio, nel Cosentino. Centinaia di persone hanno partecipato ai funerali celebrati nella chiesa di Gesù Buon Pastore a Sibari, stringendosi attorno ai familiari della vittima. Una partecipazione così numerosa da riempire non soltanto l’edificio religioso, ma anche l’ampio piazzale antistante. Durante l’omelia, il parroco don Pietro Groccia ha rivolto un appello alla comunità: fermare la spirale della violenza e impedire che altro sangue venga versato.

Silvana Sibarelli uccisa nell’agguato a Lattughelle: centinaia di persone ai funerali

La comunità di Cassano allo Ionio si è ritrovata per dare l’ultimo saluto a Silvana Sibarelli, assassinata a 64 anni in un agguato avvenuto nella frazione di Lattughelle. Nell’azione criminale è rimasto ferito anche il compagno della donna, Damiano Pepe, indicato come un boss della ‘ndrangheta della zona. Una vicenda che ha riportato al centro dell’attenzione il peso della criminalità organizzata sul territorio della Sibaritide. Venerdì 30 ottobre, centinaia di persone si sono radunate nella chiesa di Gesù Buon Pastore, a Sibari, per partecipare alla celebrazione funebre. Molti hanno seguito il rito dal piazzale esterno, mentre all’interno della chiesa i familiari hanno ricevuto l’abbraccio della comunità.

L’omelia di don Pietro Groccia: “Trasformare le ferite della nostra terra in feritoie di nuova grazia”

Nel corso della funzione religiosa, don Pietro Groccia ha pronunciato parole che hanno assunto il significato di un appello rivolto all’intero territorio. “Trasformare le ferite della nostra terra in feritoie di nuova grazia”, ha detto il sacerdote, invitando a non lasciare che l’ennesimo episodio di violenza alimenti nuove divisioni e altro dolore. Al centro della sua riflessione, la necessità di una conversione capace di contrastare le dinamiche criminali che continuano a condizionare la vita delle comunità calabresi. Per il parroco, il cambiamento deve partire dalle coscienze, attraverso un percorso che interrompa la logica della sopraffazione e restituisca speranza al territorio.

“Non sono qui per condannare o scomunicare”: il richiamo alla conversione

Don Groccia ha voluto chiarire anche il senso della propria presenza e della missione affidatagli dalla Chiesa. “Io non sono nessuno per condannare o scomunicare, ma sono stato mandato dal mio vescovo per annunciare il Vangelo della risurrezione”, ha affermato durante l’omelia. Un passaggio nel quale il sacerdote ha ribadito la centralità del messaggio cristiano di conversione e rinascita, senza rinunciare a denunciare il peso delle organizzazioni criminali sulla società calabrese. Il suo intervento ha richiamato la necessità di spezzare quei meccanismi di violenza che, oltre a provocare vittime, compromettono le possibilità di sviluppo e il futuro delle nuove generazioni.

L’appello contro la violenza: “Sangue non chiami sangue”

Nella sua riflessione, il parroco ha ricordato anche l’impegno di alcuni protagonisti della storia della Chiesa calabrese nella lotta alla criminalità e nella difesa delle comunità. Ha richiamato la “primavera di Locri” legata a monsignor Ciliberti, la testimonianza di monsignor Agostino nel Crotonese e l’opera pastorale di monsignor Bregantini. Esperienze indicate come esempi di una Chiesa impegnata a contrastare le logiche mafiose attraverso la testimonianza e la responsabilità collettiva. Da qui l’auspicio più forte pronunciato durante i funerali: che “sangue non chiami sangue” e che questo “ennesimo abominevole misfatto possa segnare la parola fine a ogni forma di violenza”. Un messaggio contro il rischio di nuove ritorsioni e contro il ripetersi di episodi criminali che continuano a segnare il territorio.

L’ultimo saluto tra applausi, palloncini bianchi e fuochi d’artificio

Il momento più intenso della giornata è arrivato al termine della celebrazione, quando il feretro di Silvana Sibarelli è stato portato fuori dalla chiesa di Gesù Buon Pastore. Ad accompagnarlo, un lungo applauso delle centinaia di persone presenti. Subito dopo, decine di palloncini bianchi sono stati liberati in cielo, mentre sono state accese alcune batterie di fuochi d’artificio. Scene che hanno segnato l’ultimo saluto alla 64enne, uccisa nell’agguato di Lattughelle. Sullo sfondo resta il richiamo pronunciato dal sacerdote durante l’omelia: interrompere la catena della violenza e fare in modo che la morte di Silvana Sibarelli non diventi il preludio a nuovi episodi di sangue.

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