Un clima di profonda intimidazione e omertà che continua a soffocare il territorio.
“Ancora oggi la gente ha paura a Busto di questi qua, loro vogliono comandare, la gente ancora trema quando sente il nome dei Nicastro. A gruppi picchiano la gente, appena le persone non fanno quello che dicono e nessuno denuncia”. A dirlo a tratti in lacrime è un imprenditore, titolare di alcuni locali a Busto Arsizio, testimone di giustizia e sotto programma di protezione, che ha deposto dietro un paravento nel maxi processo Hydra a Milano con al centro il consorzio delle tre mafie in Lombardia.
L’uomo, unica vittima parte civile ad aver denunciato minacce di morte e un violento pestaggio subito, ha ripercorso il radicamento sul territorio dei Nicastro, precisando che Francesco Nicastro “voleva spadroneggiare” nel suo locale. Alle sue opposte resistenze sono iniziate le intimidazioni. “Ti strozzo con le mie mani, do fuoco al locale e ti brucio vivo”, le frasi minatorie di Dario Nicastro.
Ma l’imprenditore ha risposto con fermezza: “Io vado avanti legalmente, se non mi ammazzate vi denuncio tutti”.
La violenza del pestaggio e il racket
La deposizione è poi entrata nel dettaglio della feroce aggressione subita nel maggio del 2021 all’interno del bar, durata una mezz’ora tra calci, pugni e il naso rotto.
“Mi sentivo una nullità, a Dario Nicastro, però, glielo dicevo ‘ammazzami, perché se no ti denuncio'”. Durante il pestaggio gli aggressori “si sono presi delle birre e hanno brindato alla fine e poi Bonvissuto ha sbattuto i soldi sul bancone dicendomi ‘hai il brutto vizio di chiedermi anche i soldi’”.
Nel corso degli anni l’uomo aveva subito anche truffe e altre pressioni per cedere l’attività a prezzo di saldo. “Questo posto è in vendita, ti damo 50mila euro in contanti, pensaci, qua comandiamo noi”, gli era stato intimato. Successivamente Fabio Nicastro lo aveva spinto a ritirare le denunce.
“Fabio Nicastro mi ha detto di non riferire anche di questi fatti nel processo, perché se parlavo pure di questo peggioravo la mia situazione. Mi ha detto ‘noi ti diamo dei soldi, ti diamo quello che tu chiedi davanti a un avvocato’, ma ritira la denuncia”.
L’omertà della gente e i ricordi da emigrato
Nonostante la gravità degli episodi, il muro di paura in città resta altissimo. “A un mio cliente gli hanno spaccato un bicchiere in testa e l’hanno mandato all’ospedale, ma non ha denunciato. Mi ha detto ‘io non sono come te, io ho paura’. A un altro l’hanno preso a calci e gli hanno rotto i denti, ma nessuno denuncia”.
L’imprenditore ha poi ripercorso le sue origini e il suo arrivo in Lombardia da ragazzo, quando “non ci affittavano una casa perché eravamo ‘i terroni'”, ricordando il percorso che lo ha portato a gestire più locali prima di finire nella morsa dei clan. Una vicenda drammatica che lascia un segno incancellabile nella vita della vittima. “Ho sempre in mente quella scena, le botte subite, la preoccupazione di mia moglie”.














