Famiglie monoreddito con tre figli e un mutuo da pagare, donne, uomini, giovani, con un fitto mensile, spese, bollette da onorare, costretti ad accettare un lavoro a condizioni inique per sopravvivere, svolgendo oltre alle proprie mansioni contrattuali, altri compiti senza un euro in più in busta paga. E così la cassiera, il magazziniere, il repartista, si trasformavano in collaboratori domestici tenuti a pulire i bagni, i punti vendita o in giardinieri e babysitter dediti a tagliare l’erba, ad accompagnare i figli del loro datore di lavoro a casa. Lavoratori costretti a subire il più delle volte la regola non scritta: “dichiarare che gli infortuni sul lavoro si erano verificati in casa”, per salvaguardare l’assicurazione dell’azienda e a rinunciare alla scadenza contrattuale alle loro spettanze, pena la mancata riassunzione.
Le dichiarazioni dei dipendenti di Paoletti
Nei verbali di sommarie informazioni redatti dagli uomini del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Catanzaro, con le dichiarazioni sottoscritte da dipendenti della catena di supermercati dell’imprenditore Paolo Paoletti, (che con le loro denunce hanno fatto scattare l’inchiesta della Procura, “Ergon” che aveva portato ad ottobre del 2024 a tre arresti, due interdizioni e al sequestro preventivo delle società Food&More srl e Paoletti Spa, su cui il sostituto procuratore Saverio Sapia ha chiuso le indagini a febbraio scorso), emerge il vissuto raccapricciante dei nuovi schiavi. “Il mio stipendio mensile era di circa 900 euro per 50 ore settimanali, due settimane di ferie l’anno, rispetto alle quattro previste dal contratto nazionale di lavoro. Ho accettato questa retribuzione, per l’impellente necessità di avere uno stipendio mensile fisso, avevo un figlio piccolo e mia moglie non lavorava. Ho dovuto restituire parte della paga in contanti, l’eccedente dall’importo in busta, rispetto a quanto previsto dall’accordo. Ricordo di avere consegnato il danaro nelle mani di Paolo Paoletti e della moglie Anna Valentino”.
Il modo per far quadrare il netto in busta paga
Per necessità si accetta anche una retribuzione mensile di circa 450 euro per 45 ore settimanali distribuite dal lunedì al sabato, con uno stipendio aumentato negli anni a mille euro con cinque ore lavorative in meno. “Da quando è entrata in vigore la normativa sulla tracciabilità dei pagamenti, Paoletti ha avuto difficoltà nel gestire la mia posizione, la mia busta paga era superiore all’importo di mille euro previsti nell’accordo. Per questo motivo sono stata convocata da lui e mi ha riferito che era sua intenzione ridurre il mio orario lavorativo, ovviamente quello rendicontato in busta paga e non quello effettivo che rimaneva di 40 ore settimanali reali, per far quadrare il netto in busta paga con l’importo dell’accordo. Paoletti voleva che restituissi mensilmente l’eccedenza dell’importo della busta paga e da quel momento fino al 2023, ogni mese dopo aver ricevuto il bonifico, mi recavo in banca, prelevavo la differenza in contanti e per come era stato disposto da Paoletti la consegnavo all’addetta alla contabilità aziendale”. Un’altra lavoratrice concorda uno stipendio mensile di 900 euro per 50 ore settimanali, per far fronte alle sue esigenze personali e al pagamento del fitto di casa di 300 euro, un’altra ancora dichiara di aver accettato 700 euro per 50 ore distribuite dal lunedì al sabato, dalle 8 alle 13 e dalle 16 alle 20, con una mezza giornata di riposo settimanale per fare la cassiera. “In famiglia siamo in 5, mio padre, mia madre, un fratello che frequenta la scuola dell’obbligo, mia sorella l’università. Lavora solo mio padre che fa l’operaio e per collaborare alle numerose spese familiari ho deciso di accettare”. Un lavoratore ha dichiarato di aver concordato inizialmente lo stipendio di 600 euro dalle 8 alle 13 e dalle 16.30 alle 20 per arrivare nel tempo a 1.100 euro.
Paga in nero e verbali di conciliazione falsi
“Preciso che dal gennaio 2021 al 31 agosto 2021 Paoletti mi ha comunicato che avrei dovuto lavorare in nero senza contratto e senza busta paga, durante questo periodo mi corrispondeva in contanti 900 euro. Ho lavorato a queste condizioni, perché mi sono trovato in un circolo vizioso, in un primo momento avevo acquistato un’auto e dovevo pagare a rate un finanziamento, successivamente dopo essermi sposato le spese sono continuate ad aumentare anche a causa del pagamento del mutuo per l’acquisto della prima casa, avevo necessità di avere uno stipendio fisso mensile. Nel caso in cui la busta paga risultava inferiore all’importo dell’accordo, mi veniva restituita la differenza in contanti, se superiore, dopo aver percepito il bonifico, dovevo consegnare l’eccedenza in contanti nelle mani di Paoletti. Alla scadenza dei vari contratti che ho sottoscritto, Paoletti mi obbligava a recarmi al sindacato Uila, dove c’era Vito Doria. Mi veniva sottoposto un verbale di conciliazione, in cui dovevo rinunciare a tutte le mie spettanze, ferie, permessi, retribuzioni, senza richiedere alcunchè in futuro. Tutto falso, ma sono stato costretto a firmarlo, in caso contrario Paoletti mi faceva capire che non mi avrebbe riassunto”.
Le altre mansioni non remunerate
“Oltre alla mansione di automagazziniere con il quale sono stato assunto in questi anni, ho fatto l’ autista, il repartista ortofrutta e aiuto magazziniere. Spesso mi occupavo anche della pulizia del magazzino, è capitato che accompagnassi o andassi a prendere a scuola i figli di Paoletti”. C’era chi ristrutturava la casa del capo: “Pur essendo stato assunto come magazziniere, portavo i carrelli dal parcheggio al punto vendita, svuotavo il contenitore delle bottiglie di plastica da riciclare, pulivo a terra, inoltre ho effettuato lavori di muratura a casa di Paoletti. Ricordo in un’occasione di essere stato impiegato anche per spostare mobilia e materiale di risulta dagli appartamenti di proprietà di Paoletti ad altri luoghi di sua pertinenza”. O chi puliva i punti vendita e i bagni. “Mi è stato ordinato di effettuare pulizie nel punto vendita di Montepaone, al di fuori del reparto casalinghi da me gestito e in un appartamento sito in Montepaone dove sarebbero stati ospitati alcuni operai provenienti da fuori regione”. Un aiuto repartista nel corso degli anni ha svolto, per sua stessa ammissione agli investigatori, mansioni che non gli competevano: “Pulivo il parcheggio da erbacce o curavo le piante, riparavo vari macchinari del reparto salumeria, lavandini dei bagni otturati e nell’ultimo periodo sono stato incaricato da Paoletti di recarmi con la mia macchina e a mie spese in tutti i punti vendita di Montepaone, Soverato, Davoli, pe ritirare gi incassi giornalieri, controllare la loro corrispondenza con le chiusure di cassa e versarli in banca”.
La regola non scritta
Se un dipendente subiva un infortunio sul lavoro doveva dichiarare ai medici di essersi fatto male in altre circostante. Era una regola, a detta di alcuni lavoratori, non scritta. “Mentre ero intenta ad usare un’affettatrice mi sono lesionata il pollice della mano destra, mi sono recata al Pronto soccorso di Soverato e ho chiamato Paoletti per comunicargli quanto accaduto, mi disse che essendo regolarmente assunta potevo dichiarare di essermi fatta male nel luogo di lavoro, contestualmente però mi invitò ad evitare di comunicare al Pronto soccorso la verità, e dichiarai di essermi fatta male a casa”. Una lavoratrice ha affermato di essersi tagliata nel reparto salumeria e di essere andata al Pronto soccorso a Chiaravalle Centrale: “mi hanno messo due graffette per ricucire la ferita. Ai medici ho detto di essermi fatta male a casa perché sapevo, sebbene in quell’occasione nessuno me l’avesse detto, di non dover dichiarare di aver subito un infortunio sul luogo di lavoro. Era risaputo da noi dipendenti, che nel caso avessimo subito un infortunio sul lavoro avremmo, dovuto dichiarare che avevamo avuto un incidente domestico”.









