17 Agosto 2026
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Ambulanze senza medici e soccorsi fino a 50 minuti: il buco nero del 118 in Calabria

Un’interrogazione depositata in Consiglio regionale denuncia che il 70% dei turni delle postazioni territoriali sarebbe demedicalizzato. Il trasferimento di 1.243 operatori ad Azienda Zero accentra il sistema, ma non risolve la carenza dei professionisti

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Quando arriva una chiamata per un infarto, un incidente stradale o una grave crisi respiratoria, la differenza tra la vita e la morte può essere misurata in minuti. In Calabria, però, l’ambulanza che parte potrebbe non avere il medico a bordo. E, in alcune zone, il soccorso potrebbe impiegare anche più di 50 minuti per raggiungere il paziente. Non sono soltanto le testimonianze raccolte nei territori a descrivere un sistema in sofferenza. A mettere nero su bianco numeri e criticità è un’interrogazione presentata al presidente della Giunta regionale e pubblicata nella banca dati del Consiglio regionale. Il documento sostiene che almeno il 70% dei turni delle Postazioni di emergenza territoriale calabresi risulterebbe demedicalizzato, cioè coperto senza la presenza di un medico.

Un dato pesantissimo, che adesso la Regione e Azienda Zero sono chiamate a confermare o smentire attraverso la pubblicazione dei turni effettivamente coperti in ciascuna delle cinque province. Perché dietro le percentuali ci sono cittadini che chiamano il 118 convinti che stia arrivando un’équipe completa e operatori costretti ad affrontare emergenze complesse con personale e strumenti che possono cambiare da una postazione all’altra.

Il medico che non c’è

Il problema non nasce oggi. I posti destinati ai medici del 118 messi a disposizione dalle Aziende sanitarie provinciali sarebbero rimasti sistematicamente vacanti per almeno cinque anni. Le procedure non avrebbero quindi prodotto il reclutamento necessario a colmare gli organici. Il risultato è un sistema nel quale la presenza del medico, anziché rappresentare una certezza, rischia di dipendere dal turno, dalla postazione e dal territorio in cui si verifica l’emergenza. Sull’ambulanza possono essere presenti infermieri e soccorritori preparati, chiamati ogni giorno a lavorare in condizioni difficilissime. Ma l’assenza del medico riduce la possibilità di effettuare sul posto determinati interventi diagnostici e terapeutici, soprattutto davanti alle patologie più gravi e tempo-dipendenti.

La questione diventa ancora più delicata in una regione caratterizzata da aree interne, strade difficili e grandi distanze dagli ospedali. Un’ambulanza che parte da una postazione periferica senza medico potrebbe essere costretta a trasportare il paziente verso il pronto soccorso o ad attendere l’incontro con un altro mezzo medicalizzato. Minuti che si sommano ad altri minuti.

Soccorsi oltre i 50 minuti

A fotografare il malessere interno al servizio è anche un’indagine del sindacato Nursing Up, richiamata nell’interrogazione e condotta su oltre 200 operatori del Suem 118. Secondo i risultati riportati nel documento, il 76% degli intervistati ritiene che il servizio sia complessivamente peggiorato dopo la riforma avviata con la legge regionale del 2021. L’83% collega una parte delle difficoltà alla chiusura delle centrali operative di Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia. Il nuovo assetto avrebbe determinato, secondo gli operatori interpellati, un aumento dei tempi d’intervento, che in alcuni casi sarebbero andati oltre i 50 minuti, insieme a una maggiore pressione sui pronto soccorso e a un peggioramento delle condizioni di lavoro.

Anche questi numeri, proprio per la loro gravità, richiedono una risposta basata sui dati operativi: quanti minuti trascorrono mediamente tra la chiamata e l’arrivo dell’ambulanza? Qual è stato il tempo massimo registrato? Quante richieste vengono gestite da mezzi provenienti da territori diversi rispetto a quello in cui si trova il paziente? Quante volte l’ambulanza disponibile più vicina risulta già impegnata? Informazioni essenziali per valutare l’efficienza di un servizio pubblico, ma che non vengono messe ordinariamente a disposizione dei cittadini in una banca dati facilmente consultabile.

Il grande trasferimento ad Azienda Zero

Nel frattempo la Regione ha completato il passaggio del sistema dell’emergenza-urgenza sotto la gestione di Azienda Zero. L’accordo riguarda mezzi, strutture, funzioni e 1.243 professionisti precedentemente dipendenti dalle cinque Asp calabresi. L’obiettivo dichiarato è uniformare l’organizzazione, garantire livelli di assistenza omogenei e superare una gestione frammentata tra le province. L’accentramento, tuttavia, non crea automaticamente i medici che mancano. È questo il punto centrale dell’interrogazione: trasferire contratti, mezzi e competenze da cinque aziende a un unico soggetto può modificare la catena amministrativa, ma non risolve da solo il problema delle postazioni prive di medico, dei bandi deserti, degli organici insufficienti e dei tempi di percorrenza.

Il rischio denunciato è che la riforma si traduca in uno spostamento burocratico senza un miglioramento immediatamente percepibile sulle ambulanze e nei territori. Anche il personale mostra forti perplessità. Secondo la rilevazione citata nell’atto, l’84% degli operatori del Suem 118 coinvolti sarebbe contrario al trasferimento dalla propria Asp ad Azienda Zero. Una richiesta avanzata dal Nursing Up nel maggio del 2024 per l’istituzione di un tavolo tecnico paritetico sarebbe inoltre rimasta senza risposta.

Pronto soccorso sempre più sotto pressione

Ogni carenza territoriale finisce inevitabilmente per riversarsi sugli ospedali. Se il paziente non può ricevere sul posto tutti i trattamenti necessari, aumenta la necessità di trasferirlo rapidamente al pronto soccorso. Ma i reparti di emergenza calabresi affrontano a loro volta carenze di personale, sovraffollamento e difficoltà nel liberare posti letto. Si produce così una catena che parte dalla chiamata al 118 e arriva fino al ricovero: postazioni demedicalizzate, ambulanze impegnate per tempi più lunghi, pronto soccorso congestionati e mezzi che non possono tornare immediatamente disponibili sul territorio.

Ad agosto il sistema deve inoltre sostenere il peso dell’aumento della popolazione nelle località turistiche, degli incidenti stradali e nautici, delle emergenze legate al caldo e delle ferie del personale. Proprio nel momento di maggiore bisogno, la rete rischia quindi di avere meno margini per assorbire le richieste.

Le domande ancora senza risposta

L’interrogazione chiede alla Regione di chiarire innanzitutto se il dato relativo al 70% dei turni demedicalizzati sia conosciuto e riconosciuto dalla Giunta e dalla struttura commissariale. Domanda poi quali iniziative concrete intenda adottare Azienda Zero per assumere i medici mancanti, dopo anni di procedure incapaci di coprire le zone carenti. Restano inoltre da conoscere tempi, risorse e modalità operative del trasferimento dei 1.243 professionisti, insieme alla struttura organizzativa predisposta per assorbirli senza compromettere la continuità del servizio. Ma per comprendere davvero in quali condizioni operi il 118 calabrese servono soprattutto dati disaggregati: turni programmati e scoperti, postazioni medicalizzate e demedicalizzate, ambulanze ferme, tempi medi di intervento, percorrenze massime e consistenza degli organici provincia per provincia.

Finché queste informazioni non saranno pubblicate, la discussione continuerà a muoversi tra denunce sindacali, atti politici e rassicurazioni istituzionali. Nel mezzo restano gli operatori che salgono ogni giorno sulle ambulanze e i cittadini che, quando compongono il numero dell’emergenza, non possono sapere chi arriverà né quanto dovranno aspettare. E per un servizio nel quale ogni minuto può decidere l’esito di un soccorso, è proprio questa incertezza a rappresentare il dato più allarmante.

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