Due. È il numero delle note informative riferite alla Calabria nel rapporto dell’Autorità nazionale anticorruzione “Corruzione e appalti in Italia”, che analizza il periodo compreso tra il gennaio 2020 e il maggio 2026. Due casi su 135 note informative complessivamente elaborate dal Nucleo della Guardia di Finanza operante presso l’ANAC. Appena l’1,5% del totale nazionale, a fronte del 23,7% della Sicilia, del 18,5% della Campania e dell’8,1% della Puglia. Letto superficialmente, il dato potrebbe suggerire che la Calabria occupi una posizione marginale nella geografia italiana della corruzione negli appalti. Ma sarebbe una conclusione affrettata e, soprattutto, metodologicamente sbagliata.
Il rapporto misura l’emersione, non la diffusione
Il rapporto ANAC non misura infatti la corruzione esistente in ciascuna regione. Fotografa soltanto una parte del fenomeno: quella contenuta nei provvedimenti giudiziari trasmessi all’Autorità e successivamente esaminati ai fini dell’eventuale applicazione delle misure straordinarie previste dall’articolo 32 del decreto-legge n. 90 del 2014. In altre parole, il rapporto misura l’emersione della corruzione, non la sua reale diffusione. È la stessa ANAC a precisare che l’assenza o l’esiguità dei casi registrati in un territorio non ne dimostra affatto l’estraneità al fenomeno. Le differenze regionali possono dipendere dall’attività investigativa, dai tempi dei procedimenti, dalle modalità con cui gli atti vengono trasmessi all’Autorità e persino dal criterio geografico adottato. La localizzazione dei casi, infatti, è determinata dalla Procura della Repubblica procedente e non necessariamente dal luogo in cui si trova la stazione appaltante o viene eseguito il contratto. Il numero attribuito alla Calabria, quindi, deve essere maneggiato con molta cautela.
La Calabria esclusa dal confronto pro capite
La regione rappresenta circa il 3,1% della popolazione italiana, ma raccoglie soltanto l’1,5% delle note informative censite. Se si rapportano le due osservazioni ai circa 1,8 milioni di residenti, si ottiene un valore di circa 1,09 note per milione di abitanti: un dato sorprendentemente vicino a quello dell’Emilia-Romagna. La Calabria, tuttavia, non compare nel confronto pro capite sviluppato nel rapporto, perché l’ANAC ha scelto di escludere dalla comparazione le regioni con meno di cinque casi. Una scelta comprensibile sul piano statistico, ma che finisce per rendere ancora meno leggibile la situazione calabrese.
Quanto rischio rimane fuori dalla fotografia?
Il punto, dunque, non è stabilire se due siano molti o pochi. Con un campione così limitato non è possibile ricostruire tendenze regionali, individuare i settori maggiormente esposti o formulare confronti attendibili. La domanda più utile è un’altra: quanto del rischio corruttivo presente nel sistema degli appalti calabrese rimane fuori dalla fotografia? Il rapporto nazionale offre alcuni indizi importanti.
Quasi il 53% delle stazioni appaltanti coinvolte nei procedimenti esaminati appartiene al sistema degli enti territoriali. I Comuni, da soli, rappresentano oltre il 46% del totale. Il 41% dei contratti interessati riguarda lavori pubblici, il 32% servizi e quasi il 10% forniture. Tra gli ambiti ricorrenti compaiono la manutenzione stradale, il verde pubblico, i rifiuti, le pulizie, i servizi sociali, la sanità e la gestione dei centri di accoglienza.
Quattrocentoquattro Comuni e una struttura frammentata
È un profilo che assume una rilevanza particolare in Calabria, dove la struttura amministrativa è fortemente frammentata. Secondo il “Censimento permanente ISTAT 2024” la regione conta 404 Comuni e il 55,4% di essi ha una popolazione compresa tra mille e cinquemila abitanti. Significa avere circa 220 Comuni per ogni milione di residenti, contro una media nazionale di circa 134. Non è un indicatore di corruzione e non deve essere presentato come tale. È, però, un moltiplicatore dei punti decisionali: più amministrazioni, più procedure, più responsabili, più affidamenti e, spesso, strutture tecniche con personale e competenze limitati.
Nei piccoli contesti, inoltre, la prossimità tra amministratori, funzionari e operatori economici può rendere più frequenti le relazioni ripetute. Anche questo non implica automaticamente l’esistenza di accordi illeciti. Ma rende insufficiente un sistema di controllo concentrato esclusivamente sulla regolarità formale della singola gara.
La corruzione diventa visibile quando si collegano i punti
La corruzione descritta dall’ANAC, infatti, raramente nasce da un episodio isolato. Nella maggior parte dei procedimenti esaminati emerge un sistema consolidato nel tempo, costruito attraverso una pluralità di affidamenti, rapporti personali e professionali, scambi di utilità, subappalti, consulenze fittizie o interventi sulle procedure. Il rischio diventa visibile quando si collegano i punti.
La stessa impresa che ottiene affidamenti in amministrazioni diverse. Requisiti tecnici che sembrano seguire le caratteristiche dell’operatore uscente. Procedure d’urgenza che si ripetono. Varianti, proroghe e rinnovi che modificano progressivamente il valore e l’equilibrio originario del contratto. Subappalti che riportano nell’esecuzione soggetti rimasti formalmente fuori dalla gara. Le medesime combinazioni di responsabili, consulenti, commissari e operatori economici che ricompaiono in procedimenti collegati. Presi separatamente, questi elementi possono essere perfettamente legittimi. Osservati insieme e nel tempo, possono invece rivelare concentrazioni e anomalie che il controllo tradizionale non intercetta.
La proposta di un “Radar Calabria Appalti”
Per la Calabria servirebbe, allora, un vero sistema regionale di allerta preventiva: un “Radar Calabria Appalti” capace di integrare i dati delle procedure con quelli relativi alla fase esecutiva, alle varianti, ai subappalti, alle proroghe, alla titolarità effettiva delle imprese e alla ricorrenza dei soggetti coinvolti. Non una lista nera e neppure un algoritmo incaricato di formulare giudizi automatici, ma uno strumento per selezionare le procedure da sottoporre a controllo umano, spostando l’attenzione dal singolo atto alla rete di relazioni che si forma intorno al contratto pubblico.
La distanza tra il rischio e la sua emersione
Il rapporto ANAC consegna, in definitiva, un avvertimento più importante della graduatoria regionale. La corruzione negli appalti non si sviluppa prevalentemente attraverso la costrizione esercitata dal funzionario pubblico, ma attraverso accordi tra soggetti pubblici e privati, spesso costruiti e consolidati nel corso degli anni.
Per questo il vero dato calabrese non è il numero due. È la distanza tra il rischio e la sua capacità di emergere. Una distanza che non si riduce aspettando l’arrivo di un’indagine penale, ma costruendo amministrazioni capaci di leggere preventivamente le concentrazioni, le ricorrenze e le trasformazioni sostanziali dei contratti. Perché, quando si parla di corruzione, il silenzio dei numeri non sempre è una buona notizia.












