Il rischio di un possibile maremoto sulle coste siciliane, nel contesto dello sciame sismico segnalato in queste ore, riporta l’attenzione su un fenomeno naturale potenzialmente molto pericoloso: lo tsunami. Non tutti i terremoti, però, possono provocarlo. Perché si generi un maremoto devono verificarsi condizioni precise, legate soprattutto alle caratteristiche del sisma e agli eventuali spostamenti del fondale marino. Come spiega l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) nel volume Terremoti e maremoti. Come conoscerli e ridurre i rischi, le onde di tsunami si distinguono da quelle marine comuni perché coinvolgono l’intera colonna d’acqua, dal fondale fino alla superficie. È proprio questa caratteristica a renderle potenzialmente molto distruttive quando raggiungono la costa.
Che cos’è un maremoto e perché si chiama tsunami
Il maremoto, conosciuto anche con il termine giapponese tsunami, è una successione di onde che può raggiungere la costa e superare la linea costiera, provocando allagamenti e danni anche ingenti. La parola tsunami deriva dai termini giapponesi tsu, che significa porto, e nami, onda. A differenza delle normali onde prodotte dal vento, che interessano prevalentemente gli strati superficiali del mare, le onde di maremoto mettono in movimento una massa d’acqua molto più estesa, coinvolgendo anche le profondità marine.
Quando queste onde si avvicinano alla costa, la loro interazione con i fondali e con la conformazione del litorale può determinare un aumento dell’altezza dell’acqua e una forte invasione delle aree costiere. La pericolosità non dipende soltanto dall’altezza delle onde, ma anche dalla velocità dei flussi, dalla morfologia del territorio e dalla quantità d’acqua che penetra nell’entroterra.
Come si forma uno tsunami dopo un terremoto
I maremoti possono essere generati da terremoti sottomarini, frane sottomarine o costiere ed eruzioni vulcaniche sottomarine. Nel caso dei terremoti, il fattore determinante è lo spostamento improvviso di una porzione del fondale, che trasferisce energia alla massa d’acqua sovrastante. Non è sufficiente, quindi, che si verifichi una scossa in mare per provocare automaticamente uno tsunami. Affinché un terremoto sottomarino possa generare un maremoto, devono concorrere caratteristiche specifiche. Tra queste rientrano una magnitudo elevata, un ipocentro non troppo profondo e, soprattutto, uno spostamento verticale del fondale marino. Se queste condizioni non si verificano, il terremoto può anche non produrre alcun maremoto significativo. È questo il principio da considerare anche in relazione allo sciame sismico che interessa la Sicilia: la possibilità di uno tsunami dipende dalle caratteristiche di un eventuale terremoto in grado di deformare il fondale, non dalla semplice presenza di numerose scosse.
I maremoti nel Mediterraneo: i precedenti storici
Sebbene i maremoti siano considerati relativamente rari in alcune aree del Mediterraneo italiano, la storia documenta diversi eventi anche distruttivi. Tra gli episodi più significativi figura il maremoto del 1908, associato al devastante terremoto che colpì Reggio Calabria e Messina. Altri eventi storici ricordati nella ricostruzione dell’Ingv sono il maremoto nel Mar Ligure del 1887, quello del Gargano del 1627, quello della Sicilia orientale del 1693 e quello del Salento del 1743. Più recentemente, nel 2002, un maremoto interessò l’area di Stromboli, in seguito a fenomeni legati all’attività vulcanica. Questi precedenti dimostrano che il rischio tsunami non riguarda soltanto gli oceani: anche il Mediterraneo può essere interessato da onde potenzialmente pericolose, in particolare in presenza di terremoti importanti o di attività vulcanica.
I dati dell’Ingv: centinaia di eventi registrati nel Mediterraneo
Il catalogo dei maremoti dell’area euro-mediterranea, l’Euro-Mediterranean Tsunami Catalogue (EMTC), citato dall’Ingv, raccoglie 294 eventi, il più antico dei quali risale al 6150 avanti Cristo. Nel solo Mar Mediterraneo sono riportati 221 maremoti di intensità variabile. Tra gli episodi più gravi viene ricordato quello associato all’eruzione del vulcano Santorini, intorno al 1600 avanti Cristo, e quello provocato dal grande terremoto di Creta del 21 luglio 365 dopo Cristo, che ebbe conseguenze devastanti nel Mediterraneo centrale e orientale. Secondo i dati riportati dall’istituto, tra il 1900 e luglio 2024 nel Mediterraneo sono stati registrati 46 maremoti, sette dei quali hanno provocato vittime. Numeri che evidenziano l’importanza del monitoraggio sismico e vulcanologico e della diffusione di informazioni corrette sui fenomeni che possono interessare le coste.
Rischio tsunami in Sicilia: cosa sapere
La presenza di uno sciame sismico non significa automaticamente che si verificherà un maremoto. La valutazione del rischio richiede l’analisi dei singoli terremoti, della loro magnitudo, della profondità e dell’eventuale deformazione del fondale marino. In situazioni di possibile rischio, è fondamentale fare riferimento agli aggiornamenti delle autorità competenti e della Protezione civile, evitando di confondere la possibilità teorica di un fenomeno con la conferma di un’allerta in corso. La conoscenza dei meccanismi che generano uno tsunami, insieme al monitoraggio e alla tempestiva comunicazione delle informazioni ufficiali, è essenziale per ridurre i rischi per le comunità costiere.














