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18 Aprile 2026
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Depositi costieri o turismo? Vibo Marina al bivio. L’allarme di Cascasi: “Siamo a uno spartiacque storico”

Il rinnovo ventennale delle concessioni rischia di congelare lo sviluppo della costa vibonese. L’imprenditore: “Così si blocca tutto: investimenti, lavoro e futuro”

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C’è un punto preciso che separa la possibilità di una rinascita turistica di Vibo Marina dal rischio di un definitivo immobilismo. Non è tecnico, non è burocratico, non è nemmeno economico in senso stretto. È politico. Si chiama depositi costieri. Una presenza che da anni incombe sullo sviluppo del porto e che rappresenta un corpo estraneo, tollerato per inerzia più che difeso per strategia. La conferenza stampa dell’imprenditore Francesco Cascasi ha riportato il caso al centro del dibattito. Quei depositi costieri, pugno nell’occhio alla vocazione turistica del territorio, rischia di diventare una pietra tombale su ogni ipotesi di sviluppo.

Francesco Cascasi non usa giri di parole. “Qui non siamo di fronte a una preoccupazione astratta. Siamo davanti a uno spartiacque storico. Se passa una concessione ventennale, Vibo Marina resta congelata per altri vent’anni”. Il problema non è la presenza industriale in sé. Il problema è dove e come. E soprattutto per quanto tempo.

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Vent’anni che valgono una generazione

L’incubo che si materializza è il rinnovo ventennale della concessione. Non una proroga tecnica ma una scelta di indirizzo. Come dire a un territorio: questo è il tuo destino per una generazione intera. “Vent’anni significano che io, come imprenditore, dovrei investire oggi sapendo che fino al 2045 lo scenario resterà questo – spiega Cascasi. Chi lo farebbe? Chi porterebbe una barca qui? Chi aprirebbe un albergo, un ristorante, un’attività legata al turismo nautico?”.

Il tempo, nel turismo, è tutto. Le decisioni di oggi disegnano l’immagine di domani. E un’immagine segnata da serbatoi petroliferi, vincoli di sicurezza, limitazioni all’affollamento è incompatibile con qualsiasi racconto turistico credibile. Non si tratta di demonizzare l’industria. Si tratta di riconoscere che industria e turismo non possono occupare lo stesso spazio fisico senza annullarsi a vicenda.

L’incompatibilità che l’Europa conosce da anni

In tutta Europa i grandi processi di rigenerazione costiera sono passati da una scelta chiara: delocalizzare le attività industriali incompatibili con la fruizione turistica e urbana. Porti turistici, marina, waterfront riqualificati nascono sempre da una separazione netta delle funzioni. A Vibo Marina questa scelta non è mai stata compiuta. “Io giro l’Europa in barca – racconta Cascasi – e non vado dove c’è un deposito costiero a ridosso del porto turistico. Non ci va nessuno. È una cosa ovvia, prima ancora che normativa”. Eppure, qui, l’ovvio diventa controverso. Si parla di coesistenza, di compromessi, di soluzioni tampone. Ma la realtà è che la percezione conta quanto la norma. E la percezione di rischio è già sufficiente a scoraggiare investimenti e presenze.

Il danno invisibile: quando il rischio diventa limite urbano

L’effetto dei depositi costieri non si misura solo in termini industriali. Si misura nello svuotamento progressivo dello spazio urbano. Negli anni, per mitigare il rischio, sono state introdotte limitazioni crescenti. Prima i parcheggi, poi gli affollamenti, poi le funzioni. Un lento processo di compressione che ha inciso direttamente sulla vita quotidiana di Vibo Marina. “Siamo passati da circa 300 posti auto – denuncia Cascasi – a poco più di 40. Questo significa che una persona, ad agosto, per andare a mangiare alla Rada dovrebbe parcheggiare lontano e farsi mezzo chilometro a piedi. È evidente che se ne va altrove”. La riduzione dei parcheggi non è un dettaglio. È il simbolo di una ritirata urbana. Lo spazio pubblico si restringe, le attività perdono accessibilità, la costa smette di essere vissuta. E se oggi questo accade alla ristorazione, domani potrebbe accadere al porto turistico, agli alberghi, all’intero sistema che dovrebbe sostenere lo sviluppo.

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Una delibera senza gambe

Il Consiglio comunale di Vibo Valentia ha votato all’unanimità la delocalizzazione dei depositi costieri. Un atto politicamente rilevante, ma rimasto sulla carta. Nessun cronoprogramma, nessuna azione concreta, nessuna strategia operativa. Solo una dichiarazione d’intenti. “Una delibera – osserva Cascasi – senza azione è solo un documento. Se non viene seguita da scelte operative, resta un gesto simbolico”. Nel frattempo, le conferenze dei servizi vanno avanti, i procedimenti amministrativi scorrono, le proroghe si avvicinano. E il rischio è che la politica, nel tentativo di non scontentare nessuno, finisca per condannare tutti.

Il grande equivoco: chi deve delocalizzare?

Uno dei nodi più controversi riguarda il ruolo delle istituzioni. Secondo Cascasi, l’idea che sia il Comune o la Regione a farsi carico della delocalizzazione è un errore strategico: “Se l’amministrazione si assume l’onere di trovare area e risorse, offre solo un alibi a chi non vuole spostarsi. Così nessuno si muove mai”. Il ruolo della politica, in questa visione, non è sostituirsi all’imprenditore, ma indicare una direzione chiara. Dire cosa si può fare e cosa no. Stabilire una vocazione. Difendere l’interesse pubblico. “O diciamo che questa è un’area industriale e allora smettiamo di parlare di turismo”, incalza Cascasi. “Oppure diciamo che è un’area turistica e allora l’industria incompatibile deve spostarsi. Le mezze misure non funzionano”.

L’area industriale che muore mentre il waterfront soffoca

Il paradosso è evidente. Da una parte un waterfront urbano che dovrebbe essere il motore turistico del territorio, ma è bloccato da funzioni incompatibili. Dall’altra un’area industriale vasta, infrastrutturata sulla carta, ma in realtà abbandonata, senza collegamenti adeguati, senza investimenti, senza insediamenti. “Abbiamo un’area industriale senza industrie – sintetizza Cascasi – e un’area turistica con l’industria. È l’inversione perfetta del buon senso”.

La mancanza di collegamenti stradali adeguati tra porto e area industriale impedisce anche soluzioni ibride. Non esiste un vero retroporto, non esiste una logistica funzionale. Tutto resta bloccato in una terra di mezzo che non produce né sviluppo industriale né sviluppo turistico.

Lavoro oggi o lavoro domani?

Il tema occupazionale è spesso usato come scudo. Si difendono i posti di lavoro esistenti per evitare scelte difficili. Ma il confronto va fatto sui numeri e sul lungo periodo. “Parliamo di qualche decina di addetti oggi. Il progetto turistico-nautico può generare centinaia di posti di lavoro diretti e indiretti”. Tra porto turistico, cantiere nautico, alberghi, ristorazione, servizi, l’impatto occupazionale stimato supera le 300 famiglie coinvolte a regime: “Non sto dicendo di cancellare il lavoro di qualcuno ma – precisa – sto dicendo di creare più lavoro, più stabile, più duraturo”. La vera domanda è politica: difendere l’esistente o costruire il futuro?

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L’immagine che allontana

Nel turismo, l’immagine è sostanza. Una barca che entra in porto, un turista che arriva, un investitore che valuta, guardano prima di tutto ciò che vedono. “Se l’immagine è quella di un porto schiacciato tra serbatoi e vincoli, nessuno sceglierà Vibo Marina – osserva Cascasi – Non perché Vibo non sia bella, ma perché non è percepita come sicura, libera, accogliente”. Le prossime scadenze amministrative, le conferenze dei servizi, le decisioni ministeriali renderanno inevitabile una scelta. Non decidere equivarrà a decidere per lo status quo. “Io sto iniziando a chiedermi se ha senso continuare. Non per mancanza di volontà, ma – ammette – perché non posso essere l’unico a credere nello sviluppo turistico di questo territorio”.

Vibo Marina oggi è davanti a un bivio storico. O diventa porta del turismo calabrese, o resta retrovia industriale senza prospettiva. In mezzo non c’è equilibrio. C’è solo immobilismo. E l’immobilismo, in Calabria, è sempre costato carissimo.

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