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18 Aprile 2026
18 Aprile 2026
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Tumore al seno, all’Unical uno studio apre alla silodosina come possibile arma: “Riduce la crescita delle cellule”

Uno studio dell’ateneo cosentino riposiziona un farmaco già usato per l’ipertrofia prostatica benigna. La ricerca è ancora preclinica ma apre nuove ipotesi terapeutiche

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Una molecola già nota alla clinica urologica potrebbe aprire scenari inattesi nella ricerca oncologica. È quanto emerge da uno studio condotto all’Università della Calabria (Unical), dove un gruppo di ricercatori ha osservato che la silodosina, farmaco utilizzato per l’ipertrofia prostatica benigna, mostra un’attività inibitoria sulle cellule del carcinoma mammario umano.

Il lavoro è stato sviluppato nei laboratori di Microbiologia, Igiene e Sanità Pubblica e di Biologia Molecolare, coordinati rispettivamente dal professor Michele Pellegrino e dalla professoressa Paola Tucci, ed è stato pubblicato sulla rivista scientifica Cell Death and Discovery, appartenente al gruppo Nature, elemento che ne sottolinea la rilevanza nel panorama della ricerca internazionale.

I risultati: blocco della proliferazione e induzione dell’apoptosi

I due docenti hanno spiegato che la ricerca ha avuto come obiettivo la valutazione del possibile effetto antitumorale della silodosina su cellule di tumore al seno umano, un ambito finora inesplorato per questa molecola. Secondo quanto riportato dai ricercatori, la silodosina sarebbe in grado di inibire la proliferazione delle cellule tumorali e di ridurne la crescita, agendo sia su forme estrogeno-responsive sia su quelle non responsive. Le osservazioni sperimentali indicano inoltre l’attivazione di meccanismi di arresto del ciclo cellulare e di apoptosi, cioè la morte programmata delle cellule tumorali.

Gli effetti non si limiterebbero alla crescita cellulare: lo studio evidenzia anche una riduzione della migrazione cellulare e della capacità delle cellule di organizzarsi in strutture tridimensionali che imitano il comportamento del tumore in vivo.

Un possibile effetto anche sul tumore triplo-negativo

Uno degli aspetti ritenuti più rilevanti riguarda l’attività osservata anche su forme considerate più aggressive, come il tumore al seno triplo-negativo, generalmente più difficile da trattare con le terapie ormonali disponibili.

Sempre secondo quanto dichiarato dai ricercatori all’AGI, la molecola mostrerebbe un possibile meccanismo d’azione “a doppio bersaglio”, non limitato al suo target farmacologico classico. La silodosina, infatti, sembrerebbe interagire anche con i recettori degli estrogeni, elementi centrali nella biologia di molte forme di carcinoma mammario.

Il riposizionamento farmacologico e la fase preclinica

Lo studio si inserisce nel filone del cosiddetto riposizionamento farmacologico, ovvero l’utilizzo di farmaci già approvati per nuove indicazioni terapeutiche. Un approccio che, spiegano i ricercatori, potrebbe accelerare i tempi della ricerca clinica e ridurre i costi rispetto allo sviluppo di nuove molecole.

Nonostante i risultati definiti “promettenti”, gli autori dello studio ribadiscono che si tratta ancora di una fase preclinica. Saranno necessari ulteriori passaggi sperimentali, a partire da modelli in vivo, fino ad arrivare a eventuali trial clinici sull’uomo, per verificare sicurezza ed efficacia terapeutica.

Un lavoro multidisciplinare nei laboratori dell’Unical

La ricerca è stata possibile grazie all’integrazione di competenze diverse, dalla biologia molecolare alla modellistica computazionale, fino alle analisi cellulari. Un approccio interdisciplinare che, secondo i coordinatori, ha permesso di ottenere una lettura più completa dei meccanismi osservati.

L’intero studio è stato realizzato nei laboratori dell’Università della Calabria, che viene indicata dai ricercatori come fulcro operativo e scientifico del progetto, a testimonianza del contributo che anche realtà accademiche italiane possono offrire alla ricerca oncologica internazionale. Le evidenze raccolte restano dunque circoscritte alla sperimentazione di laboratorio. Il passo verso una possibile applicazione clinica richiederà ulteriori verifiche scientifiche su ampia scala.

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