17 Agosto 2026
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“Diossine come falsi ormoni, così l’inquinamento marino colpisce la sfera sessuale”: l’ipotesi choc di Silvio Greco

Il biologo marino parla di interferenti endocrini, disturbi dello sviluppo e disfunzione erettile: “Una tesi destinata a creare polemiche, ci lavoro da anni”. L’allarme sui contaminanti che dai pesci arrivano fino all’uomo

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Le diossine e gli altri contaminanti persistenti scaricati in mare non scompaiono. Entrano negli organismi più piccoli, risalgono la catena alimentare, si accumulano nei grandi pesci e possono arrivare fino all’uomo. Una volta nel corpo, alcune di queste sostanze sono capaci di imitare gli ormoni e di interferire con il sistema endocrino. È l’ipotesi choc di Silvio Greco, uno dei più autorevoli biologi marini italiani, professore ordinario di Ecologia all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, vicepresidente della Stazione zoologica Anton Dohrn di Napoli e docente di Ecologia marina alla Pontificia Università Antonianum di Roma. Lo scienziato vibonese, ex assessore regionale ai tempi di Agazio Loiero, autore di oltre duecento pubblicazioni e protagonista di numerose spedizioni di ricerca nei mari del mondo, sei delle quali in Antartide, sostiene che gli effetti dell’inquinamento potrebbero spingersi fino allo sviluppo sessuale e alla funzione riproduttiva.

“Disturbi della sfera sessuale provocati dall’inquinamento”

“A mio avviso molti disturbi della sfera sessuale dei bambini e delle bambine, l’incapacità di erezione, sono provocati dall’inquinamento, in particolar modo dall’inquinamento da diossine”, ha affermato Greco durante la presentazione di “Il mare d’inverno”, il libro scritto insieme al procuratore Camillo Falvo. Il biologo sa di essersi inoltrato nel terreno più controverso e lo chiarisce prima ancora di formulare la propria tesi: “Questa cosa sicuramente creerà polemica”. Poi precisa: “È un mio personale avviso, sto lavorando da alcuni anni su queste cose”.

Non si tratta dunque di una conclusione scientifica definitiva, né del risultato di uno studio illustrato durante l’incontro, ma di un’ipotesi di ricerca sulla quale Greco afferma di essere ancora al lavoro. Il punto di partenza, però, è scientificamente riconosciuto: gli interferenti endocrini possono alterare il funzionamento del sistema ormonale e incidere sulla fertilità, sullo sviluppo e sulla salute riproduttiva. “L’organismo li riconosce come ormoni – spiega Greco- ma non sono ormoni. Sono veleni”.

La trappola dei “falsi ormoni”

Per spiegare il funzionamento degli interferenti endocrini, Greco ricorre all’immagine della chiave e della serratura. Ogni ormone possiede una struttura che gli consente di legarsi a un determinato recettore. Alcuni contaminanti, però, possono imitare quella forma e occupare il posto dell’ormone naturale. È questo il meccanismo che, secondo Greco, può alterare l’equilibrio ormonale, soprattutto durante le fasi più delicate dello sviluppo. “Gli inglesi li chiamano endocrine disruptor”, spiega. “Sono distruttori dei sistemi endocrini”. Il biologo cita in particolare le diossine e i contaminanti persistenti, sostanze capaci di rimanere a lungo nell’ambiente e di accumularsi negli organismi. Poi introduce la parte più controversa del suo intervento: “Io temo, e questa cosa che dirò sicuramente creerà polemica, ma voglio arrivare a chiudere un lavoro su queste cose. A mio avviso molti disturbi della sfera sessuale dei bambini e delle bambine, l’incapacità di erezione, sono provocati dall’inquinamento, in particolar modo dall’inquinamento da diossine”, sostiene. Subito dopo, però, delimita la portata della propria affermazione: “È un mio personale avviso. Sto lavorando da alcuni anni su queste cose”.

Il pesce spada e i contaminanti nel piatto

Ma come possono queste sostanze arrivare all’organismo umano? La strada indicata da Greco attraversa la catena alimentare marina. “Dato che la rete trofica marina è una rete grande, i predatori di vertice, cioè il tonno, il pesce spada e i pesci che vivono molto, accumulano una grande quantità sia di plastica sia di contaminanti persistenti”, afferma. Il biologo porta l’esempio di una porzione di un grande pesce spada data a una bambina. Non sostiene che ogni esemplare sia pericoloso e durante l’incontro non presenta analisi riferite a specifici prodotti commerciali. Utilizza quell’immagine per spiegare il fenomeno della bioaccumulazione: più un animale vive a lungo e si trova in alto nella catena alimentare, maggiore può essere la quantità di contaminanti accumulati nei suoi tessuti. Greco cita “diossine, metalli e farmaci” e poi indica l’ultimo anello della catena: “I veri predatori di vertice siamo noi. All’apice della catena trofica ci siamo noi e, ovviamente, poi noi ci contaminiamo”. Il mare, dunque, non è un ambiente separato dall’uomo. “Questo è il meccanismo”, insiste il biologo: ciò che viene disperso nell’acqua può passare da un organismo all’altro e ritornare sulla terraferma attraverso il cibo.

“Nei mari calabresi 139mila frammenti di microplastiche”

La plastica rappresenta uno dei principali veicoli di questa contaminazione. Greco cita un dato impressionante: “Noi nei mari calabresi, come nei mari italiani, abbiamo 139mila frammenti di microplastiche per chilometro quadrato di mare”. La parte galleggiante, spiega, sarebbe soltanto una quota ridotta di quella complessivamente dispersa nell’ambiente. “Nessuno dice che la plastica visibile in superficie rappresenta soltanto tra il 3 e il 5 per cento”, osserva. Il resto può scendere lungo la colonna d’acqua, raggiungere i fondali oppure essere ingerito dagli organismi. “Quei frammenti non sono soltanto sul fondo, sono negli organismi”, avverte. È ciò che accade ai copepodi, minuscoli crostacei appartenenti allo zooplancton e fondamentali per l’equilibrio dell’ecosistema marino. “Noi abbiamo dei filmati che mostrano i copepodi che abbandonano le prede abituali e vanno a mangiare sulle fibre di plastica. Abbiamo proprio i filmati”, racconta Greco. Il passaggio successivo è quello verso i pesci: “Il copepode poi muore, però prima di morire viene mangiato dai piccoli pesci, che accumulano quella plastica insieme al resto dei contaminanti”.

“Nel mare stiamo trovando anche antibiotici”

Non ci sono soltanto microplastiche e diossine. Greco apre un altro fronte, quello dei residui farmaceutici presenti nell’ambiente marino. “Ora si è aperto un grande fronte dei farmaci”, afferma. “Nel mare stiamo trovando antibiotici”. La presenza di queste sostanze può essere collegata agli scarichi urbani, ospedalieri, industriali e agli allevamenti. I sistemi di depurazione convenzionali non sempre riescono a eliminare completamente tutte le molecole. Greco non indica durante l’intervento singoli punti di campionamento o concentrazioni riferite a uno specifico tratto della costa calabrese. Il suo è un allarme generale su una contaminazione che non produce necessariamente schiuma, cattivi odori o cambiamenti nel colore dell’acqua.

“La maggior parte dell’inquinamento è invisibile”

È proprio questo uno dei concetti sui quali il biologo insiste maggiormente: “La maggior parte delle forme di inquinamento sono invisibili”. Il mare verde, la striscia marrone o il materiale galleggiante allarmano perché sono immediatamente riconoscibili ma il colore, avverte Greco, non basta per stabilire lo stato di salute dell’acqua. “Le alghe sono brutte da vedere, ma non sono tossiche e non creano problemi alla cute del bambino”. Il paradosso è evidente: un’acqua sgradevole alla vista può non essere pericolosa, mentre diossine, Pcb, metalli, farmaci e microplastiche possono trovarsi nell’ambiente senza lasciare segnali visibili dalla riva. “Capisco la famiglia che vede il mare verde e non vuole fare entrare il bambino”, osserva Greco. Ma il vero problema, secondo il biologo, è rappresentato da tutto ciò che non si vede.

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