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25 Maggio 2026
25 Maggio 2026
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Il chirurgo vibonese dei trapianti Bruno Nardo al TEDx: “Vi spiego perché in Calabria si può fare medicina avanzata”

Il medico vibonese racconta la ragazza salvata da una tecnica mai tentata prima, l’appello sulla donazione degli organi e la sfida di riportare alta chirurgia in Calabria

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Ci sono scelte che cambiano la vita di chi le compie. E poi ci sono scelte che cambiano la vita degli altri. Per un chirurgo, la differenza può stare in una notte, in una sala operatoria, davanti a un paziente in coma, quando bisogna decidere se operare, non operare, rischiare, fermarsi, tentare una strada mai percorsa. È stato questo il cuore dell’intervento di Bruno Nardo al TEDx Vibo Valentia. Un racconto partito dalla sua città natale, Vibo Valentia, dal liceo classico Michele Morelli, e arrivato fino ai grandi centri della chirurgia internazionale, passando per Bologna, Pittsburgh, i trapianti di fegato, la ricerca sperimentale, il ritorno in Calabria e l’appello sulla donazione degli organi.

Nardo non ha portato sul palco soltanto una biografia professionale. Ha raccontato il peso umano della medicina. La responsabilità del chirurgo quando resta solo davanti al limite. Il valore di una scelta consapevole. E soprattutto una convinzione netta: anche in Calabria si può fare sanità di qualità, formazione avanzata, chirurgia moderna.

Dal Morelli a Bologna: la prima scelta lontano da Vibo

Nardo ha aperto il suo intervento con un ritorno emotivo alle origini. Ha ricordato di essere tornato nella sua città natale, Vibo Valentia, in un teatro appena inaugurato dopo tanti anni, definendo la serata “molto particolare”. Poi ha ripercorso la prima grande decisione della sua vita: lasciare la Calabria a 18 anni, dopo il liceo classico Michele Morelli, per iscriversi alla facoltà di Medicina e Chirurgia.

La destinazione fu Bologna. Una città scelta per la sua storia, per l’università, per l’attrazione culturale e scientifica che esercitava su un giovane studente calabrese. “Andare a Bologna per me significava cambiare vita”, ha raccontato, collegando quella scelta alla propria formazione medica, scientifica e culturale. Quello che non poteva immaginare, ha spiegato, era il primo incontro con la chirurgia sperimentale. Il suo primo “paziente”, al Sant’Orsola, fu un maiale destinato alla ricerca sui trapianti di fegato. Erano gli anni Ottanta, quando a Bologna si studiavano i meccanismi per rendere possibile una nuova frontiera della medicina: il trapianto di fegato.

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Il primo trapianto di fegato e la vita che dipende da una decisione

Il racconto si è spostato poi al 1986, anno del primo trapianto di fegato a Bologna. Nardo ha ricordato il professor Gozzetti, suo maestro, e la prima paziente trapiantata. Una storia che per lui non fu solo un passaggio scientifico, ma l’anticipazione di una vita professionale interamente segnata dalla chirurgia epatica.

Il punto centrale, però, è arrivato quando il chirurgo ha spiegato cosa significhi scegliere in medicina. “Noi non facciamo soltanto delle scelte che cambiano la nostra vita”, ha detto, “ma facciamo anche delle scelte che a volte cambiano la vita del paziente, in un senso o nell’altro”. Una frase che racchiude il senso dell’intervento: il chirurgo decide anche quando non opera. Decide quando ritiene che un intervento possa salvare una vita, ma anche quando capisce che operare sarebbe un atto non necessario o non giusto. La sala operatoria, nel racconto di Nardo, non è il luogo dell’onnipotenza tecnica. È il luogo del limite, della responsabilità e del silenzio.

Pittsburgh, la ricerca e la chirurgia dei trapianti

Dopo Bologna arrivò un’altra scelta decisiva: lasciare temporaneamente l’Italia per andare negli Stati Uniti, a Pittsburgh, a imparare la ricerca nel campo dei trapianti. Nardo ha raccontato di essersi dedicato alla microchirurgia sperimentale e di avere lavorato con uno dei pionieri mondiali dei trapianti di fegato. Fu una fase fondamentale per la sua formazione. Non solo chirurgia praticata, ma ricerca applicata, modelli sperimentali, studio dei meccanismi che poi possono essere trasferiti alla clinica. È quella che lui stesso ha definito ricerca traslazionale: il sapere scientifico che deve diventare vantaggio concreto per il paziente.

Negli anni successivi, la sua carriera si è intrecciata con l’attività chirurgica, accademica e didattica. Dalla specializzazione in chirurgia generale nel 1990 ai congressi, dai prelievi di organi ai trapianti, dalla chirurgia del fegato a quella del pancreas e delle vie biliari, Nardo ha raccontato un percorso costruito dentro le sale operatorie e accanto ai maestri che lo hanno formato.

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Il congresso a Vibo e l’incontro con Dulbecco

Tra i momenti che Nardo ha indicato come decisivi c’è anche un passaggio vibonese: il congresso nazionale dei giovani chirurghi organizzato a Vibo Valentia nel 2002, con oltre 600 iscritti. In quell’occasione, racconta, incontrò a Lugano il professor Renato Dulbecco, premio Nobel per la Medicina, ottenendo un’intervista da presentare all’inaugurazione dell’evento.

Un confronto con un gigante della scienza che, ha spiegato, rappresentò un altro momento capace di lasciare un segno nella sua vita professionale. Anche qui ritorna il filo del monologo: le scelte non sono mai soltanto geografiche o lavorative. Sono incontri, maestri, svolte, occasioni che aprono nuove strade.

Il libro e la solitudine del chirurgo

Nel suo intervento Nardo ha citato anche il libro pubblicato nel marzo 2026, “Il chirurgo e le riflessioni del peritoneo”, un testo che raccoglie oltre trent’anni di attività chirurgica e riflessioni sul pensiero umano. Il titolo nasce dal riferimento al peritoneo, la membrana che riveste la cavità addominale, ma viene utilizzato come metafora della riflessione interiore del medico.

Nel libro, ha spiegato, c’è il tema del chirurgo che si trova da solo in sala operatoria a scegliere, o talvolta a non scegliere, di operare un paziente. Dentro questa esperienza entrano il silenzio, la responsabilità, i limiti della tecnica e dell’uomo. È uno dei passaggi più importanti del discorso: la medicina non come esercizio freddo di competenza, ma come confronto continuo con la fragilità della vita e con il peso delle decisioni.

La carezza al fegato donato: “Mi ha cambiato il senso del fare prelievi di organi”

Il momento più toccante è arrivato quando Nardo ha raccontato un episodio avvenuto anni fa a Pisa, durante un prelievo di organi. Uscendo dalla sala operatoria con il contenitore termico in cui era custodito un fegato destinato a Bologna per il trapianto, incontrò il genitore del ragazzo ventenne da cui era stato prelevato l’organo.

Quel padre, ha raccontato, diede una carezza al contenitore con grande compostezza. Una scena che lo ha segnato profondamente: quella carezza, ha spiegato, “mi ha cambiato il senso del fare prelievi di organi in giro per l’Italia”. Da qui è partito l’appello più forte alla Calabria. Nardo ha ricordato che la regione è tra le ultime in Italia per la donazione degli organi e ha parlato di una forte opposizione alla donazione. La sua presenza al TEDx, ha detto, voleva essere anche un messaggio per superare questa resistenza. “La Calabria merita un miglioramento anche nel settore delle donazioni”, ha affermato.

“Anche a 90 anni si può fare un gesto d’amore”

Nardo ha voluto sfatare anche un luogo comune: quello secondo cui a una certa età non si possa più donare. Ha ricordato di avere effettuato a Padova un trapianto di fegato da una donatrice di 99 anni. Da qui il messaggio rivolto al pubblico: anche le persone anziane possono ancora compiere un gesto fondamentale. “Anche a 90 anni si può fare un gesto d’amore donando un fegato al momento della morte cerebrale”. Una frase che trasforma il discorso scientifico in appello civile. La donazione non è soltanto un tema sanitario. È una scelta culturale, familiare, comunitaria. È la possibilità di continuare a generare vita anche quando una vita finisce.

Il ritorno definitivo in Calabria

Nel 2019 arriva un’altra svolta: il ritorno definitivo in Calabria. Nardo lascia l’Alma Mater di Bologna, dove era professore universitario, e sceglie di rientrare all’Annunziata di Cosenza. Una decisione presa anche grazie alla moglie, che ha definito parte importantissima della scelta e del lavoro comune. Il rientro, però, porta con sé anche una consapevolezza amara: in Calabria i trapianti di fegato ancora non si fanno e molti pazienti continuano ad andare al Nord. Eppure, secondo Nardo, le condizioni per sviluppare un percorso avanzato ci sarebbero. “Qua in Calabria ci sarebbero le condizioni per fare quello che noi facevamo a Bologna”, ha detto, ricordando di avere eseguito personalmente centinaia di trapianti di fegato.

La ragazza salvata da una tecnica mai tentata prima

Nel finale, Nardo ha raccontato una storia che da sola vale il senso del TEDx. Una ragazza di 25 anni era in coma per un’epatite fulminante. In quella notte, ha spiegato, c’era soltanto la possibilità del trapianto di fegato, ma un altro ragazzo, a Torino, era contemporaneamente in coma e in attesa dello stesso organo. In una situazione drammatica, sulla base degli studi sperimentali condotti sui ratti negli anni precedenti, Nardo propose ai genitori della giovane una tecnica mai applicata prima al mondo in quel contesto: l’arterializzazione. Una scelta compiuta “per disperazione”, ha raccontato, nel 2003. Dopo 48 ore, la ragazza si svegliò e non ebbe più bisogno del trapianto. Oggi, ha detto Nardo, quella donna ha quasi 50 anni, è sposata, ha tre figli e si gode la vita.

La Calabria della robotica e dei giovani che restano

Nardo ha chiuso il suo intervento parlando anche di chirurgia robotica e del robot Da Vinci presente all’ospedale Annunziata di Cosenza. Ha spiegato che non è il robot a operare da solo: è il chirurgo che lavora, mentre il sistema trasmette alle braccia robotiche i movimenti e la precisione della sua manualità. Per lui è un segnale importante: in Calabria si può fare tecnologia avanzata e si possono formare giovani medici. Da direttore della scuola di specializzazione in Chirurgia generale a Cosenza, ha sottolineato con orgoglio che cinque specializzandi hanno scelto di restare in Calabria, invece di formarsi in grandi sedi del Centro-Nord. Il pensiero finale è stato per Lorenzo Rende, uno specializzando calabrese del suo reparto, morto per una grave malattia. Nardo ha dedicato a lui il libro e la sua presenza al TEDx.

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