9 Settembre 2026
9 Settembre 2026
spot_img

Il miraggio del segno meno: la Calabria che perde giovani e festeggia la statistica dei Neet

Il calo dei ragazzi che non studiano e non lavorano racconta solo una parte della storia. Tra emigrazione, servizi che mancano, laureati che se ne vanno e politiche rivolte a una platea ristretta, il dato va letto con molta cautela

spot_img
spot_img

C’è un modo molto semplice per ridurre la percentuale dei giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione: fare in modo che una parte di quei giovani se ne vada.
Nel 2025 la quota dei Neet (acronimo dall’inglese Not in Education, Employment or Training) calabresi tra i 15 e i 34 anni si attesta al 24,3%. È un dato – quello analizzato da il Sole 24 Ore sulla base dei dati raccolti dalla fondazione Dedalo – ancora molto alto, che colloca la Calabria al terzo posto in Italia, dietro Campania e Sicilia, contro una media nazionale del 15,6% e una media europea del 12%. Eppure il dato viene accolto anche alla luce del calo registrato nell’ultimo periodo.
In dodici mesi la percentuale diminuisce di 4,4 punti, passando dal 31,3% di inizio 2024 al 24,2% del secondo trimestre 2025. Il calo è reale, ma da solo non racconta cosa sta succedendo. Un tasso, infatti, dipende sia da chi compone il gruppo considerato sia da chi ne esce. E in Calabria una parte consistente dei giovani continua a lasciare la regione.
Il punto, quindi, non è negare il miglioramento dell’indicatore, ma capire quanto di quel miglioramento dipenda da un aumento delle opportunità e quanto, invece, dalla progressiva riduzione della popolazione giovanile.
Guardando alla fascia 15-29 anni, quella utilizzata nei principali confronti europei, il quadro resta particolarmente pesante. Nel 2024 la Calabria registra il dato peggiore d’Italia, con il 26,2% di Neet.
Su scala continentale, soltanto angoli remoti come la Guyana francese o il Sud-Est rumeno fanno registrare numeri più impietosi.

I giovani che partono

Le migrazioni interne aiutano a leggere meglio quel numero. Nel biennio 2024-2025 quasi otto calabresi ogni mille residenti si sono trasferiti verso il Centro-Nord. È il tasso di emigratorietà più alto tra le regioni meridionali. In provincia di Crotone si arriva al 9,5 per mille, il dato più alto d’Italia.
Il fenomeno riguarda in modo particolare i giovani con un livello di istruzione elevato. Tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso circa 150mila giovani laureati. La Calabria è tra le regioni maggiormente interessate dalla mobilità in uscita: solo il 59,2% di chi consegue una laurea rimane sul territorio.
Secondo le elaborazioni Svimez, nel Mezzogiorno per ogni giovane laureato che trova un lavoro nella propria area di origine, quasi due si spostano altrove. Numeri che aiutano a comprendere meglio quel 24,3% di Neet. Chi parte, naturalmente, non rientra più nelle statistiche locali sulla popolazione inattiva.
Il miglioramento dell’indicatore può quindi convivere con un problema molto serio: la perdita di una parte della popolazione che dovrebbe rappresentare il futuro della regione.

Le donne pagano il prezzo più alto

Per quel che riguarda le donne la situazione è ancora più difficile. In Calabria il 29,4% delle giovani donne è Neet, contro il 19,2% degli uomini della stessa fascia d’età. La differenza supera i dieci punti percentuali e il valore annuale arriva al 29,9%.
Uno dei motivi riguarda il lavoro di cura. Il 27% delle ragazze inattive spiega di non poter cercare un’occupazione perché impegnata in responsabilità familiari e nella gestione della casa. Tra gli uomini la quota è appena del 3%.
È anche il risultato di una rete di servizi che resta insufficiente.
La Calabria è ultima in Italia per copertura degli asili nido: solo il 22,8% dei bambini tra zero e due anni trova posto nei servizi, circa dieci punti sotto la media nazionale e molto lontano dall’obiettivo europeo del 45%.
Quando i servizi non ci sono, una parte del lavoro di cura finisce inevitabilmente sulle famiglie e, soprattutto, sulle donne. Il risultato si vede anche nel mercato del lavoro: il tasso di occupazione femminile complessivo si ferma al 35,8%, tra i valori più bassi d’Europa.

La laurea non basta

In Italia il livello di istruzione continua a fare una grande differenza. Il tasso di Neet scende dal 39,8% tra chi ha la sola licenza media al 9,8% tra chi ha completato l’università.
In Calabria, invece, la distanza si riduce molto. Il tasso è del 26,4% tra i diplomati, del 22,6% tra i laureati e del 21,8% tra chi si è fermato alla scuola media.
Una spiegazione può essere cercata anche più indietro, nel percorso scolastico e formativo. Alle scuole medie il 50,8% degli studenti calabresi presenta competenze alfabetiche inadeguate e quasi il 60% evidenzia difficoltà in matematica.
La Calabria registra inoltre uno dei dati peggiori in Italia sulla formazione continua degli adulti, ferma al 7,2%, e sulle competenze digitali di base, che raggiungono appena il 32,2%.

Il problema dei Neet, quindi, non inizia quando un ragazzo esce dalla scuola e non trova un lavoro. Arriva da un percorso molto più lungo, nel quale istruzione, competenze e opportunità si accumulano o, al contrario, si perdono.

Sette milioni per una platea molto più grande

Nel tentativo di intervenire sul fenomeno, la Regione ha varato la misura “Lavoro Giovani Calabria”, con una dotazione di sette milioni di euro destinata a tirocini extracurriculari per under 35. L’indennità prevista è di 650 euro lordi al mese, per una durata compresa tra sei e dodici mesi.
I numeri aiutano a capire le dimensioni dell’intervento. Con sette milioni di euro si possono finanziare al massimo circa 1.800 tirocini di sei mesi. Se la durata arriva a un anno, il numero scende a circa 900.
Non è di per sé una ragione per considerare inutile la misura, ma è evidente che la platea raggiungibile resta molto più piccola rispetto al numero dei giovani che avrebbero bisogno di un percorso di inserimento.
C’è poi un altro elemento da considerare. Per accedere al programma bisogna essere registrati al Centro per l’impiego e rientrare nei primi tre cluster del Programma Gol. Il Percorso 4, quello dedicato al “Lavoro e inclusione”, resta escluso.
È proprio la fascia che comprende giovani con maggiori fragilità personali e sociali, persone scoraggiate, disoccupati di lunga durata o giovani alle prese con carichi familiari importanti. Una parte di loro, peraltro, è proprio quella che più difficilmente entra spontaneamente in contatto con i Centri per l’impiego.
Il rischio è quindi quello di concentrare le risorse su chi è già relativamente vicino al mercato del lavoro, lasciando più lontani coloro che avrebbero bisogno di un accompagnamento più forte.

Quattro assessorati, un solo problema

A complicare il quadro c’è anche la distribuzione delle competenze. La questione giovanile coinvolge almeno quattro assessorati regionali: Politiche attive del lavoro, Istruzione e Politiche giovanili, Inclusione sociale e Welfare e Programmazione dei Fondi europei.
È una divisione comprensibile dal punto di vista amministrativo, ma che può rendere più difficile costruire una strategia unitaria. Lavoro, istruzione, servizi sociali e utilizzo delle risorse europee sono pezzi della stessa storia. Se vengono gestiti separatamente, il rischio è che ciascuno intervenga sul proprio segmento senza una lettura complessiva del problema.

La statistica non basta

A questo punto la domanda è semplice: la Calabria sta davvero riducendo il fenomeno dei Neet o sta anche beneficiando del fatto che una parte dei suoi giovani se ne va?
Per rispondere servirebbero dati che consentano di misurare quello che accade dopo gli annunci e dopo i bandi. Quanti under 35 sono stati effettivamente presi in carico dai Centri per l’impiego nell’ultimo anno e mezzo?
Quanti tirocini di “Lavoro Giovani Calabria” sono partiti davvero dopo le finestre di avvio del 2026?
E quanti, una volta conclusi, hanno portato a un contratto di lavoro nei sei mesi successivi?
Infine, quanti giovani sono rimasti fuori perché non rientravano nei percorsi previsti dal programma?
Sono informazioni che dovrebbero già essere disponibili negli archivi regionali. Renderle pubbliche permetterebbe di capire molto più del semplice andamento di una percentuale.

Perché un indicatore può migliorare anche quando il problema resta. E una regione può vantare meno Neet mentre perde giovani, laureati e famiglie. In quel caso il segno meno davanti a una statistica non sarebbe necessariamente una buona notizia.
Sarebbe soltanto il segno di una Calabria che ha sempre meno ragazzi da contare.

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

ARTICOLI CORRELATI

spot_img

ULTIME NOTIZIE

spot_img
× Sponsor