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19 Maggio 2026
19 Maggio 2026
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Con le unghie e con i denti: il Cosenza non vola, ma resiste. Ora la palla passa alla società

Dal campo alle polemiche societarie, passando per l’infortunio di Mazzocchi: il girone d’andata dei rossoblù è una prova di resistenza che merita rispetto

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Il Cosenza visto contro la Cavese è una squadra che arriva al traguardo del girone d’andata con il fiato corto, le gambe pesanti e la testa in affanno. Ma è anche una squadra che, proprio quando sembra sul punto di cedere, si aggrappa alla partita con le unghie e con i denti.

Il 2-1 finale è una storia di resistenza, quasi una lotta di sopravvivenza sportiva. I Lupi partono forte, colpiscono, poi lentamente si abbassano, si difendono, soffrono. La Cavese cresce, riapre la gara, mette paura fino all’ultimo pallone. Ma i Lupi non cedono. Tremano, ma restano in piedi.

La fatica nelle gambe, il carattere nella testa

Nel secondo tempo la stanchezza è evidente. I cambi sono obbligati, le rotazioni ridotte, le energie centellinate. Buscè lo ha ammesso senza alibi: “La carica era a terra”.
Eppure il Cosenza non si disgrega. Subisce un solo tiro nello specchio – un eurogol – e per il resto tiene, sporca, resiste.

È una sofferenza lucida, non confusa. Una squadra che sa quando abbassarsi e quando stringere i denti. Non c’è brillantezza, ma c’è identità. E questo, a dicembre, pesa più di qualsiasi schema.

L’assenza di Mazzocchi e il filo invisibile del gruppo

In un Cosenza corto e stanco, pesa l’assenza di Mazzocchi, costretto a uno stop lungo. L’attaccante ha voluto però parlare al gruppo e alla città, nella giornata di ieri, affidandosi a Instagram dopo l’intervento alla spalla: “Purtroppo dovrò stare fermo per un po’ di tempo. L’intervento è riuscito… Ringrazio compagni, staff e tifosi. Torno presto”.

Parole che raccontano un’assenza fisica, ma non emotiva. Anche chi è fuori resta dentro al progetto, dentro al sacrificio quotidiano. Ed è un dettaglio che spiega molte cose di questo Cosenza. Lo dimostra il gesto attento dei compagni, che prontamente esibiscono la maglia del 30 rossoblù dedicandogli la prima rete del match.

Questo gruppo è più solido che mai.

Metà campionato: nato nella polemica, vivo nella polemica

Il bilancio di metà stagione non può prescindere dal contesto. Questo Cosenza è nato tra le polemiche ed è ancora immerso nella polemica piena. Il rapporto tra società e tifoseria resta più che teso, il progetto tecnico non è mai stato davvero raccontato, il piano per la stagione in corso appare ancora nebuloso. Eppure, mentre tutto attorno rumoreggia, la squadra va avanti.

È qui che emerge la figura centrale di questa annata fino ad oggi: Antonio Buscè.

Buscè, più che allenatore

Buscè non è solo un tecnico. In questo Cosenza ha dimostrato di essere maestro, educatore, padre. È la figura che ha schermato il gruppo da ciò che accade fuori, che lo isola dal caos, che ne tempra mente e spirito.

Unisce, indirizza, protegge. Trasforma le difficoltà in cemento. Ed è grazie a questo lavoro invisibile che i Lupi riescono a stare stabilmente tra le prime quattro del girone, contro ogni previsione.

Riprendersi da una retrocessione non è mai semplice. Farlo con le premesse che c’erano a Cosenza sembrava il classico passaggio del cammello nella cruna di un ago. E invece l’allenatore di Gragnano arriva e sovverte il pronostico, riuscendo là dove in molti vedevano solo macerie.

Il nodo società e un bivio che non ammette alibi

Ora però il discorso si sposta inevitabilmente fuori dal campo. Perché se il Cosenza ha dimostrato di avere un’anima, un’identità e una guida credibile, resta aperta la questione più delicata: la società.

È già da qualche settimana che parliamo in merito al mercato di gennaio, e non potrebbe essere altrimenti. Ma la piazza osserva con diffidenza, perché con Guarascio al vertice l’esperienza insegna prudenza, se non scetticismo. Il presidente ha abituato Cosenza a colpi last minute, spesso più legati alla convenienza economica che a un reale progetto sportivo. Una prassi che questo Cosenza di Buscè non può permettersi, se davvero si vuole continuare a lottare per qualcosa che vada oltre la semplice sopravvivenza.

Negli ultimi giorni è stato lo stesso allenatore a lanciare segnali rassicuranti, provando ancora una volta a fare da scudo al gruppo. Ma la fiducia, oggi, non basta più: serve concretezza. Perché sarebbe un rimpianto enorme non sostenere quanto di così bello è stato costruito, con fatica e competenza, da un tecnico e da uno spogliatoio che hanno già dato ben oltre il dovuto.

Lasciar scivolare l’ennesima opportunità, non per limiti sportivi ma per incapacità, attendismo e mancanza di visione, sarebbe l’ennesimo sacrilegio. Uno dei tanti schiaffi a una città stanca di subire e a un gruppo che ha dimostrato, sul campo, di meritare rispetto.

Il Cosenza è stanco, sì. Ma è vivo.
Ora tocca alla società decidere da che parte stare.

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