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26 Gennaio 2026
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Dal sogno al silenzio, il Cosenza si sgretola a Catania: è la fine del miracolo di Buscè?

Al Massimino emerge tutta la crisi dei Lupi: gioco, testa e identità smarriti: quattro gare senza vittorie, zero tiri in porta

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È ormai inevitabile ammetterlo: qualcosa nel Cosenza di Buscè si è rotto. Se fino a poche settimane fa i risultati erano l’unico pilastro capace di tenere in piedi una stagione sorprendente, oggi anche quello ha cominciato a sgretolarsi.

La sconfitta di Catania non è un semplice passo falso, ma una disfatta sotto ogni profilo, che certifica la quarta partita consecutiva senza vittoria e un digiuno che dura dalla ripresa dopo la pausa natalizia. Il crollo è evidente, tanto sul piano mentale quanto su quello tecnico.

Una partita senza reazione

Il 2-0 del Massimino racconta una gara mai realmente in discussione. Il Catania ha imposto ritmo, ordine e qualità, trovando il vantaggio con Jimenez dopo un contropiede fulmineo e chiudendo i conti nella ripresa con Lunetta.

Il Cosenza, al contrario, è rimasto inerme spettatore. L’unica vera occasione arriva soltanto al 69’, su calcio piazzato di Emmausso, respinto da Dini. Un episodio isolato che fotografa una prestazione allarmante: zero tiri in porta, nessuna pressione reale, nessuna reazione emotiva.

I singoli smarriscono l’identità

Il calo è collettivo, ma coinvolge in modo evidente anche quei giocatori che avevano dato spessore e personalità alla squadra.

Garritano appare lontanissimo dalla sua miglior versione: impreciso, macchinoso, protagonista in negativo anche nell’azione che apre il contropiede del vantaggio etneo. Ricciardi è spesso fuori dal gioco, prevedibile, incapace di incidere come in passato.

E poi c’è Langella, che non disegna più le sue geometrie né detta i tempi in mezzo al campo. Il regista si è spento e con lui una manovra che oggi appare lenta, scollegata e facilmente leggibile dagli avversari. Un calo diffuso, evidente dalla gara con il Monopoli in avanti.

Sicuramente la stanchezza di una squadra spremuta sempre al massimo incide, ma è davvero solo questo?

Buscè, il silenzio e i segnali

Anche Buscè, l’uomo che aveva plasmato un autentico miracolo sportivo, sembra aver perso bussola e mordente. Le scelte non incidono, i cambi non modificano l’inerzia delle partite e la squadra non riesce a reagire alle difficoltà.

A pesare è anche la mancata presenza in conferenza stampa nel post-partita. Assenza decisa dalla società, certo, ma è un silenzio che alimenta interrogativi e rafforza la sensazione che la frattura non sia più solo tra piazza e società, ma possa riguardare anche lo spogliatoio.

I cambi finali e quella possibile “frecciatina”

Nel finale di gara, con il risultato ormai compromesso, Buscè opta per l’ingresso di giocatori giovanissimi, elementi di prospettiva ma probabilmente troppo inesperti per poter incidere o cambiare il volto di una partita di quel livello.

Scelte che, dal punto di vista tecnico, non producono effetti, ma che possono essere lette anche come un segnale. Una sorta di messaggio, forse involontario, forse calcolato, alla proprietà: con questo organico, con queste alternative, andare oltre certi limiti diventa complicato. Non una protesta esplicita, ma un gesto che lascia spazio all’interpretazione.

La posizione della società

Nel dopo gara ha parlato il direttore sportivo Domenico Roma, che ha provato a stemperare il clima:

“Sapevamo che affrontare un Catania in salute era difficile, ma questo non deve essere assolutamente una giustificazione. Il momento è particolare e delicato: abbiamo una sessione di calcio mercato ancora aperta e servono lucidità e serenità, consapevoli che sono ancora diverse le partite da affrontare e consapevoli delle potenzialità che la nostra squadra ha. Dobbiamo serrare i ranghi, nella massima condivisione e continuare a lavorare senza distrazioni, comprendendo le dinamiche di un campionato e di un girone particolarmente complicate e mai scontate”.

Parole che invitano alla calma, ma che faticano a trovare riscontro sul campo.

Crepe profonde, non solo tecniche

Il Cosenza appare oggi una squadra svuotata, che fatica a riconoscersi. E quando il rendimento crolla così rapidamente, le cause raramente sono solo tattiche.

In Giappone, quando un oggetto si rompe, si pratica il kintsugi: le crepe vengono riparate con l’oro, rendendo l’oggetto ancora più prezioso. È una metafora che calza a pennello. Se il Cosenza vuole provare a risalire, serve un intervento profondo, che non può limitarsi al solo mercato.

Occorre ricucire il rapporto con la città, con i tifosi, con un ambiente che oggi appare distante e sfiduciato. Tutto ciò che, nei fatti, è anni luce lontano dall’attuale gestione Guarascio, verso la quale ormai nessuno nutre più reali speranze. Una tendenza di rotta che sembra non voler cambiare mai, alla luce degli ultimi addii.

I titoli di coda si avvicinano

Il miracolo del Cosenza di Buscè era un barca che aveva già grosse falle nello scafo. Fragile, appesantita da problemi strutturali mai risolti, da un contesto societario logoro e da un rapporto con la piazza sempre più distante. Eppure, quella barca era riuscita a restare a galla.

A tenerla su non erano certo le condizioni del mare, né la solidità dell’imbarcazione, ma la forza dei risultati, la compattezza del gruppo e prestazioni che andavano oltre i limiti reali. Ogni vittoria era una secchiata d’acqua buttata fuori, ogni buona partita un colpo di remi controcorrente.

Ora però il mare si è fatto più mosso, le energie sono calate e le falle sono diventate troppo grandi. L’acqua entra da più parti: gioco che non c’è più, fiducia evaporata, segnali di frattura evidenti dentro e fuori dal campo. La barca non affonda di colpo, ma scricchiola, si inclina, perde rotta.

E quando i risultati smettono di sorreggere tutto il resto, resta solo la realtà nuda: senza interventi strutturali, nessuna imbarcazione può reggere a lungo, nemmeno quella che per mesi aveva sfidato ogni previsione.

Il rischio, oggi, è che il Cosenza continui a galleggiare solo per inerzia, aspettando l’onda decisiva. Evitarla richiede scelte forti, immediate, condivise. Altrimenti, più che una tempesta improvvisa, sarà un lento e inevitabile affondare…l’ennesimo.

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