Aveva ottenuto l’autorizzazione del magistrato di Sorveglianza di Catanzaro per partecipare ai funerali del fratello, morto prematuramente all’età di 59 anni. Avrebbe potuto prendere parte per tre ore alla veglia funebre a Siano, ma dalla Casa circondariale di Catanzaro non è mai stato tradotto. Al detenuto, identificato con le iniziali D.F.G., sarebbe stato così impedito di dare l’ultimo saluto al proprio congiunto. A denunciare quanto accaduto è l’avvocato Aldo Ferraro, legale del detenuto, che parla di una decisione «non tollerabile» e annuncia la propria ferma protesta per la mancata esecuzione del provvedimento.
L’autorizzazione del magistrato e la mancata traduzione
Secondo quanto riferito dal difensore, D.F.G., detenuto con una condotta carceraria definita irreprensibile e con un fine pena imminente, aveva ricevuto il via libera dal magistrato di Sorveglianza per lasciare temporaneamente l’istituto penitenziario e partecipare alla veglia funebre del fratello. Nonostante l’autorizzazione e il visto del pubblico ministero, però, la traduzione non sarebbe stata disposta. Dal carcere sarebbe stato comunicato che il direttore aveva ritenuto necessaria un’ulteriore firma sul provvedimento.
La denuncia dell’avvocato: “Formalismi estremi”
Il difensore contesta soprattutto la mancata attivazione degli uffici per risolvere quella che, sempre secondo la sua ricostruzione, sarebbe stata un’eventuale irregolarità formale. “Anziché attivarsi per risolverla, magari contattando la cancelleria competente o intervenendo in altro modo, non è stata data esecuzione a quanto deciso dal magistrato“, afferma l’avvocato Ferraro.
“Ciò non è tollerabile – prosegue il legale – perché non è concepibile che il percorso di risocializzazione al quale tende l’espiazione della pena, perseguito con grandi sforzi dalla magistratura di Sorveglianza, possa essere neutralizzato da formalismi estremi che, ove davvero esistenti, non possono e non devono prevalere sul buon senso”.
“Così l’esecuzione della pena diventa inumana”
Per l’avvocato, quanto accaduto rischia di trasformare l’esecuzione penitenziaria in una pratica “inumana e degradante“”, soprattutto nei confronti di detenuti che abbiano concretamente aderito al percorso trattamentale e rieducativo. “A maggior ragione – conclude Ferraro – quando si tratta di persone come D.F.G., che hanno dato prova di avere convintamente partecipato a quel percorso al quale dovrebbe essere ispirata, e a questo punto il condizionale è d’obbligo, l’esecuzione della pena“.












