31 Luglio 2026
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Duplice omicidio di ‘ndrangheta a Squillace, la Dda di Catanzaro chiude le indagini per mandanti ed esecutori. C’è anche il boss Nicolino Grande Aracri (NOMI)

Nell'agguato del 18 febbraio 2013 morirono a colpi di Kalashnikov i coniugi Bruno Raimondi

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Sul duplice omicidio di Giuseppe Bruno (39enne) e Caterina Raimondi (29enne), avvenuto il 18 febbraio 2013 a Squillace, uccisi in un agguato di ‘ndrangheta a colpi di Kalashnikov nell’ambito della faida tra cosche: la famiglia Bruno di Vallefiorita e quella dei Catarisano di Roccelletta di Borgia e zone limitrofe la Dda di Catanzaro ha chiuso le indagini nei confronti di tre indagati. Si tratta di Salvatore Abbruzzo, 50 anni di Catanzaro e del boss di Cutro Nicolino Grande Aracri, 68 anni, entrambi detenuti al 41 bis e del collaboratore di giustizia Sandro Ielapi, 51 anni, di Catanzaro, che nelle sue dichiarazioni depositate nel processo in corso in Corte di Assise nei confronti di Francesco Gualtieri ritenuto l’esecutore materiale del fatto di sangue, ha riferito il suo coinvolgimento nei fatti.

Il delitto autorizzato dal boss di Cutro

Secondo le ipotesi accusatorie Abbruzzo, promotore e organizzatore della cosca Catarisano e Francesco Gualtieri, esponente di vertice del clan, parteciparono ad una riunione di ‘ndrangheta nell’abitazione di Nicolino Grande Aracri. E proprio in quella casa sarebbe stato deciso l’omicidio di Giuseppe Bruno, autorizzato dal capo indiscusso dell’omonima cosca di ‘ndrangheta di Cutro e organizzato da Abbruzzo, prendendovi anche parte, con sopralluoghi preliminari unitamente ai sodali e conducendo sul luogo i due azionisti, Ielapi e Gualtieri, a bordo dell’autovettura Pajero, recuperata dopo l’agguato per garantirne la fuga.

Il ruolo degli azionisti

Ielapi e Gualtieri, il primo armato di pistola, l’altro di kalashnikov si sarebbero appostati per colpire la vittima, poi Gualtieri avrebbe sparato Bruno con nove colpi provocandone la morte per “shock traumatico da ferite multiple al torace e all’addome”.Ed esplodendo un colpo a carica unica a distanza ravvicinata avrebbe ucciso anche la moglie Caterina Raimondi. Un omicidio, secondo le ipotesi di accusa, premeditato e aggravato dalle modalità mafiose al fine di agevolare l’attività del sodalizio mafioso della cosca Catarisano e il suo potere, che avrebbe potuto rafforzarsi solo con l’eliminazione fisica dell’esponente di vertice del contrapposto clan di ‘ndrangheta di Vallefiorita. 

Il movente e gli ordini del boss disattesi

L’ex uomo di vertice della cosca di Vallefiorita Giuseppe Bruno andava ammazzato, non solo perché non avrebbe ottemperato all’ordine impartito dal boss di Cutro Nicolino Grande Aracri di espandere la propria competenza territoriale, ma anche perché c’era il sospetto, che la vittima uccisa a colpi di Kalashnikov avesse sottratto danaro destinato al sostentamento dei familiari dei sodali detenuti. L’acredine nutrito nei suoi confronti emerge in un summit intercettato, dove erano anche presenti la vittima e “Mani di gomma”, incontro in cui si discuteva della gestione dei proventi estorsivi da parte di Bruno e dell’eccessiva prudenza di questi di fronte alla possibilità, offerta direttamente da Grande Aracri, di allargare la sua competenza territoriale anche sulla zona di Soverato. Bruno si dimostrava poco incline a “rischiare” e attento a non entrare in conflitto con altri gruppi criminali, nonostante il beneplacito e l’aiuto offerto dallo stesso boss che, con l’espansione della cosca Bruno avrebbe ottenuto di riflesso un importante ampliamento della sua zona di influenza, controllando la costa ionica da Cutro fino a Soverato. 

Le mire espansionistiche su Soverato

Durante il dialogo si parlava anche delle strategie da adottare per assumere il controllo criminale del territorio di Soverato. Una questione su cui Bruno appariva reticente, perché l’area sulla quale Grande Aracri lo invitava ad espandersi ricadeva sotto la sfera di influenza della cosca Sia del Soveratese. Il boss di Cutro, infastidito, rammentava a Bruno che gran parte degli esponenti del gruppo di Soverato erano detenuti e che lui doveva farsi carico di sostenere i loro familiari. Gli esponenti presenti al summit tentavano di persuadere l’ex vertice della cosca di Vallefiorita a raggiungere un accordo moderato anche con il gruppo malavitoso di quel territorio, ma lui continuava a manifestare apertamente le proprie perplessità, asserendo le “cose da noi non sono chiare”. Emblematiche le frasi pronunciate da Grande Aracri ed avallate dagli altri presenti, che espressamente esortavano la vittima a chiudere la faccenda e ad uscire dai propri limiti territoriali, risolvendo i dissidi con il gruppo confinante, aggiungendo che, nel caso in cui il suo gruppo avesse avuto bisogno di un “sostegno” da parte della cosca di Cutro, lui lo avrebbe concesso. Tra l’altro Grande Aracri faceva più volte il nome di Salvatore Abbruzzo, come colui che avrebbe potuto assumere la gestione degli affari illeciti nella zona d’interesse, a differenza, di Giuseppe Bruno, che non si mostrava per nulla incline ad assecondare la volontà del boss di Cutro. Nel corso della conversazione Grande Aracri Nicolino discuteva di altre questioni sorte nell’area Soveratese per il controllo dell’attività illecita. Si interloquiva sulla ripartizione territoriale della ‘ndrangheta del Catanzarese richiamando, quali figure di riferimento, “Salvatore di Roccelletta di Borgia” e lo stesso “Peppe Bruno”, presente alla conversazione. 

L’incontro alla tavernetta di Grande Aracri

Altro summit di ‘ndrangheta di assoluta importanza, per gli inquirenti, è quello datato 22 ottobre 2012, all’interno della tavernetta di casa di Grande Aracri Nicolino, a cui hanno partecipato anche Francesco Gualtieri e Salvatore Abbruzzo, quali membri della cosca di Roccelletta, mentre era assente il rappresentante di Vallefiorita, Giuseppe Bruno. Una riunione in cui veniva proposta l’eliminazione fisica di Bruno e dove Salvatore Abbruzzo proponeva di sparagli, mentre Grande Aracri si mostrava cauto, dichiarando, quantomeno in prima battuta, che fosse opportuno concedere ulteriore tempo. La figura del Bruno costituiva il tema centrale della riunione: i vari partecipanti esternavano tutto il loro disappunto in merito ai comportamenti serbati dal primo, ritenuto inetto nella gestione degli affari e degli interessi della consorteria.

L’ultimatum prima della condanna a morte 

Da qui l’ordine di Grande Aracri di portare al suo cospetto Giuseppe Bruno, precisando che, se avesse continuato a non aderire alle sue richieste, sarebbe stato punito con la morte. Durante l’incontro si affrontava l’argomento sulla destinazione dei proventi estorsivi alle famiglie dei sodali detenuti. Il boss di Cutro sottolineava l’importanza di alimentare le casse dell’associazione, esternando la propria volontà di “perseguire” chiunque omettesse di provvedervi. Proprio su questo tema, veniva nuovamente chiamato in causa Bruno e Grande Aracri ormai sospettoso nei suoi confronti, chiedeva ai presenti se fossero in possesso di una forma di contabilità di denaro consegnata da Bruno. Abbruzzo replicava che stavano attendendo l’evolversi della situazione per appurarne la correttezza, proponendo di organizzare un altro incontro al quale avrebbe dovuto partecipare anche Bruno. Grande Aracri precisava che se l’ulteriore tentativo di risoluzione bonaria della situazione non fosse andato a buon fine, Abbruzzo avrebbe dovuto farglielo capire, alludendo all’uso di metodi meno morbidi. E questi, rincarando la dose, raccontava un ulteriore episodio in cui Bruno si era comportato in modo poco rispettoso, accaparrandosi i guadagni derivanti da un lavoro appaltato al Comune di Girifalco, rammentando a Grande Aracri che, sebbene lo stesso, in qualità di capo, avesse inviato a Bruno  un’ambasciata per redarguirlo, la situazione non sarebbe mutata. 

Il diritto alla difesa

Gli indagati, Abbruzzo, difeso dagli avvocati Salvatore Staiano e Guido Contestabile, Grande Aracri difeso dall’avvocato Gianluca Fabbri e Ielapi, difeso dall’avvocato Maria Claudia Conidi, avranno venti giorni di tempo per chiedere di essere sentiti dal pm, depositare memorie difensive, rilasciare dichiarazioni e compiere ogni altro atto utile all’esercizio dl diritto di difesa prima che la Dda proceda oltre con una richiesta di rinvio a giudizio.

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