La Corte d’Appello di Reggio Calabria ha confermato la decadenza di Domenico Lucano dalla carica di sindaco di Riace. Alla base della decisione vi è la condanna definitiva a 18 mesi (con pena sospesa) per il reato di falso, sancita dalla Cassazione nel febbraio 2025. Tale verdetto ha fatto scattare l’ineleggibilità prevista dalla Legge Severino. Nonostante la difesa abbia tentato di dimostrare che il reato non implicasse l’abuso di potere, elemento necessario per l’applicazione dell’articolo 10 della suddetta legge, i giudici d’appello hanno mantenuto la linea della decadenza.
Il “paradosso” secondo Lucano
L’ex sindaco, oggi europarlamentare, ha reagito duramente alla sentenza, definendola un controsenso giuridico rispetto a quanto stabilito dai giudici penali. “Sono l’unico sindaco d’Italia a essere estromesso dalla propria carica per un abuso di potere che, secondo una sentenza di Cassazione, non ho commesso in nessun modo. In pratica subisco una conseguenza politica per qualcosa a cui io, secondo la più alta Corte, sono totalmente estraneo. Mi sembra un folle paradosso che mi auguro la Cassazione possa definitivamente sciogliere”.
Lucano ha poi espresso il peso psicologico di una vicenda giudiziaria che dura ormai da anni: “Sono obbligato ad avere speranza, ma cos’altro potrei fare? Questa decisione mi toglie il respiro: è una guerra che non finisce mai”.
Una storia intrisa di politica
Secondo Lucano, la sua vicenda non può essere letta solo attraverso i codici penali, ma va inserita in un contesto di scontro ideologico. L’europarlamentare cita atti simbolici che, a suo dire, avrebbero infastidito il sistema. “Più vado a fondo nell’analisi di questa situazione, più mi convinco che questa sia una storia politica che prosegue fino all’esasperazione. Ci sono elementi che sono passati sotto silenzio, ma che pesano enormemente. Penso al gemellaggio con Gaza: perché è stato negato solo a Riace? Il Comune aveva un’autonomia di governo; quel gesto portava un messaggio politico fortissimo”.
E ancora, sulla cittadinanza onoraria a Habashy Rashed Hassan Arafa: “Non era solo un atto simbolico, ma una presa di posizione netta sulle migrazioni e sulla dignità degli esseri umani. Riace è stata questo: un campo di battaglia su cui si scontravano due visioni opposte del mondo. Quel che è certo è che la mia storia giudiziaria è totalmente immersa nella situazione politica del Paese. Credo di essere stato colpito per ciò che Riace rappresentava”.






