L’escalation di episodi critici all’interno degli istituti penitenziari italiani richiede un intervento radicale per ristabilire l’ordine ed evitare che la gestione della quotidianità si trasformi in una costante emergenza. È questo il senso della presa di posizione del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE), che per bocca del suo segretario generale Donato Capece rivolge un appello diretto al ministro della Giustizia Carlo Nordio per sollecitare una revisione complessiva delle strategie gestionali.
“Il carcere non può essere governato dalla legge del più forte. Davanti a detenuti che aggrediscono ripetutamente gli agenti, devastano le sezioni, minacciano e sopraffanno altri reclusi, non possiamo continuare semplicemente a spostare il problema da un istituto all’altro. Al ministro della Giustizia Carlo Nordio chiediamo un immediato cambio di passo: utilizzare pienamente gli strumenti già previsti dall’ordinamento e valutare concretamente la riapertura di Pianosa e Asinara, o comunque la realizzazione di strutture nazionali specializzate per la gestione dei detenuti ad altissima criticità”, dichiara Capece.
Il leader del sindacato richiama le analisi contenute nell’articolo di Giovanni Battista de Blasis pubblicato sulla testata “poliziapenitenziaria.it”, evidenziando come lo spostamento continuo dei reclusi problematici si riveli del tutto inefficace se non accompagnato da un circuito idoneo ad accoglierli.
L’applicazione delle norme vigenti e il limite dei trasferimenti ordinari
Al centro delle richieste dell’organizzazione sindacale non vi è l’introduzione di legislazioni eccezionali, bensì il pieno utilizzo del quadro normativo già esistente, la cui efficacia viene tuttavia vanificata dal sovraffollamento e dalla carenza di spazi dedicati.
“Non chiediamo leggi speciali, né una sospensione delle garanzie costituzionali – sottolinea Capece –. Chiediamo semplicemente che lo Stato utilizzi fino in fondo gli strumenti che già possiede. L’articolo 14-bis dell’Ordinamento penitenziario consente il regime di sorveglianza particolare per chi compromette la sicurezza, turba l’ordine, usa violenza o minaccia. E l’articolo 32 del D.P.R. 230/2000 prevede la possibilità di assegnare ad appositi istituti o sezioni quei detenuti il cui comportamento richieda particolari cautele”.
La criticità principale risiede nell’attuale modalità di gestione dei soggetti violenti, che finisce per scaricare le medesime problematiche su strutture non attrezzate: “Il problema è che queste norme rischiano di rimanere sulla carta se non esistono spazi adeguati e strutture realmente organizzate per applicarle. In un sistema sovraffollato, trasferire un detenuto violento da un carcere ordinario a un altro carcere ordinario significa spesso soltanto spostare l’incendio da una stanza all’altra”.
Il peso sulle forze dell’ordine e il rischio di contenziosi giudiziari
L’assenza di presidi specifici si ripercuote direttamente sulla sicurezza del personale d’ispezione e di vigilanza, chiamato a fronteggiare situazioni ad alto rischio in condizioni di evidente svantaggio operativo e di incertezza procedurale.
“Oggi il poliziotto penitenziario affronta spesso aggressioni a mani nude. Non dispone ordinariamente di strumenti individuali non letali che consentano di interrompere a distanza un’aggressione. Deve avvicinarsi, esporsi fisicamente, bloccare e contenere il detenuto. Se l’aggressore è particolarmente robusto, alterato o insensibile al dolore, possono essere necessari diversi operatori. È così che un singolo detenuto può arrivare a ferire quattro, cinque o più poliziotti”, aggiunge Capece.
A questo quadro si somma il timore delle ripercussioni sul piano penale per gli agenti coinvolti nelle operazioni di contenimento: “E c’è un altro elemento che non possiamo ignorare: il crescente timore degli operatori per le conseguenze giudiziarie delle loro azioni. Ogni abuso deve essere perseguito, questo è fuori discussione. Ma non possiamo pretendere che un poliziotto, mentre viene aggredito o cerca di salvare un collega o un altro detenuto, debba contemporaneamente interrogarsi se l’intervento necessario e proporzionato per fermare la violenza potrà trasformarsi domani in un procedimento penale. Servono regole chiare, formazione, strumenti adeguati e certezza delle procedure”.
Disagio sociale e necessità di circuiti specializzati ad alta sicurezza
La situazione degli istituti di pena appare ulteriormente aggravata dalla presenza di soggetti portatori di dipendenze o disturbi di natura psichiatrica. I dati ufficiali aggiornati al 31 dicembre 2025 indicano la presenza di 20.767 detenuti tossicodipendenti su una popolazione carceraria complessiva di 63.499 reclusi, vale a dire circa un terzo del totale.
“Tossicodipendenza e disagio psichiatrico non significano automaticamente violenza – precisa Capece – Ma quando patologie, dipendenze o particolari condizioni comportamentali si accompagnano a condotte aggressive, imprevedibili e reiterate, il sistema deve essere in grado di rispondere con strumenti adeguati. Il carcere non è un ospedale psichiatrico e la Polizia Penitenziaria non è personale sanitario”.
Per superare l’attuale modello, il SAPPE propone l’istituzione di strutture nazionali ad alta specializzazione, concepite con una logica organizzativa del tutto autonoma rispetto agli istituti ordinari. Tali centri dovrebbero prevedere sezioni con numeri ridotti, un elevato rapporto tra personale ed effettivi, impianti di videosorveglianza avanzata, apparati radio efficienti, allarmi individuali, presenza medica e psichiatrica continua e una specifica formazione operativa per il personale.
“Non pensiamo ai vecchi supercarceri come a qualcosa da ripristinare nostalgicamente – chiarisce il leader storico del SAPPE –. Pensiamo al principio organizzativo che quelle esperienze ci hanno lasciato: le criticità estreme devono essere concentrate, specializzate e governate, non semplicemente distribuite in modo indiscriminato negli istituti ordinari”.
Tutela della comunità carceraria e appello al dialogo istituzionale
Secondo l’impostazione del sindacato, l’assegnazione a queste strutture differenziate non deve dipendere dal reato commesso o dalla nazionalità del recluso, ma esclusivamente dalla condotta tenuta durante la permanenza nell’istituto, con riferimento a episodi reiterati di aggressione, sopraffazione e danneggiamento.
“Separare chi manifesta sistematicamente comportamenti violenti non significa tutelare soltanto la Polizia Penitenziaria. Significa proteggere anche gli altri detenuti, gli operatori sanitari, gli educatori e tutto il personale. Chi sta scontando una pena non perde il diritto a non essere picchiato, minacciato, ricattato o assoggettato dal compagno di sezione più violento”, osserva Capece.
Di qui la richiesta d’incontro urgente indirizzata ai vertici del dicastero di Via Arenula: “Per questo chiediamo al ministro Nordio di convocare urgentemente le organizzazioni sindacali e di aprire un confronto serio su questo tema. L’articolo 14-bis esiste. L’articolo 32 esiste. L’esperienza dei circuiti differenziati esiste. Le tecnologie per realizzare strutture molto più sicure e controllabili di quelle del passato esistono. Quello che serve ora è la volontà politica di mettere insieme questi strumenti”.
L’ipotesi di riutilizzare i complessi insulari rappresenta, nell’analisi del sindacato, una base di studio tecnica da valutare senza preconcetti ideologicali.
“Pianosa e Asinara non devono necessariamente tornare a essere i supercarceri degli anni Ottanta e Novanta. Ma quelle realtà possono rappresentare un punto di partenza per studiare strutture moderne, nazionali e specializzate. Se quelle isole non saranno logisticamente, economicamente o ambientalmente utilizzabili, si individuino altre soluzioni. Ma lo studio va fatto subito. Perché continuare a trasferire i detenuti violenti da un carcere all’altro non è una politica penitenziaria: è soltanto un ‘Giro d’Italia’ del disagio e della violenza, nel quale cambia la tappa ma non cambia il risultato”, conclude Capece, ribadendo che “Lo Stato deve tornare a dare segnali chiari: a comportamenti gravemente violenti devono corrispondere conseguenze concrete, proporzionate e previste dall’ordinamento. La sicurezza non è il contrario dei diritti. È la condizione necessaria perché i diritti di tutti, detenuti e operatori, possano essere realmente garantiti”.












