Una complessa ragnatela affaristica capace di intrecciare le mire della ‘ndrangheta e della camorra con gli snodi decisionali delle istituzioni regionali. È quanto portato alla luce dalle indagini della Guardia di Finanza di Ancona, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia, nell’ambito dell’operazione “Ricostruzione”.
Il bilancio dell’inchiesta conta 8 arresti, 51 indagati e sequestri per circa 57 milioni di euro, contestando a vario titolo reati che vanno dalla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche alla corruzione, con l’aggravante dell’agevolazione di organizzazioni mafiose.
I due canali di infiltrazione: fatture false e l’imprenditore “cerniera”
Stando a quanto ricostruito dagli inquirenti della Dda nel corso della conferenza stampa, il sistema di drenaggio delle risorse destinate al post-terremoto operava attraverso due principali direttrici. Da un lato, imprese vicine alla ‘ndrangheta riuscivano a incanalare flussi finanziari per mezzo di una frode basata su 8 milioni di euro di fatture false, facendo perno su un imprenditore calabrese da anni stabilito a Sassoferrato, nell’Anconetano.
Dall’altro lato, ditte collegate alla criminalità organizzata calabrese e altre riconducibili ad ambienti contigui al clan dei Casalesi (fazione guidata da Michele Zagaria) entravano direttamente nei cantieri della ricostruzione grazie ai subappalti concessi da un imprenditore maceratese, Enrico Crucianelli (finito in carcere), individuato dal Gip come la “cerniera” del sistema. Attraverso questo meccanismo, i due gruppi criminali sono riusciti a incamerare profitti rispettivamente per 18 e 39 milioni di euro, eludendo i controlli antimafia e la disciplina sulle gare d’appalto.
Il “comitato d’affari” in Regione e le accuse all’ex capo di Gabinetto
Proprio dall’approfondimento della figura dell’imprenditore “cerniera” è affiorato un ulteriore e delicato filone d’indagine. L’inchiesta descrive l’esistenza di un vero e proprio “comitato d’affari” all’interno del quale avrebbe svolto un ruolo di primo piano l’avvocato Fabio Pistarelli, già capo di Gabinetto della Giunta regionale guidata dal presidente Francesco Acquaroli (incarico da cui si è dimesso nel dicembre 2025).
Insieme a due imprenditori (anch’essi arrestati) e a soggetti inseriti in contesti istituzionali e universitari, l’ex dirigente è accusato di aver costituito una “struttura stabile d’intermediazione illecita negli appalti capace di sfruttare relazioni qualificate con pubblici ufficiali e centri decisionali per orientare gare, finanziamenti e ottenere utilità economiche”.
Secondo l’ipotesi d’accusa, Pistarelli avrebbe intascato una mazzetta da circa 105 mila euro, suddivisa tra 60 mila euro in contanti e 45 mila euro sotto forma di interventi di ristrutturazione su immobili di sua proprietà. Per gli investigatori, la forza politica e il “peso istituzionale” dell’ex capo di Gabinetto hanno garantito alla cordata la capacità di condizionare l’iter delle procedure amministrative e l’assegnazione delle opere, anche attraverso la propalazione di informazioni coperte dal segreto d’ufficio. Sono cinque le gare d’appalto finite sotto la lente della magistratura, le ultime tre delle quali interrotte soltanto a seguito delle dimissioni rassegnate da Pistarelli














