21 Agosto 2026
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L’estate maledetta dei femminicidi in Calabria: due donne uccise e una scia di violenza. “Perché lo Stato arriva sempre tardi?”

Da Carmela Bifano a Ornella Forastefano, fino alle aggressioni di Bagnara, Mongrassano e Vibo: una sequenza che riapre il nodo della prevenzione

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Tre pietre raccolte in un agrumeto e una maglietta che nessuno riesce a trovare. Comincia da qui, dall’ultima scena di questa estate maledetta delle donne calabresi, l’indagine sull’omicidio di Carmela Bifano, la 72enne uccisa in un terreno agricolo di Corigliano-Rossano. Suo marito, Pietro Scintu, 76 anni, è stato fermato perché indiziato del delitto. Lui continua a negare e ripete: “Amavo Carmela. La Procura di Castrovillari, però, ritiene che nella sua ricostruzione ci siano contraddizioni, vuoti e passaggi ancora da chiarire.

È l’ultimo caso di una sequenza cominciata nel cuore di agosto. Pochi giorni prima, nella notte di Ferragosto, Ornella Forastefano, 46 anni, era morta dopo una brutale aggressione. Qualcuno l’aveva abbandonata agonizzante davanti all’ingresso del Pronto soccorso di Trebisacce. Per il delitto è stato fermato il compagno, Elvis Metvelaj, 42 anni, detenuto nel carcere di Bari. Due donne uccise nel giro di pochi giorni. Attorno, una costellazione di minacce, aggressioni e violenze domestiche che non hanno avuto lo stesso epilogo soltanto perché qualcuno è intervenuto in tempo.

Carmela, le tre pietre e il mistero della maglietta

Per 35 anni Pietro Scintu e Carmela Bifano avevano condiviso matrimonio, famiglia e interessi economici. Davanti agli investigatori, l’uomo avrebbe descritto la moglie come il punto di riferimento della casa: era lei a occuparsi delle finanze e dei rapporti con le aziende agricole. Lui, ha raccontato, dipendeva da Carmela persino per una ricarica telefonica.

Una rappresentazione che Scintu avrebbe utilizzato per respingere l’ipotesi di un movente interno alla coppia. Nel suo racconto compaiono anche due persone vestite di scuro, viste allontanarsi rapidamente dall’agrumeto. Prima di trovare il corpo della moglie, il 76enne avrebbe provato a telefonarle. Ma gli investigatori del Commissariato di Corigliano-Rossano e la Procura di Castrovillari stanno verificando ogni passaggio. Nel terreno sono state recuperate tre pietre, considerate potenzialmente compatibili con il delitto.

C’è poi la maglietta che Scintu non indossava quando è arrivata la Polizia scientifica. L’uomo avrebbe spiegato di essersela tolta perché aveva caldo mentre raccoglieva fichi d’India, appendendola a un albero. Di quell’indumento, descritto agli investigatori, non sarebbe stata però trovata alcuna traccia. Familiari, parenti e amici sono stati ascoltati per ricostruire la vita della coppia. Il marito resta una persona indiziata di delitto e le responsabilità dovranno essere accertate nel procedimento. Ma attorno alla morte di Carmela rimangono domande alle quali l’inchiesta dovrà dare una risposta.

Ornella, abbandonata a pochi metri dal Pronto soccorso

La storia di Ornella Forastefano ha un’immagine che contiene tutto l’orrore: una donna agonizzante lasciata nel buio davanti a un ospedale, a pochi metri da chi avrebbe potuto tentare di salvarla. L’autopsia eseguita dall’équipe della professoressa Isabella Aquila avrebbe riscontrato estesi traumi e gravi lesioni interne in diverse parti del corpo, in particolare al volto, alla fronte e alla nuca. L’ipotesi emersa dai primi accertamenti è quella di un trauma cranico provocato dai colpi ricevuti e seguito dall’arresto cardiocircolatorio. Per il referto definitivo saranno necessari dai 60 ai 90 giorni.

I sanitari del Pronto soccorso di Trebisacce provarono a rianimarla, senza riuscirci. Per la sua morte è stato fermato il compagno, Elvis Metvelaj, nei confronti del quale dovranno essere accertate tutte le responsabilità. La salma è stata restituita alla madre Nella, ai figli Maria ed Ettore, ai fratelli e alle sorelle. I funerali si celebrano nella chiesa Gesù Buon Pastore di Sibari, con il lutto cittadino proclamato anche a Trebisacce.

Il vescovo di Cassano Jonio, monsignor Francesco Savino, ha chiesto che Ornella non venga trasformata in una cifra dentro l’ennesima statistica. L’ha ricordata come una madre, una lavoratrice e una donna con un volto, una storia e un nome. Poi la frase che pesa come un’accusa collettiva: “La tua comunità ti ha ascoltata troppo tardi.

La culla lanciata dalle scale e le minacce di morte

A Bagnara Calabra non c’è stata una vittima, ma la scena trovata dai carabinieri racconta quanto il confine possa diventare sottile. Durante una lite familiare, mobili e suppellettili sarebbero stati lanciati dal terzo piano fino all’androne del condominio. Sulle scale è stata trovata anche la culla del figlio della coppia, un bambino di appena un anno, completamente distrutta. Un uomo è stato arrestato in flagranza dai carabinieri della Stazione di Bagnara e della Compagnia di Villa San Giovanni. È ritenuto responsabile, fatte salve le successive valutazioni dell’autorità giudiziaria, di maltrattamenti in famiglia e resistenza a pubblico ufficiale.

Secondo quanto ricostruito dai militari, non si sarebbe trattato di un episodio isolato. In precedenza l’uomo avrebbe rivolto altre minacce alla compagna, arrivando a prospettarle di gettarla dal balcone. La culla fracassata non è soltanto un oggetto tra i tanti. È la rappresentazione di una violenza che invade ogni spazio della casa, travolge i figli e trasforma il luogo che dovrebbe proteggere in quello dal quale bisogna riuscire a fuggire.

A Vibo la testa sbattuta contro il parabrezza

Anche a Vibo Valentia l’intervento di una familiare potrebbe avere evitato conseguenze più gravi. Un uomo di 49 anni avrebbe afferrato la testa della compagna durante una lite in automobile, sbattendola contro il parabrezza e minacciandola di morte.

Quando la volante è arrivata, l’uomo si era già allontanato. Dopo l’istruttoria della Divisione anticrimine, il questore Rodolfo Ruperti ha emesso nei suoi confronti un provvedimento di ammonimento per violenza domestica. L’ammonimento intima all’uomo di cambiare condotta e lo informa delle conseguenze previste in caso di ulteriori reati riconducibili al Codice rosso. Gli è stata inoltre prospettata la possibilità di intraprendere un percorso presso un centro dedicato agli autori di violenza. È il punto nel quale la prevenzione deve dimostrare di funzionare: prima che una minaccia diventi un’aggressione ancora più grave, prima che il nome di un’altra donna finisca nel bollettino delle vittime.

Tania aveva denunciato: la domanda sui ritardi dei tribunali

C’è poi il tentato femminicidio di Mongrassano e la storia di Tania, una donna che aveva denunciato. È da questa vicenda che Matilde Spadafora Lanzino, presidente della Fondazione Roberta Lanzino, sposta il discorso dalle responsabilità individuali a quelle del sistema. La domanda è semplice e terribile: “Perché la risposta dei tribunali non è arrivata in tempo?”.

Non basta invitare le donne a denunciare se, dopo quella denuncia, la risposta non è rapida, visibile e capace di proteggerle. Ogni ritardo può lasciare la vittima esposta proprio nel momento più delicato, quando la decisione di sottrarsi al controllo rischia di provocare una nuova escalation. La questione non è soltanto quante denunce vengano presentate. È capire cosa accade il giorno dopo: chi valuta il pericolo, chi controlla l’uomo denunciato, chi accompagna la donna, dove può andare con i figli e quanto tempo serve perché un provvedimento diventi protezione concreta.

Oltre 1.300 richieste di aiuto dalla Calabria

Nell’ultimo anno sono stati più di 1.300 i contatti arrivati al numero 1522 dalla Calabria. Un dato che racconta soltanto la parte della violenza che riesce a emergere. Dietro ogni telefonata possono esserci anni di controllo, isolamento economico, minacce e paura. L’assessore regionale alle Pari opportunità e al Welfare, Pasqualina Straface, parla di una “carneficina” che ferisce l’intero Paese e la Calabria. Dopo la pausa estiva dovrebbe partire nelle scuole un progetto da oltre 250mila euro rivolto alla prevenzione della violenza di genere e alla formazione delle giovani generazioni. La Regione richiama anche il Piano triennale da oltre 8 milioni di euro destinato ai 13 Centri antiviolenza e alle 11 Case rifugio, i circa 3,5 milioni del bando “Donne Libere”, il progetto “Oltre” dedicato alle donne con disabilità e la decisione di costituirsi parte civile nei processi per femminicidio.

Sono strumenti necessari. Ma le morti di Carmela e Ornella, insieme alle violenze di Bagnara, Mongrassano e Vibo, mostrano che il problema non può essere affrontato soltanto dopo l’emergenza. La sfida è riconoscere il pericolo quando appare ancora sotto forma di una minaccia, di un controllo ossessivo o di una prima aggressione.

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