31 Ottobre 2026
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Vincenzo Iaquinta, lo sfogo sul padre condannato per ‘ndrangheta : “È innocente, lotterò fino alla fine”

L'ex attaccante della Juventus e campione del mondo nel 2006, originario di Cutro, si racconta. Dalla battaglia per il padre Giuseppe Iaquinta, condannato definitivamente a 13 anni nel processo Aemilia contro la 'ndrangheta, al sostegno ricevuto da Gattuso e Lippi

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CUTRO – La battaglia per il padre, il peso di una vicenda giudiziaria che ha segnato la famiglia e la convinzione di dover continuare a lottare. Ma anche il Mondiale del 2006, il rapporto con Marcello Lippi, i rimpianti di una carriera frenata dagli infortuni e un giudizio durissimo sulla Juventus di oggi. Vincenzo Iaquinta, ex attaccante bianconero e campione del mondo con l’Italia, originario di Cutro, si racconta in un’intervista al Corriere della Sera, ripercorrendo alcuni dei momenti più importanti e dolorosi della propria vita. Al centro delle sue parole resta soprattutto il padre Giuseppe Iaquinta, condannato in via definitiva a 13 anni di reclusione per associazione mafiosa nell’ambito del processo Aemilia, relativo alle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna. Una sentenza che l’ex calciatore continua a contestare sul piano personale, ribadendo la propria convinzione sull’innocenza del genitore.

Iaquinta difende il padre condannato nel processo Aemilia: “È innocente, punto!”

“Mio padre è innocente, punto!”. Vincenzo Iaquinta non usa mezzi termini nel parlare della vicenda giudiziaria che ha coinvolto la sua famiglia. Nell’intervista al Corriere della Sera, l’ex attaccante ribadisce di non condividere l’esito del procedimento che ha portato alla condanna definitiva di Giuseppe Iaquinta a 13 anni per associazione mafiosa. Una posizione personale che non modifica quanto stabilito dalla sentenza, ma che il campione del mondo rivendica con fermezza. “Io continuerò a lottare con i miei avvocati fino alla fine”, afferma, annunciando la volontà di proseguire la propria battaglia legale. Iaquinta contesta anche il trattamento mediatico riservato alla famiglia e richiama la restituzione del patrimonio precedentemente sequestrato al padre, circostanza che considera significativa a sostegno delle proprie ragioni.

Il dolore della famiglia e la fiducia nella giustizia: “Gli anni persi non torneranno”

La vicenda giudiziaria, racconta Iaquinta, ha avuto conseguenze profonde sulla vita dei suoi familiari. L’ex calciatore ricorda la storia dei genitori, partiti giovanissimi dalla Calabria per trasferirsi al Nord in cerca di lavoro, costruendo attraverso sacrifici il proprio futuro. Un percorso familiare che oggi rilegge alla luce delle difficoltà affrontate negli ultimi anni. Pur esprimendo forti critiche sul procedimento giudiziario, Iaquinta sostiene di voler continuare ad avere fiducia nella giustizia. “Gli anni di vita che sta perdendo mio padre purtroppo non possiamo restituirglieli. Ma sono convinto che prima o poi emergerà la verità”. Parole che restituiscono il dolore personale dell’ex attaccante e la determinazione a non considerare conclusa la propria battaglia.

Gattuso e Lippi vicini a Iaquinta: “Mi hanno mandato un messaggio”

Nei momenti più difficili, Vincenzo Iaquinta racconta di aver ricevuto il sostegno di alcune figure importanti della sua carriera calcistica. Tra queste Gennaro Gattuso e Marcello Lippi, con i quali ha condiviso l’esperienza della Nazionale italiana. “Gattuso mi ha mandato un messaggio, Lippi pure”, rivela nell’intervista. Gesti che l’ex attaccante ricorda con gratitudine, soprattutto per il valore umano della vicinanza ricevuta durante una fase particolarmente dolorosa della propria vita. Il rapporto con Lippi, in particolare, occupa un posto speciale nei suoi ricordi, anche per il ruolo decisivo avuto dal tecnico nella conquista del Mondiale di Germania 2006.

Il Mondiale 2006 e il gol al Ghana: “Per Lippi e la Nazionale mi sarei buttato nel fuoco”

Il racconto torna poi all’estate che ha cambiato la carriera di Vincenzo Iaquinta: quella del Mondiale 2006, concluso con il trionfo dell’Italia guidata da Marcello Lippi. “Per Lippi e la Nazionale mi sarei buttato nel fuoco”, racconta l’ex attaccante, ricordando il legame con il commissario tecnico e lo spirito che accompagnò il gruppo azzurro durante il torneo. Tra i momenti più emozionanti resta il gol segnato al Ghana, nella partita d’esordio dell’Italia. Una rete che Iaquinta associa ancora oggi alla propria famiglia e ai sacrifici affrontati per arrivare ai massimi livelli del calcio internazionale. Il successo mondiale rappresentò il punto più alto di una carriera costruita attraverso il lavoro e le prestazioni con la maglia dell’Udinese, prima dell’esperienza alla Juventus.

Il Barcellona lo voleva nel 2005: “Avevo i giornalisti spagnoli sotto casa”

Tra i retroscena raccontati al Corriere della Sera emerge anche quello di un possibile trasferimento al Barcellona nel 2005. Un interesse che, secondo Iaquinta, era concreto e avrebbe potuto cambiare il corso della sua carriera. “Era una cosa seria. Avevo i giornalisti spagnoli sotto casa”, ricorda. L’operazione non si concretizzò e l’attaccante proseguì la propria esperienza con l’Udinese, squadra con cui raggiunse anche la Champions League e conquistò la definitiva affermazione in Nazionale. Successivamente arrivò il passaggio alla Juventus, ma il percorso sportivo fu progressivamente condizionato dai problemi fisici.

Gli infortuni, Antonio Conte e il ritiro: “Avevo paura di farmi male, dovevo smettere”

A segnare la parte finale della carriera di Vincenzo Iaquinta furono soprattutto gli infortuni, che limitarono la sua continuità e la possibilità di tornare ai livelli precedenti. Nell’intervista l’ex attaccante ricorda i tentativi di recupero durante l’esperienza con Antonio Conte e l’ultima parentesi a Cesena. Il problema, spiega, non era soltanto fisico, ma anche psicologico: la paura di un nuovo stop finiva per condizionare ogni movimento in campo. “Quando hai paura di farti male non dai più il cento per cento. Dovevo smettere”. Una consapevolezza maturata dopo anni di tentativi e sacrifici, fino alla decisione di chiudere la carriera agonistica.

Juventus, la bocciatura di Iaquinta: “Camminano, non si parlano. Non c’è fame”

Dai ricordi del passato alle difficoltà della Juventus attuale, il giudizio di Iaquinta diventa particolarmente severo. L’ex attaccante paragona il momento attraversato dai bianconeri alle stagioni difficili vissute durante la propria esperienza a Torino, quando la squadra chiuse per due volte al settimo posto. Secondo il campione del mondo, però, la situazione attuale appare persino peggiore sotto il profilo dell’atteggiamento. “Camminano, non si parlano, perdono tutti i contrasti. Non c’è cattiveria agonistica, non c’è fame”. Una critica rivolta soprattutto alla mentalità dei giocatori e alla mancanza di quella determinazione che, secondo Iaquinta, dovrebbe caratterizzare chi indossa la maglia bianconera.

“Ma lo sanno che giocano nella Juventus? Non si può dare sempre la colpa agli allenatori”

Per Vincenzo Iaquinta, le responsabilità delle difficoltà della Juventus non possono essere attribuite esclusivamente agli allenatori. L’ex attaccante richiama direttamente i calciatori al peso della maglia che indossano e alla necessità di dimostrare maggiore personalità in campo. “Ma lo sanno che giocano con la maglia della Juventus? Poi si dà sempre la colpa agli allenatori. Non è giusto”. Un attacco che mette al centro il tema della responsabilità individuale, della concentrazione e dell’identità di squadra. Elementi che, nella sua lettura, sembrano mancare all’attuale formazione bianconera.

La critica al calcio giovanile italiano: “Troppa tattica, poca tecnica individuale”

L’analisi di Iaquinta si allarga infine al futuro del calcio italiano e alla formazione dei giovani talenti. Nel mirino dell’ex campione del mondo finisce un sistema che, a suo giudizio, attribuisce troppa importanza ai risultati immediati e agli schemi tattici, trascurando lo sviluppo delle qualità individuali dei ragazzi. “Se insegni soltanto il 4-4-2 e pensi a vincere invece di curare la tecnica individuale, lavori per la tua carriera, non per i ragazzi”. Una riflessione che chiude il racconto dell’ex attaccante di Cutro, diviso tra la nostalgia per il calcio vissuto da protagonista, le preoccupazioni per quello di oggi e una battaglia familiare che, come ribadisce, non intende abbandonare.

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