Per un curioso segno del destino il 7 aprile scorso è morto a Padova l’ex giudice Pietro Calogero che è passato alla cronaca per aver legato il suo nome, negli anni ’70, al contrasto dei fenomeni terroristici che attraversarono l’Italia lasciando a Padova una scia di violenza politica e cicatrici nel tessuto civile forse ancora non del tutto rimarginate. La sua inchiesta portò all’arresto il 7 aprile del 1979 di Emilio Vesce, Oreste Scalzone, Toni Negri e di gran parte dell’organigramma del movimento Autonomia Operaia. da quella circostanza la pubblicistica italiana coniò il termine “teorema Calogero”.
“L’opposizione” di Giacomo Mancini al teorema
Chi contrastò con forza quel teorema fu il parlamentare cosentino Giacomo Mancini che morì l’8 aprile 2002.Dunque, il 7 aprile 1979 furono arrestati i leaders di “Autonomia operaia” e di “Potere operaio” perché sospettati di essere dei pericolosi terroristi. L’inchiesta fu aperta, come detto, dal giudice Pietro Calogero, sostituto procuratore della Repubblica di Padova, che ritenne che gli inquisiti fossero anche capi delle “Brigate rosse”; l’inchiesta fu coadiuvata dal giudice Achille Gallucci, consigliere istruttore del Tribunale di Roma, e da altre Procure. Sulla vicenda furono poi pubblicati numerosi libri, tra cui: “7 aprile, eclisse del diritto – itinerario di un garantista” di Giacomo Mancini (Lerici, 1982).
La rinascita della casa editrice
La casa editrice Lerici, nata nel 1927 e chiusa nel 1967, negli anni ’80 fu assorbita e rilanciata dall’onorevole Giacomo Mancini che affidò a Walter Pedullà (nativo di Siderno), ordinario di storia alla Sapienza di Roma, la direzione editoriale. In quel periodo la Lerici aveva la sede in via del Babuino, 96 a Roma ed era diretta da Giorgio Accascina che poi venne accusato di terrorismo; ospitava anche la componente socialista ispirata dallo stesso Giacomo Mancini, “Presenza Socialista”. Le condanne definitive dei principali imputati autonomi furono: 12 anni a Toni Negri (sommando, tra Padova e Roma) per i reati di partecipazione ad associazione sovversiva, partecipazione a banda armata e concorso morale in rapina; scontati tra il 1979 e il 1983, e in seguito, dopo la latitanza, dal 1997. E poi tutti gli altri a sfumare con le richieste di pena snocciolate tra gli accusati.
Le pene inflitte
“Alla fine – come scrisse “Il post” nel 2019 – le pene dei principali condannati nel processo del 7 aprile furono ridotte in appello e poi confermate in Cassazione: in tutto Negri ricevette 12 anni, Scalzone 8 anni, Pace e Piperno 4 anni. La giustizia ritenne dunque colpevole i leader di Autonomia Operaia di eversione e di banda armata, ma non trovò prove del “teorema Calogero” sui collegamenti con le Brigate Rosse e con i moltissimi omicidi e sequestri a loro inizialmente attribuiti. Negri rientrò in Italia nel 1997, costituendosi e scontando i rimanenti anni di carcere. Scalzone, che a sua volta era fuggito in Francia nel 1981, ci rimase fino al 2007 quando i suoi reati furono prescritti, così come fece Pace. Piperno, che per un periodo rimase latitante in Francia e in Canada, rientrò a sua volta in Italia e scontò la parte rimanente della pena”.
L’introduzione del suo pamphlet
Tornando al libro di Mancini, egli così concludeva l’introduzione del suo pamphlet: “[…] Dopo il lungo silenzio sul 7 aprile è tempo che riprenda il discorso della civiltà democratica. Proprio perché convinto della supremazia della civiltà democratica, pubblicando questa testimonianza ho ritenuto di non commentare la comunicazione giudiziaria, a dir poco allucinante, dell’ufficio istruzione del Tribunale di Roma, effetto dell’eclisse del diritto”. I calabresi Giacomo Mancini e Franco Piperno fecero da traino in Italia e in Europa al concetto di garanzia della civiltà giuridica.








