3 Settembre 2026
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Fortunata di Dio, Annalisa Insardà si racconta a C7: “Natuzza mi ha cambiato la vita, ora sorrido senza motivo”

L’incontro spirituale con la mistica di Paravati, l’amore per la Calabria e le prove più dure superate grazie al teatro e alla medicina: "Ho conquistato il presente. Il futuro lo raggiungo giorno dopo giorno, restando meravigliosamente qui"

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Conosco Annalisa da quasi vent’anni. Ci siamo incrociati su palchi anche assai importanti, in Calabria e non solo. L’ho sempre vista intensa, rigorosa, mai banale, con uno humour che mi ha conquistato al primo colpo. Quest’anno, però, ho notato un sorriso nuovo sul suo volto, di quelli che sanno permanere; ho capito che dovevo chiederle di Natuzza.

Da un pò brilli di luce diversa: c’entra qualcosa la mistica di Paravati?

“Lei è quel genere di personaggio che se si ha la grazia – ma anche la responsabilità – di interpretare, rappresenta uno spartiacque tra un prima e un dopo; in questo caso tra il mio ‘prima’, importante e intenso, e il mio ‘dopo’, pieno di stupore e meraviglia, che mi ha riconsegnato uno spirito totalmente rivoluzionato, che mi ha spogliato del superfluo e mi ha spronato ad essere arma contro la solitudine e l’indifferenza. Per me interpretare Natuzza non è stato un lavoro, o meglio lo è stato soltanto all’accordo iniziale, ma durante le prove, durante lo studio, durante l’immersione, è diventata la più grande esperienza umana, artistica e spirituale che potessi fare. Credo che il sorriso che hai visto appartenga alla sfera di una consapevolezza nuova, alla rinnovata capacità di accogliere, allo spazio interiore che si è espanso superando confini inimmaginabile. Appartengo a tutti i personaggi che mi hanno abitata, appartengo dunque anche alla potenza infrangibile e all’Amore incondizionato che Natuzza ha professato e la cui eco non smette di riverberare. Il respiro si è allungato, i battiti hanno rallentato. Quando per la tanta stanchezza mi accade di addormentarmi seduta su una sedia con la testa appoggiata al muro, o su un treno, o sul sedile di una macchina durante i transiti da un impegno a un altro, non è inusuale che chi è con me mi dica che mi sono addormentata con il sorriso. Il sorriso senza motivo ce l’ha, in realtà, un motivo, ma insondabile, antico, che viene da lontano, ed è talmente preponderante che ti governa a prescindere dagli accadimenti. Credo che questa esperienza enorme sia stata un tornado per i moti della mia anima, che mi ha consegnata ad una luce che arde intensamente creando energia ma senza consumarmi“.

Che Calabria stai osservando, cosa registri di nuovo, se del nuovo c’è?

“Una delle mie responsabilità e delle mie ambizioni, è quella di far conoscere della verità su questa terra. Una verità finora parziale e sbilanciata, resa stantia da vecchie narrazioni iperboliche che, in totale assenza di senso critico, trovano terreno fertile diventando verità inconfutabili. Col mio spettacolo AbraCalabria – debuttato a Melbourne tre anni fa -, con la diffusione capillare dei MID (marcatori identitari distintivi), studiati, individuati e mappati da Lenin Montesanto e divulgati insieme a me – supportati da una squadra incredibile di visionari, l’obiettivo è quello di far riappropriare il calabrese della sua vera identità, figlia di un trascorso maestoso e di un presente dal potenziale da togliere il fiato. Le ferite inferte alla Calabria non sono colpa della Calabria, sono crepe da accogliere e curare, con l’amore di figli, con la cura che si deve a chi si squarcia il ventre per proteggere e nutrire, con lo studio intenso per imparare la verità, nel male – che pure c’è -, ma soprattutto nel poderoso bene. Alla Calabria non serve nulla se non la riscoperta, l’attenzione. È un tesoro a cielo aperto ma ancora da disvelare, perché il nostro credo è talmente incancrenito dalle bugie distruttive con le quali ci hanno farcito gli intendimenti, che i nostri occhi sono diventati incapaci di vedere davvero. ‘La verità va detta tutta, ma obliqua’ diceva la Dickinson, perché la verità abbaglia, la troppa luce rende ciechi. La Calabria ha ed è quella luce. Se la guardi tutta insieme non la puoi vedere, come non puoi vedere il sole a mezzogiorno. Ma c’è un tempo in cui anche il sole si lascia scoprire, ed è così che bisognerebbe guardare la Calabria: quando non urla, quando il dolore è contenuto dal silenzio e si può sentire tutto, con la pelle, col cuore, con la pancia, con le mani. Bisogna studiare, munirsi degli strumenti necessari per decodificare la bellezza. Non è difficile, ci stiamo arrivando”.

Hai superato prove durissime. Si può dire che l’arte è curativa?

Sì, si può dire. Si deve dire. Si deve necessariamente trasferire questo messaggio. Nel tempo duro di cui parli, ho perso il sonno, la pace si è disintegrata sotto il peso della croce, vivere nel presente è stata l’esperienza più angosciante, tanto che la fuga da me sembrava l’unica – quanto inutile – soluzione percorribile. Ma prima che l’anestesia mi consegnasse all’oblio tanto desiderato – e al nulla senza gravità e consistenza che ho abbracciato -, c’è stato il teatro. In quel tempo-non-tempo, ho avuto la forza di onorare gli impegni presi. Ebbene: il teatro è stata l’unica medicina che mi ha tenuta nel corpo senza paura e nel presente senza impazzire. Perché il teatro impone presenza, concentrazione, sudore, cose che non riguardano ciò che potrebbe essere ma ciò che è. I dubbi fanno parte della potenza formativa del teatro, non della sua espressione pratica. Il teatro come strumento di conoscenza insinua il dubbio, è pericoloso. Ma fare il teatro, esserne calati dentro, rendersi dunque strumento della conoscenza, è pericoloso solo nella misura in cui si vuole correre il rischio di essere felici. Perché quando lo si sceglie, il teatro, il pericolo è già sublimato, il pericolo sei tu. E dentro questa idea vive la certezza che il teatro svuoti, riempia e rinnovi le proporzioni delle nostre capacità di contenere la vita che a sua volta ci contiene. Il teatro, la ricerca, la prevenzione, la cura dei medici dell’équipe della dottoressa Alba Di Leone (più che un nome un autentico presagio di vittoria) mi hanno salvato la vita“.

Che c’è nel tuo prossimo futuro?

“Dopo tutto il mio trascorso, e le nuove consapevolezze che mi muovono, il futuro è per me più che mai un concetto astratto, un’ipotesi desiderabile ma pur sempre un’ipotesi. Ci ho messo molto tempo a conquistarmi il presente, il qui e ora. Il futuro non lo attenziono, semplicemente gli vado incontro ma procedendo di spalle, come i vogatori. E come fanno loro, anche io ciò che guardo non è la meta ma il punto di partenza, il luogo dal quale vengo, per non perdere la strada. Il futuro non lo guardo semplicemente perché non c’è ancora, ma lo raggiungo giorno dopo giorno restando meravigliosamente qui. Sempre qui. Qui e ora. Perché qui è bello“.

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