Mentre milioni di meridionali lasciavano i paesi, caricavano poche valigie sui treni e risalivano l’Italia in cerca di lavoro, Giuseppe Berto compì il viaggio nella direzione opposta. Veneto, nato a Mogliano nel 1914, scese nel Mezzogiorno, scoprì la Calabria e scelse Capo Vaticano come rifugio, casa e approdo definitivo. Non fu un turista incantato da una cartolina. Fu, per usare l’immagine di Marcello Veneziani, un “emigrato al contrario”: un uomo del Nord che si consegnò al Sud, alle sue bellezze e alle sue ferite.
In un intenso ritratto pubblicato su La Verità, Veneziani torna sul rapporto fra l’autore de Il male oscuro e quella parte d’Italia che, nel secondo Dopoguerra, appariva ancora lontana, profonda e quasi indecifrabile. Un mondo che lo scrittore attraversò per trent’anni e che oggi riemerge nel volume Il mare dove nascono i miti, raccolta di reportage, lettere e interventi dedicati al Mezzogiorno, curata da Saverio Vita e pubblicata da Settecolori.
Il viaggio controcorrente dal Veneto a Capo Vaticano
La scelta di Berto acquista un significato ancora più forte se collocata nel suo tempo. L’Italia non aveva ancora conosciuto pienamente il boom economico; il divario fra Nord e Sud non era diventato materia di slogan contrapposti, ma era già inciso nella vita quotidiana. Il Mezzogiorno era la terra dalla quale si partiva. Berto, invece, arrivò.
Veneziani ricorda che non fu il solo intellettuale veneto a guardare verso Sud. Giacomo Noventa vi tenne comizi e rimase colpito dall’umanità contadina; Guido Piovene ne attraversò città e paesaggi nel suo Viaggio in Italia. Ma Berto andò oltre l’osservazione: mise radici in Calabria, pur tra ritorni, ripensamenti e insofferenze.
A Capo Vaticano acquistò un terreno, costruì la propria casa e fece di quel tratto della costa vibonese il luogo in cui abitare una parte decisiva della sua vita. Morì a Roma nel 1978 ed è sepolto proprio lì, davanti al mare che aveva scelto.
Il Sud come un “mare oscuro”
Per spiegare l’incontro di Berto con il Mezzogiorno, Veneziani prende in prestito il titolo della sua opera più celebre e trasforma Il male oscuro in un “mare oscuro”: sconosciuto, profondo, misterioso, del colore intenso che nasce dall’incontro tra l’acqua, le rocce e la vegetazione sommersa.
È un’immagine che contiene tutto. La fascinazione e la paura. L’attrazione per una terra che sembra custodire un’origine remota e il disagio di chi ne osserva miseria, abbandono e immobilità. Nel viaggio di Berto, scrive Veneziani, il treno sembra quasi venire “inghiottito dal Sud”. E la Calabria diventa il punto estremo di quella discesa, “più Sud del Sud”, irrimediabilmente meridionale.
Berto non addolcisce ciò che vede. Racconta le case povere, le strade dissestate, i rubinetti che non funzionano, gli uomini e le donne vestiti di scuro, il fatalismo e un cattolicesimo ancora intriso di riti antichi.
Non confonde però l’indolenza con la pigrizia e non riduce il Mezzogiorno a una caricatura. Dietro le contraddizioni individua ciò che definisce una “misteriosa armonia”: una forma di equilibrio invisibile, capace di tenere insieme bellezza e rovina, dolore e vitalità.
La Calabria, terra in cui il mito nasce ancora
Lo sguardo dello scrittore supera la cronaca e cerca ciò che viene prima della storia. Fra Scilla e Cariddi, nel movimento delle onde, Berto vede incontrarsi il mondo greco e quello latino. Il mare non è soltanto paesaggio: è il luogo in cui il mito continua a generarsi.
È questo uno dei nuclei più potenti del ritratto di Veneziani. Di solito il mare rappresenta il caos, l’infinito, l’assenza di confini. Per Berto avviene il contrario: il mare mette ordine, disegna la terra, dà una forma al paesaggio e persino alle contraddizioni del Sud.
A Capo Vaticano quella visione diventa concreta. La natura non è uno sfondo da contemplare, ma una presenza con cui misurarsi ogni giorno.
Nella Calabria Berto ritrova il mondo originario: la luce, il calore, la vita non ancora interamente assorbita dalla modernità. Ma il suo non è mai un amore pacificato. È un sentimento che Veneziani definisce, riprendendo lo stesso scrittore, “un amore disgraziato”: l’impossibilità di vivere pienamente in quel luogo e, nello stesso tempo, l’impossibilità di separarsene davvero.
Nessuna cartolina: Berto amò anche ciò che non sopportava
La forza del racconto sta proprio nell’assenza di retorica. Berto impreca contro le mosche, i ragli degli asini all’alba, la tristezza che sembra gravare sulle persone e sulle cose. Denuncia le arretratezze, il bigottismo, la povertà materiale. Poi si allontana e sente nostalgia.
Torna a pensare alla Calabria come fanno gli emigrati con il paese lasciato alle spalle: da lontano ne cancellano i difetti, ne amplificano la bellezza, ne fanno una patria dell’anima.
Veneziani coglie in questa oscillazione il cuore del rapporto fra Berto e il Sud. Lo scrittore non si innamorò di una terra perfetta, ma di una terra che lo attirava proprio perché irrisolta. La sua Calabria era insopportabile e necessaria, aspra e luminosa. Poteva apparire malata e, un istante dopo, provocare “un salto gioioso dell’animo”.
La scelta di Capo Vaticano non fu dunque una fuga esotica né il capriccio di un intellettuale. Fu una decisione esistenziale. Berto cercava un luogo capace di sottrarlo all’Italia industriale e insieme di metterlo davanti alle proprie inquietudini.
In quel promontorio trovò una frontiera: di fronte la Sicilia, attorno il Mediterraneo, sotto casa un mare che sembrava contenere la memoria del mondo.
Quel Mezzogiorno non esiste più, ma continua a parlarci
Il Sud osservato da Berto tra il 1948 e gli anni Settanta è ormai in gran parte scomparso. Non aveva ancora conosciuto la grande emigrazione dei giovani laureati, la denatalità, l’esplosione di alcune località turistiche e il degrado prodotto da uno sviluppo senza ordine.
Nei suoi scritti non occupa ancora il centro della scena la criminalità organizzata e non c’è la nuova immigrazione. È un Mezzogiorno contadino, povero, religioso, severo, oggi quasi introvabile.
Veneziani lo riassume con un’espressione che contiene nostalgia e provocazione: la “ricchezza della povertà”. Non è l’elogio della miseria, né il desiderio di tornare a un tempo di privazioni. È il riconoscimento di ciò che il progresso ha cancellato insieme alla fame e all’arretratezza: legami, riti, memoria, un rapporto più diretto con la natura e una cultura popolare non ancora ridotta a folklore.
È qui che il Berto riletto da Veneziani incontra, almeno per un tratto, Pier Paolo Pasolini: nel rimpianto per una civiltà contadina travolta dall’omologazione.
Ma Berto resta Berto, insofferente alle appartenenze e alle letture consolatorie. Del Sud non offre né un’assoluzione né una condanna. Ne restituisce il mistero.
L’eredità dell’“emigrato al contrario”
Oggi la casa di Capo Vaticano conserva la memoria dello scrittore e il legame che egli scelse di stringere con la Calabria. Nato in Veneto, morto a Roma e sepolto a Ricadi, Giuseppe Berto appartiene a una geografia sentimentale che attraversa l’Italia e ne capovolge i flussi.
Nel secolo delle partenze dal Mezzogiorno, fu l’uomo che arrivò. Guardò il Sud senza indulgenza e senza superiorità, ne vide l’oscurità e la luce, lo detestò e lo amò.
Per questo il ritratto di Marcello Veneziani colpisce nel segno: Berto non scelse soltanto di vivere in Calabria. Si lasciò conquistare da una terra che non gli promise comodità, ma gli offrì qualcosa di più raro: un luogo in cui riconoscere il proprio tormento e trasformarlo in letteratura.













