La rivolta non era ancora ufficialmente cominciata. Le barricate che avrebbero isolato interi quartieri non erano state innalzate, le stazioni non erano state occupate e il grido “Boia chi molla” non era ancora diventato lo slogan di una delle proteste più lunghe e controverse dell’Italia repubblicana. Ma il 12 luglio 1970 qualcosa cambiò. A Villa San Giovanni arrivò il presidente del Senato Amintore Fanfani, invitato a partecipare alla consegna di un premio culturale. Doveva essere una cerimonia istituzionale. Si trasformò in una contestazione.
Al tramonto comparvero i primi blocchi stradali. Reggio entrava così nei giorni che avrebbero cambiato per sempre la propria storia. Una cronologia pubblicata dall’Istituto siciliano di studi politici ed economici colloca proprio il 12 luglio la protesta contro Fanfani, i primi blocchi a Reggio e le riunioni degli esponenti politici locali dissidenti.
La battaglia per il capoluogo
La tensione era cresciuta durante la nascita delle Regioni a statuto ordinario. In Calabria, la scelta della città destinata a ospitare il capoluogo aveva alimentato uno scontro durissimo tra Catanzaro e Reggio Calabria. Catanzaro rivendicava la propria posizione amministrativa e geografica. Reggio considerava il ruolo di capoluogo un riconoscimento naturale per la città più popolosa della regione e per un territorio convinto di essere stato progressivamente marginalizzato.
La questione istituzionale si innestava su un malessere molto più profondo: disoccupazione, emigrazione, assenza di industrie, servizi insufficienti e la percezione che le decisioni più importanti venissero assunte altrove. Il capoluogo diventò così un simbolo. Dietro la battaglia per gli uffici regionali c’era la domanda di lavoro stabile, investimenti pubblici e potere politico.
Fanfani a Villa San Giovanni
Il 12 luglio Fanfani partecipò alla quindicesima edizione di un premio organizzato dal Circolo Cenide. Ricevette una targa per il proprio impegno a favore della Calabria e si rivolse alla platea invitando i reggini a impegnarsi per obiettivi ritenuti più importanti. Quelle parole furono interpretate da una parte del pubblico come una liquidazione delle rivendicazioni della città. La cerimonia venne contestata e la protesta si spostò rapidamente dal luogo dell’evento alle strade. Non fu ancora la grande esplosione. Ma fu il segnale che la mediazione politica non riusciva più a contenere la rabbia.
Dal 12 al 14 luglio: la città verso lo sciopero
Il giorno successivo le trattative politiche continuarono. Da Reggio partirono delegazioni dirette a Roma, mentre giungevano rassicurazioni sul fatto che la scelta definitiva del capoluogo non fosse ancora stata compiuta. Il 14 luglio venne proclamato lo sciopero generale. Migliaia di persone attraversarono corso Garibaldi. Gli scontri con le forze dell’ordine segnarono l’inizio ufficiale dei Moti di Reggio. La protesta si estese ai quartieri popolari, alle stazioni, al porto e alle principali vie di comunicazione. La città venne attraversata da barricate, blocchi ferroviari, occupazioni e attentati. Treccani descrive quei mesi come una rivolta durata circa otto mesi, segnata da scontri, bombe, morti e feriti.
Una rivolta popolare che la destra seppe conquistare
Ridurre i Moti a un’unica matrice politica significa perdere una parte essenziale della loro complessità. All’inizio parteciparono cittadini di orientamenti differenti, commercianti, lavoratori, disoccupati, studenti, donne e famiglie. La protesta aveva una forte componente popolare e identitaria, alimentata dalla convinzione che Reggio stesse subendo un nuovo torto. I partiti tradizionali, soprattutto quelli di sinistra, considerarono inizialmente la mobilitazione campanilistica e politicamente pericolosa. Questa distanza lasciò uno spazio che il Movimento sociale italiano e gli ambienti della destra radicale seppero occupare.
Il sindacalista missino Ciccio Franco divenne il volto più noto della protesta e lo slogan “Boia chi molla” finì per identificare l’intera rivolta. L’estrema destra riuscì a trasformare una rabbia territoriale eterogenea in una potente occasione di consenso politico. Ma la presenza determinante della destra non cancella la natura sociale del malessere. Reggio non protestava soltanto per un titolo amministrativo. Protestava contro la sensazione di essere una periferia dimenticata dello Stato.
Il sangue, gli attentati e il treno di Gioia Tauro
La protesta diventò progressivamente più violenta. Agli scontri di strada si aggiunsero attentati dinamitardi e sabotaggi. Il 22 luglio 1970, nei pressi di Gioia Tauro, una bomba provocò il deragliamento del treno Freccia del Sud, diretto dalla Sicilia a Torino. Morirono sei persone e decine rimasero ferite. L’episodio rappresenta ancora oggi uno dei passaggi più oscuri di quella stagione. Nei mesi successivi Reggio rimase a lungo paralizzata e isolata. La rivolta produsse vittime, centinaia di feriti, arresti e migliaia di denunce. Le forze dell’ordine e, nella fase finale, reparti militari furono impiegati per riprendere il controllo della città.
Il Pacchetto Colombo e le promesse dell’industrializzazione
Nel febbraio 1971 il governo guidato da Emilio Colombo presentò il cosiddetto Pacchetto per la Calabria. La soluzione istituzionale assegnò a Catanzaro il ruolo di capoluogo e sede della Giunta regionale, mentre Reggio avrebbe ospitato il Consiglio regionale. A Cosenza sarebbe nata l’università. Sul fronte economico vennero annunciati grandi investimenti: il quinto centro siderurgico a Gioia Tauro, il polo chimico di Saline Joniche e altri insediamenti produttivi destinati a creare migliaia di posti di lavoro.
Il centro siderurgico non venne mai costruito. A Gioia Tauro rimase il porto, nato inizialmente per servire l’impianto industriale e divenuto molti anni dopo un grande scalo di transhipment. La Liquichimica di Saline Joniche entrò in funzione solo marginalmente e si trasformò in uno dei simboli delle cattedrali nel deserto. Le promesse nate per spegnere la rivolta produssero infrastrutture e interventi, ma non l’industrializzazione stabile immaginata.
La ferita che divide ancora la memoria
A cinquantasei anni di distanza, i Moti continuano a essere raccontati attraverso letture contrapposte. Per alcuni furono una rivolta popolare contro l’abbandono e l’arroganza della politica. Per altri rappresentarono una sollevazione guidata e utilizzata dall’estrema destra dentro la strategia della tensione. Entrambe le dimensioni appartengono alla storia. La protesta nacque da un malessere reale, ma venne conquistata politicamente da forze capaci di trasformare quella rabbia in una mobilitazione radicale.
Il 12 luglio 1970 è importante proprio perché fotografa il momento precedente alla definitiva politicizzazione: una cerimonia, una frase interpretata come un affronto, la contestazione e i primi blocchi. La rivolta cominciò ufficialmente due giorni dopo. Ma la scintilla era già caduta.












