Una grotta scavata nel tufo, le ossa di un eremita morto quasi ottocento anni prima e un giovane gravemente malato che, secondo la tradizione, guarì appena vide le reliquie. Il 2 agosto 1747 Melicuccà divenne il centro di una storia sospesa tra documento, fede e leggenda popolare. Quel giorno, nel complesso rupestre che sorge alle pendici settentrionali dell’Aspromonte, furono ritrovati i resti attribuiti a Sant’Elia Speleota, uno dei maggiori protagonisti del monachesimo italo-greco in Calabria.
A rendere ancora più suggestivo il racconto c’era un segno impresso sul corpo del santo fin dall’infanzia: Elia aveva perso una mano durante un incidente. Quel particolare, tramandato dalla sua antica biografia, sarebbe diventato anche uno degli elementi attorno ai quali si sviluppò l’identificazione popolare delle reliquie.
Il bambino che perse una mano
Secondo la “Vita”, la principale fonte utilizzata per ricostruirne la biografia, Elia nacque nell’area di Reggio Calabria tra l’860 e l’865. La data tradizionale dell’864 resta un’ipotesi, non sostenuta da prove documentarie definitive. I genitori, Pietro e Leontò, appartenevano a una famiglia agiata. Elia avrebbe quindi potuto condurre un’esistenza comoda, lontana dalle privazioni che avrebbero segnato il resto della sua vita.
Ancora bambino, però, fu coinvolto in un grave incidente e perse una mano. Per questo i contemporanei gli attribuirono il soprannome greco “monócheir”, cioè “monco di una mano”. Il particolare è riportato anche nella biografia del Dizionario biografico Treccani. A diciotto anni la madre gli propose di sposare una giovane di buona famiglia. Elia rifiutò. Scelse la vita religiosa, lasciò Reggio e si ritirò inizialmente in una chiesa sulle pendici del monte San Nicone, nei pressi di Taormina. Fu l’inizio di un lungo viaggio spirituale.
Da Roma all’Oriente, prima del ritorno in Calabria
Elia raggiunse Roma in pellegrinaggio per visitare le tombe degli apostoli Pietro e Paolo. Nelle vicinanze della città condusse inizialmente un’esistenza solitaria e poverissima, fino a quando incontrò il monaco Ignazio, che lo formò alla vita monastica. Tornato a Reggio Calabria, si unì all’anziano monaco Arsenio. Insieme intrapresero un viaggio verso Patrasso, in Grecia, mentre le incursioni saracene sconvolgevano le coste della Calabria e della Sicilia.
Al rientro, Elia scelse un luogo isolato e impervio nel territorio di Melicuccà. Qui, insieme ai monaci Cosma e Vitale, si stabilì all’interno di una grotta e iniziò una vita fatta di preghiera, digiuno e penitenza. Proprio dalla sua scelta di abitare nelle cavità naturali derivò il nome “Speleota”, dal greco “spelaiótes”: abitante delle grotte.
La grotta e il monastero dei centocinquanta monaci
La fama dell’eremita si diffuse rapidamente. Gli abitanti dei territori vicini iniziarono a raggiungere Melicuccà per ascoltarlo, chiedere conforto e ricevere consigli. Attorno alla sua esperienza ascetica si formò progressivamente una comunità monastica. Nei periodi di maggiore splendore il cenobio avrebbe ospitato oltre centocinquanta monaci.
Ancora oggi il complesso conserva i resti delle strutture annesse: la cantina, il mulino, i palmenti, la necropoli e gli ambienti utilizzati dalla comunità religiosa. Il sito rappresenta una delle testimonianze più rilevanti della presenza bizantina e del monachesimo italo-greco nell’Italia meridionale.
La cavità principale è conosciuta come la “divina e famosa grotta”. Alta più di quattro metri e profonda circa diciotto, custodisce una sorgente chiamata “acqua del giardino di Sant’Elia” o “àghiasma”, cioè fonte sacra. L’acqua gocciola dalla roccia e viene raccolta in una sorta di acquasantiera naturale. La tradizione devozionale le attribuisce proprietà taumaturgiche e lega alla sorgente numerose guarigioni.
Il sepolcro scavato nella roccia
Elia morì, secondo la cronologia tradizionale, l’11 settembre 960. Aveva quasi cento anni. Il suo corpo sarebbe stato deposto nel sepolcro che egli stesso aveva scavato nella grotta. Lì sarebbe rimasto per secoli, mentre attorno al luogo continuavano a crescere il culto, i pellegrinaggi e i racconti popolari. Poi arrivò il 2 agosto 1747.
Quel giorno furono scoperte alcune ossa ritenute appartenenti al santo. Secondo le narrazioni devozionali, il segno della mutilazione subita da Elia da bambino avrebbe contribuito ad attribuire quei resti proprio al monaco chiamato “monócheir”. Non esistono, naturalmente, verifiche scientifiche paragonabili a quelle moderne. L’identificazione appartiene alla tradizione religiosa formatasi attorno al santuario.
La guarigione di Antonio Germanò
Al momento del ritrovamento era presente anche Antonio Germanò, giovane di Melicuccà gravemente malato. Secondo la tradizione, appena vide le ossa attribuite a Sant’Elia guarì istantaneamente. Il racconto riferisce che il ragazzo, fino a quel momento afflitto dalla malattia, recuperò improvvisamente le proprie condizioni.
L’episodio sarebbe stato registrato in un atto pubblico rogato il 12 agosto 1747 dal notaio Carmelo Fantoni. La presenza di un documento notarile testimonia la formalizzazione del racconto, ma la guarigione resta comprensibilmente un fatto interpretato attraverso la fede e la devozione popolare. La vicenda è riportata anche dal portale turistico istituzionale di Reggio Calabria, che presenta il complesso di Melicuccà come uno dei luoghi più importanti della grecità bizantina calabrese.
Tra fede, storia e leggenda
Il terremoto del 1783 distrusse parte del complesso monastico e provocò la morte di alcuni religiosi. Le grotte, le sorgenti e i ruderi superstiti continuarono però a custodire la memoria di Elia e della comunità nata attorno al suo esempio. Sant’Elia Speleota viene celebrato l’11 settembre, giorno tradizionalmente indicato come quello della sua morte. Il 2 agosto rimane invece legato al ritrovamento delle ossa e al presunto miracolo di Antonio Germanò.
La storia del monaco senza una mano non può essere letta soltanto come una cronaca di prodigi. Racconta anche una Calabria medievale attraversata dalla cultura greca, dalle incursioni saracene, dal monachesimo orientale e da comunità capaci di nascere attorno a una grotta. Il miracolo appartiene alla fede. Le rocce, i ruderi e la sorgente appartengono alla storia di Melicuccà. In mezzo rimane la figura di Elia, l’eremita che scelse di vivere lontano dal mondo e che, oltre mille anni dopo, continua ad attirare persone nella sua grotta.












