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20 Giugno 2026
20 Giugno 2026
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‘Trame’, Melillo a Lamezia avverte: “Le mafie sparano ancora, oggi sono imprese digitali che cercano potere e Stato”

Il Procuratore antimafia descrive l’evoluzione delle organizzazioni criminali: “Costellazioni di imprese, tra tecnologia e mimetizzazione economica”. Grasso ricorda il Maxiprocesso e Falcone: “Quella scintilla è una fiaccola per le nuove generazioni”

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“Le mafie continuano a sparare perché non rinunciano mai all’arma della violenza che fonda la reputazione di un’organizzazione criminale e le consente di perseguire obiettivi fondamentali quali ricchezza e potere”, ha detto Giovanni Melillo, Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, intervenendo al Festival dei libri sulle mafie “Trame”, in corso a Lamezia Terme fino a domani.

Non solo accumulo di denaro

Le mafie “non si accontentano di accumulare denaro”, ma “intendono accumulare potere” e continuano a cercare “un rapporto con gli apparati politici e amministrativi”, soprattutto con quelli che governano “gli snodi della spesa pubblica”. Il Procuratore ha richiamato i due pilastri del sistema antimafia italiano: da un lato “il delitto di associazione mafiosa”, che “non è una semplice associazione per delinquere” ma un’organizzazione che, attraverso il metodo dell’intimidazione, “mira ad acquisire il controllo dell’economia”; dall’altro “la possibilità di sequestrare e confiscare le ricchezze mafiose”. Secondo Melillo, “oggi le mafie sono sempre le stesse e contemporaneamente sono completamente diverse”, attraversate da “processi di trasformazione tecnologica dell’agire mafioso” e da una forte “mimetizzazione economica”. “Se c’è un modo di descrivere le mafie”, ha detto, è quello di considerarle “autentiche costellazioni di imprese”.

Trame Grasso due

Le organizzazioni mafiose, ha aggiunto, “reclutano esperti di tecnologie digitali”, perché oggi i processi criminali sono largamente guidati dall’impiego delle tecnologie, “persino dalle tecnologie di intelligenza artificiale generativa”. Un passaggio dell’intervento è stato dedicato alla ‘ndrangheta, la cui espansione “in Nord Italia e all’estero” è stata a lungo “sottovalutata e persino negata”. Melillo ha ricordato che, venticinque anni fa, “ci affannavamo a spiegare ai colleghi svizzeri, tedeschi e francesi che la ‘ndrangheta stava anche da loro”. E ha sottolineato che “in molti Paesi europei la presenza della ‘ndrangheta non è considerata una priorità criminale”, perché in quelle aree l’organizzazione “rinuncia a mostrare il volto feroce” e preferisce “il volto molto più rassicurante degli affari”.

“L’accendino che accese la fiammella …”

Dalla fotografia delle mafie contemporanee a uno snodo giudiziario chiave nella lotta alla mafia: il Maxiprocesso, che “dimostrò con le prove e con il diritto, non come forma di vendetta, che Cosa Nostra esisteva”. Lo ha raccontato Pietro Grasso, già presidente del Senato, ex procuratore nazionale antimafia e giudice a latere del Maxiprocesso di Palermo, presentando a “Trame” il suo libro “‘U Maxi. Dentro il processo a Cosa Nostra”. Grasso ha ricordato anche i numeri della sentenza: “19 ergastoli, 2.665 anni di carcere, 11 miliardi e mezzo di lire di multa”, ma anche “114 assoluzioni”. Un dato che, ha sottolineato, dimostrò che non ci fu “macelleria giudiziaria”, ma una valutazione “persona per persona” delle responsabilità. Poi il ricordo personale di Giovanni Falcone. L’accendino d’argento che il magistrato gli affidò chiedendogli di custodirlo e di restituirglielo se avesse deciso di riprendere a fumare. Dopo la strage di Capaci, Grasso decise di tenerlo sempre con sé. “Quell’accendino fa una scintilla che accende una fiammella”, ha detto Grasso, auspicando che quella scintilla possa diventare una fiaccola “che i giovani, ma anche gli adulti, possono portare alta” per far camminare sulle loro gambe “le idee e i valori di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”.

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