Ci sono luoghi che si capiscono solo entrando. IAM è uno di questi. Dall’esterno appare come un grande impianto industriale collocato in una posizione strategica, davanti al porto di Gioia Tauro. Dentro, invece, rivela la sua vera natura: una macchina ambientale complessa, organizzata, presidiata, nella quale ogni vasca, ogni linea, ogni controllo racconta un pezzo di una trasformazione.
Il racconto della depurazione, qui, cambia registro. Non è più solo il tema emergenziale che ritorna a ogni estate, quando il mare diventa argomento politico e la qualità delle acque misura l’efficienza delle istituzioni. A Gioia Tauro la depurazione diventa modello industriale. Un modello costruito da IAM, società per azioni a socio unico della famiglia Lico, attraverso una governance che ha scelto una direzione precisa: trasparenza, competenza, controllo e responsabilità.
IAM serve 16 comuni della Piana di Gioia Tauro. Non soltanto utenze domestiche, ma un intero sistema territoriale fatto di città, scuole, ospedali, imprese, attività produttive e presenze quotidiane che aumentano la pressione sulle reti. La capacità depurativa di un impianto non si valuta sulla sola base del numero dei residenti, ma in funzione del carico inquinante complessivo espresso in abitanti equivalenti, che consente di rapportare i carichi organici effettivamente conferiti all’impianto alla capacità di trattamento, cioè con il peso reale che il territorio esercita sull’impianto.
La proprietà che investe e la governance che tiene la rotta
In un settore delicato come quello ambientale, la proprietà fa la differenza quando decide di investire non solo sugli impianti, ma sulle regole. IAM ha puntato su una governance capace di trasformare una gestione complessa in un sistema affidabile. La riconferma di questo assetto non è un fatto formale. È il segnale di una continuità industriale: tenere ferma la barra su competenza, trasparenza e presidio tecnico. Perché depurare significa assumersi una responsabilità quotidiana. Significa garantire che ciò che arriva in impianto venga trattato correttamente, che i valori siano verificati, che le anomalie siano intercettate, che gli enti vengano informati, che il territorio possa fidarsi. IAM opera con un’autorizzazione regionale rinnovata per 12 anni, durata legata anche alla certificazione ambientale. È un passaggio che fotografa la serietà del percorso: non una gestione provvisoria, non una risposta tampone, ma un progetto industriale di lungo periodo.

Il laboratorio come simbolo del nuovo corso
Il luogo più importante dell’impianto non è quello più visibile. È il laboratorio. Qui IAM ha concentrato una parte decisiva dei propri investimenti, dotandosi di strumenti innovativi e rapidi per analizzare ciò che entra e ciò che attraversa il processo depurativo. Il laboratorio è il punto in cui il dato diventa decisione. I campioni vengono prelevati più volte durante la giornata, i valori vengono controllati, le eventuali criticità vengono individuate prima che possano compromettere il ciclo. È un sistema di prevenzione prima ancora che di verifica.
La quarta linea, dedicata ai rifiuti liquidi non pericolosi e in particolare al percolato da discarica, segue un percorso separato rispetto alle linee dei reflui urbani. Ogni conferimento viene preceduto da controlli, omologhe, verifiche. Nessuno entra semplicemente “bussando alla porta”. La selezione è parte del processo. L’accettazione del rifiuto non è automatica: è subordinata alla compatibilità con la capacità organica dell’impianto e agli standard richiesti. In questo si vede la differenza tra un depuratore che reagisce e un depuratore che governa.
Le sentinelle dell’ambiente: controlli continui e segnalazioni agli enti
Uno degli elementi più significativi del modello IAM è la capacità di intercettare situazioni critiche generate dal territorio. Nel periodo delle agrumarie o delle lavorazioni olearie, i reflui provenienti da alcune attività produttive possono presentare caratteristiche tali da incidere sul processo biologico. IAM ha costruito un presidio che consente di accorgersene subito. Controlla l’ingresso, monitora le vasche, verifica i parametri, interviene con misure correttive e segnala agli organi competenti. Non lo fa solo perché è obbligatorio. Lo fa perché ha scelto di essere parte attiva nella tutela ambientale. È questo il salto culturale: l’impianto non viene vissuto come punto finale del problema, ma come sentinella del territorio. Un luogo in cui si raccolgono segnali, si leggono fenomeni, si individuano responsabilità e si contribuisce alla prevenzione.
La sicurezza come cultura aziendale
La sicurezza, in IAM, non è un capitolo separato. È una parte del modello. L’impianto è monitorato 24 ore su 24, con videosorveglianza, guardiania, controllo da remoto e presenza fisica di addetti. Ma la sicurezza più importante è quella che riguarda la filiera umana e professionale. La società ha scelto un criterio netto: dentro IAM entrano competenze. I dipendenti vengono selezionati sulla base del merito. Le convenzioni con l’Università della Calabria e con l’Università di Messina, in particolare con i dipartimenti di Chimica, rappresentano uno strumento per intercettare profili qualificati, formarli e inserirli in un contesto industriale ad alta responsabilità.
Lo stesso filtro viene applicato ai fornitori. La società richiede requisiti specifici, rafforza i presidi organizzativi, adotta procedure e modelli di controllo. In un territorio complicato, questa scelta pesa più di qualsiasi dichiarazione. Significa costruire un’impresa che non si limita a lavorare bene, ma vuole lavorare in modo pulito, tracciabile, verificabile.
La sfida più difficile: conquistare fiducia
Nel 2017 la storia dell’impianto era segnata da problemi e diffidenze. Oggi IAM racconta un’altra fase. Il rapporto con gli enti è diventato un confronto costante, produttivo, rispettoso dei ruoli. Regione Calabria, Prefettura, Comuni, sindaci, Capitaneria di porto, uffici ambiente: il dialogo istituzionale è quotidiano, ma senza confusioni.
La formula è essenziale: IAM gestisce, gli enti controllano, le amministrazioni conferiscono, ciascuno resta nel proprio ruolo. È una regola di buon senso, ma nel settore ambientale può diventare una garanzia democratica. Poi c’è il rapporto con i cittadini. L’iniziativa “IAM apre le porte” rappresenta il gesto più concreto: far vedere l’impianto, spiegare come funziona, superare la distanza tra industria e comunità. Le visite dei Comuni, da San Ferdinando a Gioia Tauro, indicano un cambio di clima. La diffidenza lascia spazio a una relazione più diretta. In un depuratore, la fiducia passa anche dai sensi. Chi arriva si aspetta cattivi odori. Spesso scopre il contrario. E questo, più di tante parole, misura la qualità di una gestione.

Il mare come banco di prova
IAM non rivendica meriti esclusivi sulla qualità del mare. Ma rivendica un contributo positivo. Il refluo depurato in uscita viene verificato e, secondo quanto rappresentato dalla società, presenta valori conformi e inferiori ai limiti previsti dalla normativa. Non solo. L’autorizzazione prevede una campagna a mare, con punti di prelievo sul lungomare di Gioia Tauro e in prossimità dello sbocco della condotta. È un ulteriore livello di verifica, che collega l’impianto al suo effetto più visibile: la qualità delle acque del Golfo. La depurazione, così, smette di essere invisibile. Diventa un pezzo della reputazione ambientale di un territorio. Incide sul mare, sulla vivibilità, sulla percezione dei cittadini, sull’immagine stessa della Piana.
La Calabria prima: prossimità e responsabilità territoriale
IAM opera anche nel mercato dei rifiuti liquidi non pericolosi provenienti da altri territori, ma dichiara una priorità chiara: la Calabria. Il principio di prossimità, richiamato dalle linee guida ambientali, indica una direzione precisa: il rifiuto deve essere trattato nel luogo idoneo più vicino, evitando percorsi inutili e squilibri gestionali. Per questo gli impianti calabresi hanno priorità nella fase di accettazione, sempre nel rispetto delle verifiche tecniche e della capacità depurativa. È una scelta che tiene insieme impresa e territorio. IAM resta un soggetto economico, ma colloca la propria attività dentro una logica di servizio e responsabilità.
Il modello esportabile
La domanda, a questo punto, è inevitabile: il modello IAM può essere replicato altrove? La risposta sta nella combinazione degli elementi che lo compongono. Non basta un impianto. Servono un gestore preparato, una conduzione competente, personale qualificato, controlli, laboratorio, sicurezza, governance, dialogo con gli enti e capacità di stare nel territorio. IAM ha costruito questa catena nella Piana di Gioia Tauro. Ed è proprio questo il dato più forte: se un modello funziona in un contesto complesso, può offrire indicazioni utili anche ad altri territori. La depurazione non è solo tecnica. È organizzazione. È cultura amministrativa. È impresa. È capacità di anticipare i problemi prima che diventino emergenze.
Il segreto è non avere segreti
Alla fine, il successo di IAM sta proprio qui: non avere segreti. Aprire le porte. Misurare. Controllare. Far vedere. Dialogare. Investire. Selezionare. Segnalare. Rispettare i ruoli. In un territorio difficile, la società ha scelto la via più impegnativa: rendere ordinario ciò che spesso viene considerato eccezionale. Un impianto che lavora ogni giorno, un laboratorio che verifica, una governance che risponde, una proprietà che investe, una comunità che comincia a riconoscere il cambiamento. È così che la depurazione diventa modello. Non perché lo si proclama, ma perché lo si dimostra. Ogni giorno. Ventiquattro ore su ventiquattro. Dentro la Piana di Gioia Tauro.












