*di Annunziata Paese
Ogni settimana la Calabria celebra il vino. Festival, eventi, degustazioni, fiere, convegni, finanziamenti pubblici, campagne di comunicazione, itinerari enogastronomici. Il vino è diventato il principale ambasciatore della regione, quasi il paradigma attraverso cui raccontarne l’identità e immaginarne lo sviluppo. Ma una politica economica dovrebbe seguire i numeri o le suggestioni? È una domanda che vale la pena porsi. Secondo le stime più recenti, la Calabria produce appena lo 0,5-0,6% del vino italiano. Il valore economico diretto del comparto è stimabile in circa 70-85 milioni di euro annui, pari a circa lo 0,2% del PIL regionale. Sono numeri che non autorizzano a considerare il vino uno dei motori economici della Calabria. Eppure, osservando la comunicazione istituzionale, sembrerebbe esattamente il contrario.
Uno spazio superiore al suo peso
La sensazione è che il vino occupi uno spazio mediatico e politico enormemente superiore al suo peso economico reale. Non è una critica ai produttori, che anzi stanno dimostrando capacità imprenditoriale, qualità crescente e attenzione ai mercati. È una riflessione sulle priorità pubbliche. Perché una regione con uno dei più bassi livelli di reddito d’Europa concentra così tante energie su un settore che, anche nelle ipotesi più ottimistiche, non potrà mai modificare in modo significativo la struttura della propria economia? La risposta più frequente è che il vino genera turismo. È vero. Ma anche questo argomento merita prudenza. Il vino rappresenta un eccellente elemento di marketing territoriale, non necessariamente un grande moltiplicatore economico. Il rischio è quello di confondere uno straordinario strumento di promozione con una politica di sviluppo. Sono due cose profondamente diverse. Il problema diventa ancora più evidente guardando ciò che sta accadendo nel mondo. Negli ultimi anni il mercato internazionale del vino ha rallentato. I consumi diminuiscono in molti Paesi occidentali, le nuove generazioni consumano meno alcol, cresce la domanda di prodotti analcolici o a bassa gradazione e numerosi produttori europei denunciano eccedenze produttive. Anche nel 2026 il settore continua a confrontarsi con una frenata dell’export e con un mercato più difficile rispetto al passato. Non è una crisi irreversibile. Ma è certamente la fine di una lunga fase di crescita quasi continua. Continuare a costruire una narrazione economica regionale quasi esclusivamente intorno al vino proprio mentre il settore entra in una fase di maturità e di maggiore competizione appare, quantomeno, discutibile. Esiste poi un limite che nessun investimento pubblico può superare.
Non diventerà come il Veneto
La Calabria non diventerà mai il Veneto. Non possiede le superfici vitate, la struttura produttiva, la massa critica né le economie di scala delle grandi regioni vitivinicole italiane. Nemmeno raddoppiando la produzione cambierebbe il peso del comparto sul PIL regionale. Perché allora concentrare una parte così rilevante dell’immagine della Calabria su un settore che, per definizione, non potrà mai rappresentarne il principale motore economico? La vera questione riguarda il costo-opportunità. Ogni euro investito nella promozione di un settore è un euro non investito altrove. Ogni ora di attenzione istituzionale dedicata a un comparto è un’ora sottratta ad altri. Ogni grande evento finanziato con risorse pubbliche rappresenta una scelta di priorità. E allora la domanda diventa inevitabile. Dov’è una strategia altrettanto ambiziosa per la logistica avanzata che potrebbe nascere attorno a Gioia Tauro? Dov’è il grande progetto sulla trasformazione agroalimentare ad alto valore aggiunto? Dov’è il piano per attrarre imprese dell’intelligenza artificiale, della cybersicurezza, delle biotecnologie, dell’economia del mare, dell’aerospazio, delle energie rinnovabili o della manifattura innovativa? Sono tutti comparti che, se sviluppati, potrebbero generare migliaia di posti di lavoro qualificati e centinaia di milioni di euro di valore aggiunto. Molto più di quanto possa realisticamente fare il vino. La Calabria possiede università, competenze scientifiche, una posizione strategica nel Mediterraneo, uno dei più grandi porti di transhipment d’Europa, enormi risorse ambientali e un potenziale ancora largamente inespresso. Ridurre il racconto dello sviluppo regionale quasi esclusivamente all’enogastronomia rischia di essere una forma di riduzionismo economico.
Una narrazione più coraggiosa
Il vino deve continuare a crescere, deve essere valorizzato, deve essere promosso. Ma non può diventare l’alibi per rinunciare a una politica industriale. Perché il vino è un’eccellenza, ma non è una strategia di sviluppo. La Calabria ha bisogno di una narrazione più coraggiosa. Meno eventi celebrativi e più investimenti produttivi. Meno marketing identitario e più economia dell’innovazione. E una classe dirigente si misura proprio dalla capacità di distinguere ciò che è simbolicamente importante da ciò che è economicamente decisivo. La questione, allora, non è il vino. La questione sono le priorità. Ogni governo regionale, ogni amministrazione pubblica e ogni classe dirigente raccontano sé stessi attraverso ciò che scelgono di finanziare, promuovere e comunicare. Ed è qui che emerge una evidente asimmetria. Mentre si moltiplicano eventi, festival, campagne promozionali e manifestazioni dedicate al vino, la Calabria continua a fare i conti con problemi strutturali che incidono infinitamente di più sulla qualità della vita dei cittadini e sulla competitività dell’intero sistema economico. Ogni estate migliaia di ettari di bosco vengono distrutti dagli incendi, com’è purtroppo ben evidente proprio in questi giorni. Ogni inverno le mareggiate cancellano spiagge, danneggiano stabilimenti balneari, infrastrutture e lungomari. Ogni anno il dissesto idrogeologico provoca nuovi danni a strade, abitazioni e imprese. Sono fenomeni ormai ricorrenti, aggravati dagli effetti del cambiamento climatico, rispetto ai quali geologi, tecnici e amministratori locali chiedono da tempo un deciso rafforzamento delle politiche di prevenzione e manutenzione del territorio, sottolineando come investire prima costi molto meno che intervenire dopo le emergenze. La domanda è inevitabile. Quante risorse vengono destinate alla promozione dell’immagine della Calabria e quante, invece, alla messa in sicurezza del suo territorio? Perché un territorio che ogni anno perde coste, boschi e biodiversità dovrebbe considerare secondaria la manutenzione del proprio capitale naturale? Il mare rappresenta probabilmente il principale asset economico della Calabria. Eppure anche qui il dibattito pubblico sembra spesso preferire la celebrazione alla misurazione. L’assegnazione delle Bandiere Blu è certamente un riconoscimento importante, ma non può diventare l’unico indicatore della qualità ambientale.
Il rischio di non guardare al futuro
Le campagne di monitoraggio indipendenti, come quelle di Goletta Verde, continuano infatti a segnalare criticità in diversi punti della costa calabrese, soprattutto in corrispondenza di foci di fiumi e scarichi, ricordando che il problema della depurazione non è ancora risolto e che la qualità delle acque resta molto disomogenea lungo il litorale. Anche in questo caso il punto non è screditare la Calabria. Al contrario. Significa riconoscere che una regione si valorizza affrontando i propri problemi, non limitandosi a raccontare i propri successi. Lo stesso vale per l’erosione costiera. Negli ultimi anni interi tratti di litorale hanno subito arretramenti significativi, mentre gli eventi meteorologici estremi hanno mostrato tutta la vulnerabilità delle coste calabresi. Gli stessi amministratori locali parlano ormai di una situazione strutturale che richiede investimenti pluriennali e una strategia organica di adattamento climatico, non interventi occasionali dopo ogni emergenza. È qui che dovrebbe misurarsi la capacità di una politica di sviluppo. Non soltanto organizzando eventi che raccontino la Calabria, ma costruendo una Calabria più sicura, più resiliente e più competitiva. Perché un bosco salvato dagli incendi produce valore, una spiaggia preservata dall’erosione produce valore, un mare pulito produce valore, una rete efficiente di depurazione produce valore, la prevenzione del dissesto produce valore. Sono investimenti che non offrono il fascino di una degustazione né la visibilità di un festival, ma generano benefici economici, ambientali e sociali molto più duraturi. Il vero rischio, oggi, è che la Calabria investa più nella costruzione della propria narrazione che nella costruzione del proprio futuro. Le narrazioni servono, ma non possono sostituire le politiche. Una regione non diventa più forte quando racconta meglio sé stessa ma diventa più forte quando protegge il proprio territorio, valorizza il proprio capitale umano e investe nei settori capaci di generare sviluppo stabile per le prossime generazioni. Il vino può raccontare la Calabria, ma non può sostituire il futuro della Calabria.
- * Avvocata – Osservatorio per il Socialismo Riformista “Anna Kulischioff”











