31 Agosto 2026
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La grande fuga della Calabria non ha passaporto: in tre anni i capoluoghi hanno perso 7mila residenti

Dal 2023 al 2025 Cosenza, Catanzaro, Reggio Calabria, Crotone e Vibo Valentia hanno lasciato per strada 7.009 abitanti. Gli stranieri residenti aumentano in tutte e cinque le città. Il buco più profondo lo scavano le culle vuote

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Settemilanove persone in meno. Non è una previsione, non è uno scenario costruito da un centro studi: è la differenza fra i residenti iscritti nei cinque capoluoghi calabresi all’inizio del 2023 e quelli registrati alla fine del 2025. In tre anni Cosenza, Catanzaro, Reggio Calabria, Crotone e Vibo Valentia hanno perso l’equivalente della popolazione di un paese. Il numero finale, però, è soltanto la porta d’ingresso. Dietro ci sono movimenti diversi, che nei titoli finiscono spesso ammucchiati: chi si trasferisce nel comune accanto, chi parte per Milano o Bologna, chi rientra dall’estero, chi arriva da un altro Paese, chi nasce e chi muore. Separare queste voci cambia il racconto. Non rende la crisi meno grave. La rende più vera.

L’elaborazione di Calabria7 sui bilanci demografici comunali dell’Istat mostra una regione urbana che perde abitanti per due ragioni insieme: non riesce a trattenere una parte dei residenti e, soprattutto, non mette al mondo abbastanza figli per sostituire chi muore. L’immigrazione internazionale attenua la caduta, ma non può rovesciare da sola una struttura demografica diventata fragile. E gli stranieri, contrariamente a una rappresentazione diventata comoda per opposte propagande, non stanno scomparendo dalle città calabresi: aumentano in tutti e cinque i capoluoghi.

Il numero che inganna: un trasloco non è sempre una fuga dalla Calabria

Crotone -16,6 per mille, Reggio Calabria -16,5 per mille. Sono cifre pesanti, ma bisogna chiamarle con il loro nome. Non indicano la perdita complessiva di popolazione e non incorporano l’effetto degli arrivi dall’estero. Sono il risultato cumulato del saldo migratorio interno: la differenza tra chi si iscrive in un capoluogo provenendo da un altro comune italiano e chi lo lascia per stabilirsi in un altro comune italiano.

La definizione dell’Istat è inequivocabile. “Interno” non significa necessariamente “verso il Nord” e neppure “fuori regione”. Chi sposta la residenza da Reggio Calabria a Villa San Giovanni, o da Cosenza a Rende, viene contato come uscita dal capoluogo esattamente come chi si trasferisce a Torino. Per capire quanto questa distinzione pesi, basta allargare l’obiettivo: nel 2025 quasi il 60 per cento dei trasferimenti di residenza avvenuti in Italia si è consumato fra comuni della stessa provincia, oltre il 16 per cento fra province della stessa regione e soltanto circa un quarto ha attraversato un confine regionale.

Una parte della “fuga dalle città”, dunque, può essere suburbanizzazione: famiglie che cercano una casa meno costosa, più grande o più vicina alla rete parentale senza abbandonare davvero il territorio. Sarebbe però altrettanto falso usare questa precisazione per cancellare l’esodo. Quando l’Istat isola i movimenti fra regioni, nel 2025 la Calabria presenta un saldo migratorio interno di -3,8 per mille, tra i peggiori d’Italia. Quasi otto residenti ogni mille si sono trasferiti verso il Centro-Nord; la provincia di Crotone, con 9,5 partenze ogni mille abitanti, registra il tasso più alto nel Mezzogiorno. I dati raccontano quindi due fenomeni sovrapposti: lo svuotamento dei capoluoghi verso le cinture vicine e una perdita reale della regione verso le aree più forti del Paese.

La mappa della perdita, città per città

I registri anagrafici restituiscono cinque storie diverse. I valori sono cumulati dal 1° gennaio 2023 al 31 dicembre 2025; il 2025 è ancora provvisorio.

CapoluogoResidentiSaldo internoSaldo con l’esteroSaldo migratorio complessivoSaldo naturaleStranieri residenti
Cosenza-460+162+575+737-1.271+355
Catanzaro-2.141-1.230+282-948-1.333+251
Reggio Calabria-3.256-2.829+2.137-692-2.662+748
Crotone-728-976+662-314-517+319
Vibo Valentia-424-465+409-56-358+196
Totale-7.009-5.338+4.065-1.273-6.141+1.869

La ferita maggiore è a Reggio Calabria. In tre anni il capoluogo metropolitano perde 3.256 residenti. Il saldo dei trasferimenti con gli altri comuni italiani è negativo per 2.829 persone, ma quello con l’estero è positivo per 2.137: compensa circa tre quarti del primo. Poi arriva il conto della demografia naturale, 2.662 morti in più rispetto ai nati, ed è lì che la discesa diventa voragine.

A Catanzaro le due debolezze si sommano quasi con lo stesso peso. Il capoluogo regionale chiude con 2.141 abitanti in meno: perde 1.230 persone nei movimenti con gli altri comuni e altre 1.333 nel saldo fra nascite e decessi. L’apporto netto dall’estero, +282, è positivo ma troppo piccolo per cambiare il segno della storia.

Crotone cede 728 residenti. Il saldo interno è -976, quello con l’estero +662: gli arrivi internazionali ne riassorbono circa due terzi. Ma anche qui il saldo naturale è negativo, -517. Il dato provinciale sulle partenze verso il Centro-Nord dice che non si tratta soltanto di famiglie scivolate oltre i confini comunali: il territorio crotonese è il punto della Calabria in cui la spinta a partire appare più forte.

A Vibo Valentia il conto migratorio è quasi in equilibrio. Le 465 unità perse verso altri comuni sono compensate per l’88 per cento dal +409 con l’estero. Il saldo migratorio complessivo si ferma a -56. Eppure la città perde 424 abitanti, perché fra nati e morti ne mancano 358. Vibo è forse il caso più chiaro: anche cancellando quasi del tutto il deficit migratorio, la popolazione continuerebbe a diminuire.

Infine Cosenza, l’eccezione che smonta ogni spiegazione a una sola causa. È l’unico capoluogo con un saldo positivo sia nei trasferimenti interni, +162, sia nei movimenti con l’estero, +575. Guadagna quindi 737 residenti grazie alla mobilità, ma chiude ugualmente il triennio con 460 abitanti in meno. A rovesciare il risultato sono le culle e i cimiteri: 1.271 decessi in più delle nascite.

Il buco più grande è tra le culle e i cimiteri

Sommando i cinque capoluoghi, le partenze nette verso altri comuni italiani valgono -5.338 persone. Il saldo con l’estero ne recupera 4.065 e riduce il disavanzo migratorio complessivo a -1.273. Il saldo naturale, invece, precipita a -6.141. È quasi cinque volte più pesante. Questo è il dato che dovrebbe orientare la discussione pubblica. Le città calabresi non perdono popolazione soltanto perché qualcuno fa le valigie. Si svuotano anche restando ferme, anno dopo anno, perché la base giovane si restringe e le generazioni anziane diventano più numerose. Meno donne e uomini in età fertile significano meno nascite oggi; meno nascite preparano una platea ancora più piccola di possibili genitori domani. È un meccanismo lento e feroce: quando diventa visibile nelle scuole che accorpano classi, nei pediatri che assistono territori sempre più vasti o nei quartieri invecchiati, una parte del danno è già maturata.

La variazione dei residenti non coincide in modo meccanico con la somma dei saldi naturale e migratorio. Nei dati definitivi l’Istat applica anche aggiustamenti anagrafici e censuari; il 2025, invece, è ancora provvisorio e non incorpora tutte le correzioni. È una cautela tecnica necessaria, non un dettaglio capace di cambiare la direzione del fenomeno: qualunque sia la lente, la popolazione diminuisce.

Gli stranieri aumentano ovunque, ma non possono fare il lavoro della politica

All’inizio del 2023 nei cinque capoluoghi vivevano 22.959 cittadini stranieri. Alla fine del 2025 sono 24.828: 1.869 in più, pari all’8,1 per cento. L’aumento riguarda ogni città: +748 a Reggio Calabria, +355 a Cosenza, +319 a Crotone, +251 a Catanzaro, +196 a Vibo Valentia. Questo incremento non dimostra che l’immigrazione sia la cura dello spopolamento. Dimostra qualcosa di più semplice e meno ideologico: la loro presenza cresce, mentre la popolazione totale scende. Senza di loro il declino sarebbe più rapido; con loro, tuttavia, il declino non si arresta.

Il saldo con l’estero, inoltre, non va confuso con il numero degli stranieri. Comprende tutti coloro che spostano la residenza da e verso un altro Stato, inclusi gli italiani che rientrano o partono. Lo stock dei residenti stranieri è influenzato anche da nascite, decessi, trasferimenti fra comuni e acquisizioni della cittadinanza. Mescolare queste grandezze consente di costruire uno slogan, non di leggere una città.

Neppure la provenienza geografica può diventare una scorciatoia per attribuire a un’intera comunità un valore economico o sociale. L’Istat rileva che tra il 2019 e il 2024 l’Italia ha perso 78mila laureati italiani fra i 25 e i 34 anni nei movimenti con l’estero e ne ha guadagnati 88mila stranieri, ottenendo un saldo di poco inferiore a 10mila. Ma avverte che non conosciamo la specializzazione conseguita, il Paese in cui il titolo è stato ottenuto, il lavoro svolto dopo l’arrivo e la sua coerenza con gli studi. Il rapporto indica la quota proveniente dall’Europa, dall’Asia e dal Sud America, ma non autorizza a concludere che dall’Africa non sia arrivato alcun laureato: le percentuali pubblicate non esauriscono il totale. Il vero limite è un altro. Un laureato che entra a Milano e un laureato calabrese che lascia Crotone migliorano il saldo nazionale, ma non si compensano sul territorio. La statistica dell’Italia può chiudere in attivo mentre la Calabria perde capitale umano.

La partenza più costosa è quella dei giovani istruiti

Tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso circa 150mila laureati italiani tra i 25 e i 34 anni: 122mila trasferiti verso il Centro-Nord e 28mila verso l’estero. È un dato meridionale, non una misura attribuibile interamente alla Calabria, ma descrive il meccanismo che colpisce con maggiore violenza le regioni già deboli. Ogni giovane formato che parte porta con sé due investimenti. Il primo è pubblico e familiare: anni di scuola, università, sacrifici, spesso pendolarismo. Il secondo è futuro: redditi, consumi, figli possibili, competenze professionali, domande di servizi, capacità di aprire un’impresa o di innovarne una. La perdita non si esaurisce nella casella anagrafica cancellata. Si propaga.

Il Nord riesce in parte a compensare le partenze dei propri laureati verso l’estero attirando quelli del Sud. Il Mezzogiorno subisce invece una doppia sottrazione: verso l’estero e verso le regioni italiane più forti. Ecco perché leggere i soli movimenti internazionali produce un’illusione contabile. Il problema calabrese non è soltanto quanti residenti entrino, ma quali opportunità trovino e per quanto tempo riescano a restare.

L’economia cresce, ma la vita continua a traslocare

Nel 2025, secondo la Banca d’Italia, il prodotto calabrese è aumentato dell’1,1 per cento, più della media nazionale e meridionale. L’occupazione è cresciuta con maggiore intensità rispetto al resto del Paese. Le esportazioni hanno superato il miliardo di euro, gli aeroporti regionali i quattro milioni di passeggeri, Gioia Tauro ha toccato un nuovo record nei container. Non è il profilo di una regione immobile. Eppure la popolazione continua a scendere.

La contraddizione è soltanto apparente. La stessa Banca d’Italia segnala una dinamica salariale di lungo periodo meno favorevole rispetto al resto del Paese, una quota di inattivi ancora elevata, un sistema produttivo concentrato su imprese di piccola scala e una capacità innovativa tra le più basse d’Italia. La crescita di un anno può aumentare il numero degli occupati senza offrire abbastanza stabilità, salario e prospettiva da convincere un trentenne a costruire qui il proprio futuro. È questa la distanza fra un indicatore economico e una decisione di vita. Si può lavorare e sentirsi precari; si può avere un contratto e non riuscire a pagare un affitto autonomo; si può desiderare un figlio e rinviarlo perché l’asilo non c’è, l’ospedale è lontano, il treno è lento, la carriera dipende da un trasferimento. Lo spopolamento nasce dall’accumulo di queste scelte individuali. Nessuna, presa da sola, fa rumore. Sommate, svuotano una città.

Il verdetto dei numeri: non basta contare chi arriva

La fotografia dei cinque capoluoghi non assolve nessuno. Non assolve una classe dirigente che da decenni promette infrastrutture, sanità funzionante e lavoro qualificato. Non assolve un sistema imprenditoriale troppo spesso incapace di offrire salari e percorsi professionali competitivi. Non assolve chi usa i migranti come soluzione automatica, perché 4.065 residenti guadagnati nei rapporti con l’estero non cancellano il deficit naturale e le partenze interne. E non assolve chi li trasforma nella causa del declino, perché gli stranieri residenti aumentano proprio mentre le città perdono popolazione.

La Calabria non si svuota perché arrivano persone da altri Paesi. E non si salverà soltanto facendole arrivare. Si svuota perché troppi di quelli che nascono qui se ne vanno, perché una parte di chi arriva riparte quando non trova futuro e perché i nati non sostituiscono più i morti. Il “rimpiazzo” certificato dai registri non è etnico. È generazionale: gli anziani prendono il posto dei giovani, i decessi quello delle nascite, le partenze quello dei progetti rimasti senza terreno. Per invertire la curva non servono formule magiche. Servono città in cui valga la pena abitare: lavoro stabile, salari dignitosi, trasporti, scuole, sanità, case accessibili, servizi per l’infanzia. Servono ai calabresi e servono agli stranieri. Perché il passaporto può cambiare. La ragione per cui si resta, quasi mai.

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