30 Settembre 2026
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Spente 474 insegne in sei anni: la desertificazione commerciale svuota i bar calabresi e condanna i piccoli centri

Il report choc di Confesercenti fotografa la crisi del settore tra il 2019 e il 2025. A pagare il prezzo più alto sono le aree periferiche e i centri minori, dove ogni chiusura rappresenta la perdita di un insostituibile presidio sociale e di aggregazione

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La rete dei pubblici esercizi in Calabria continua a contrarsi in modo inesorabile. Tra il 2019 e il 2025 nell’intera regione sono scomparsi 474 bar, facendo registrare una flessione complessiva del 9,7% che ha ridotto le attività attive da 4.906 a 4.432. Un dato che, pur risultando numericamente inferiore alla media nazionale — che nello stesso arco temporale segna un pesante -14,2% —, nasconde una ferita profonda concentrata soprattutto nei territori periferici.
L’analisi della distribuzione territoriale evidenzia infatti che ben 408 chiusure su 474 si sono concentrate nei comuni diversi dai cinque capoluoghi di provincia, interessando circa l’86% della perdita totale. Nei capoluoghi la flessione si è fermata a quota 66 unità (passando da 949 a 883, con un calo del 7%), mentre nel resto della regione la contrazione ha colpito oltre il 10% delle imprese (da 3.957 a 3.549).
“È questo il dato che deve farci riflettere maggiormente”, dichiara Claudio Aloisio, presidente di Confesercenti Calabria. “Il problema non riguarda soltanto i grandi centri urbani. Anzi, in Calabria la perdita si concentra soprattutto fuori dai capoluoghi, dove la chiusura di un bar pesa spesso molto di più sulla vita quotidiana di una comunità”.
“In tanti comuni il bar non è soltanto un’attività economica. È un luogo di incontro, un presidio sociale, un punto di riferimento quotidiano. Quando una serranda si abbassa e non viene sostituita da una nuova attività, si perde un servizio, si riducono le occasioni di socialità e il territorio diventa un po’ più fragile”.

Le differenze provinciali: Cosenza maglia nera, Reggio resiste

La mappa della crisi mostra divari territoriali molto marcati tra le diverse province calabresi. Cosenza registra la contrazione più pesante in assoluto, passando da 2.086 a 1.809 bar (277 attività in meno, pari al 13,3%). Seguono Crotone, che scende da 436 a 389 esercizi (-10,8%), Vibo Valentia da 411 a 367 (-10,7%) e Catanzaro, dove le imprese passano da 866 a 786 con una perdita del 9,2%.
Controtendenza marcata, invece, per il reggino: la provincia di Reggio Calabria fa registrare una flessione contenuta a sole 26 attività in meno (da 1.107 a 1.081), fermandosi a una riduzione del 2,3%.
“La Calabria non presenta quindi una situazione uniforme”, prosegue Aloisio. “Ci sono territori che mostrano una capacità di tenuta molto maggiore e altri nei quali la contrazione della rete è decisamente più evidente. Anche questo ci dice che le politiche non possono essere costruite con strumenti indistinti: bisogna leggere le differenze territoriali e intervenire dove il processo di desertificazione rischia di diventare più difficile da invertire”.

L’impatto economico e la richiesta di interventi mirati

Il fenomeno calabrese si inserisce in un trend nazionale che ha visto la scomparsa di oltre 24 mila bar in sei anni, bruciando complessivamente oltre 7,2 miliardi di euro di ricchezza per i territori. La desertificazione commerciale, promossa nell’ambito della campagna di Confesercenti a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per i pubblici esercizi, minaccia l’esistenza stessa della rete di prossimità.
“Questo fenomeno non si misura soltanto nel numero delle imprese che chiudono”, conclude Aloisio. “Si misura nella distanza crescente tra cittadini e servizi, nella perdita di vitalità dei centri urbani e dei paesi, nella riduzione delle occasioni di lavoro e di relazione. Il fatto che la Calabria abbia tenuto meglio della media nazionale non deve diventare un alibi. Al contrario, dobbiamo intervenire adesso, quando esiste ancora una rete diffusa da difendere e rafforzare”.

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