28 Settembre 2026
28 Settembre 2026
spot_img

Droni russi, la Calabria non è al fronte. Ma il nuovo fronte può arrivare dal mare

L’allarme su un possibile attacco contro l’Italia non è stato confermato. Tuttavia, quasi ottocento chilometri di coste, il porto di Gioia Tauro e le infrastrutture che collegano la Sicilia al continente rendono la regione un territorio strategico da proteggere. Senza allarmismi, ma anche senza l’alibi della distanza

spot_img
spot_img

La prima cosa da dire è quella che, nel rumore di queste ore, rischia di perdersi: non esiste, allo stato, un’allerta specifica per la Calabria e non è stato accertato alcun piano russo per colpire l’Italia. La notizia è nata da una ricostruzione del quotidiano spagnolo El Mundo, secondo cui la CIA avrebbe informato alcuni governi europei della possibilità che Mosca utilizzi piccoli droni Gerbera, nascosti in container e lanciati da navi mercantili nel Mediterraneo, per compiere azioni contro Italia, Francia o Spagna.

Si tratterebbe di velivoli economici, difficili da individuare, con un’autonomia dichiarata fino a circa 600 chilometri e un carico esplosivo limitato: strumenti più adatti a provocare un incendio, bloccare temporaneamente un aeroporto o produrre un enorme effetto mediatico che a devastare una città. Ma il presunto avvertimento non è stato confermato. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha invitato a non gettare “benzina sul fuoco”; Antonio Tajani ha precisato che non esistono indicazioni di minacce militari di questo tipo contro l’Italia; Emmanuel Macron ha smentito che la Francia abbia ricevuto una comunicazione della CIA. Anche la Commissione europea ha dichiarato di non conoscere quella specifica allerta. Scrivere che “la Russia si prepara ad attaccare la Calabria”, dunque, sarebbe falso. Concludere che la Calabria non abbia nulla da temere soltanto perché è lontana dall’Ucraina sarebbe, però, altrettanto superficiale.

La distanza non protegge più

La guerra contemporanea ha modificato il significato stesso della distanza. Un’azione ostile non deve necessariamente partire dal territorio russo, attraversare mezza Europa ed essere riconoscibile come un attacco militare tradizionale. Può essere condotta dal mare, affidata a un mezzo civile, accompagnata da un sabotaggio informatico e costruita in modo da lasciare incerta la responsabilità. È la logica della guerra ibrida: produrre danni e paura restando possibilmente sotto la soglia che provocherebbe una risposta militare della NATO.

Questo rischio non è un’invenzione giornalistica. L’Unione europea considera ormai accertata l’esistenza di attività ibride russe comprendenti sabotaggi, attacchi informatici, interferenze informative e tentativi di interrompere infrastrutture e servizi essenziali. Non significa che ogni drone avvistato in Europa sia russo o che ogni incidente anticipi una guerra. Significa che il confine fra pace e conflitto è diventato più opaco e che esso in qualche misura possa interessare anche la Calabria.

Ottocento chilometri di coste da proteggere

La regione presenta circa ottocento chilometri di litorale affacciati su due mari e 116 Comuni costieri. Non ha un solo accesso marittimo, ma un doppio versante, tirrenico e ionico, proiettato verso il Mediterraneo occidentale, lo Stretto di Messina, la Sicilia, il Canale di Suez e il quadrante orientale. Questa geografia, che per il turismo è una ricchezza, sotto il profilo della sicurezza richiede una sorveglianza molto estesa. Un eventuale mezzo lanciato da una nave non avrebbe bisogno di attraversare frontiere terrestri e potrebbe confondersi, almeno nella fase iniziale, con l’enorme traffico civile che attraversa il Mediterraneo. La lunga costa non rappresenta di per sé una vulnerabilità, ma moltiplica gli spazi da osservare e gli enti che devono scambiarsi rapidamente informazioni.

Gioia Tauro, il cuore strategico

Il punto più delicato è Gioia Tauro, non perché vi siano notizie di un possibile attacco contro il porto, che non esistono, ma perché quello scalo non è una semplice infrastruttura locale. È il primo porto italiano per transhipment, si trova lungo la direttrice Suez-Gibilterra e nel 2025 ha movimentato quasi 4,5 milioni di container equivalenti, mantenendo collegamenti con 120 porti nel mondo, 60 dei quali nel Mediterraneo. Secondo l’Autorità portuale, da Gioia Tauro passa il 40 per cento della movimentazione della merce internazionale nel mercato nazionale. Un’interruzione anche temporanea avrebbe quindi conseguenze economiche e logistiche molto più vaste dei confini regionali.

Alla portualità si aggiungono gli aeroporti, le reti di comunicazione, le stazioni elettriche e il collegamento Sorgente-Rizziconi, l’elettrodotto che attraversa lo Stretto e connette la Sicilia alla Calabria e alla rete nazionale ed europea. Non sono tutti esposti allo stesso tipo di minaccia e non bisogna compilare fantasiose mappe di possibili bersagli. Il dato geopolitico, però, è evidente: la Calabria è contemporaneamente porta marittima, piattaforma logistica e ponte energetico. La sua sicurezza non riguarda soltanto i calabresi.

La rete di difesa e il problema dei piccoli droni

Questo non significa che la regione sia indifesa. A Crotone opera la 132ª Squadriglia Radar Remota, inserita nella catena della Difesa aerea nazionale e NATO, mentre la rete italiana di sensori e sale operative garantisce la sorveglianza continua dello spazio aereo e guida gli eventuali interventi degli aerei intercettori.

Ma la presenza di un sistema di difesa aerea non risolve automaticamente il problema dei piccoli droni, che richiedono capacità specifiche di individuazione, identificazione e neutralizzazione, soprattutto attorno alle infrastrutture civili. Non è un limite soltanto calabrese o italiano: proprio nel 2026 la Commissione europea ha varato un piano dedicato alla sicurezza contro i droni, prevedendo nuovi sistemi di rilevamento, integrazione dei dati, squadre di emergenza, esercitazioni e una maggiore cooperazione fra autorità civili e militari.

Il rischio più credibile

Il rischio, quindi, va misurato con parole precise. Un attacco militare deliberato della Russia contro la Calabria appare oggi privo di riscontri e fortemente dissuaso dalle conseguenze che avrebbe un’aggressione contro un Paese NATO: anche eventuali attacchi ibridi particolarmente gravi possono essere valutati dall’Alleanza, caso per caso, ai fini della difesa collettiva. Più credibile, pur restando ipotetico, è il pericolo di un’azione limitata e difficilmente attribuibile, concepita non per conquistare un territorio ma per interrompere un servizio, dimostrare una vulnerabilità, alimentare paura e divisioni politiche.

Cosa può fare la Calabria

Per la Calabria la risposta non può essere né militare né propagandistica. La competenza sulla difesa appartiene allo Stato, ma la Regione può pretendere e favorire una verifica coordinata dei piani di continuità di porti, aeroporti, trasporti, energia, sanità e comunicazioni; può rafforzare il raccordo fra Prefetture, Protezione civile, Autorità portuale, Guardia costiera e gestori delle infrastrutture; può chiedere esercitazioni realistiche e protocolli chiari per evitare che, durante un incidente, l’incertezza istituzionale produca più danni dell’evento stesso.

La sicurezza come interesse nazionale

Il vero pericolo per la Calabria, oggi, è doppio: trasformare un’indiscrezione smentita in una profezia di guerra oppure continuare a credere che la distanza geografica sia una forma di protezione. Non lo è più. La Calabria non è un bersaglio annunciato, ma non è neppure una periferia irrilevante: è una regione posta al centro delle rotte mediterranee e proprio per questo deve imparare a considerare la sicurezza delle proprie infrastrutture come parte della sicurezza nazionale.

Prepararsi non significa avere paura ma impedire che siano gli altri, un giorno, a scoprire prima di noi quanto vale la nostra posizione nel Mediterraneo.

spot_img
spot_img
spot_img

ARTICOLI CORRELATI

spot_img
spot_img
spot_img

ULTIME NOTIZIE

spot_img
× Sponsor