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16 Aprile 2026
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“Così non si regge”, magistratura contro il governo. L’allarme da Vibo: pochi giudici nel distretto più esposto alla ’ndrangheta

La sfida della nuova presidente Mellace guarda avanti: “Voglio restituire a questo Tribunale il prestigio che merita”. Promessa di risposte rapide e qualità della giustizia: “Faremo squadra per ridare fiducia ai cittadini”

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L’aula del Tribunale di Vibo Valentia era piena come raramente si vede. Magistrati, avvocati, autorità civili, militari e religiose, cittadini. Un colpo d’occhio che, come ha osservato la presidente della Corte d’Appello di Catanzaro Concettina Epifanio, “già la dice lunga” sull’importanza del momento. Era il giorno dell’insediamento della nuova presidente del Tribunale, Abigail Mellace, nominata dal Consiglio Superiore della Magistratura dopo un iter lungo e atteso. Una cerimonia che avrebbe dovuto essere prevalentemente festosa e istituzionale, e che in parte lo è stata. Ma che ha lasciato spazio anche a parole pesanti, a richiami durissimi al governo.

Epifanio: “Un grido di dolore e un grido di aiuto”

Ha preso la parola per prima la presidente della Corte d’Appello, Concettina Epifanio, e le sue parole non hanno lasciato spazio a interpretazioni. Rivolgendosi direttamente alla sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro, presente in aula, ha scandito: “Dal posto che ricopro in questo momento si alza ancora una volta un grido di dolore e un grido di aiuto“. Il bersaglio era preciso: il cronico sottodimensionamento degli organici in un distretto, quello di Catanzaro, che è tra i più grandi d’Italia. Sette tribunali, sette procure, e un numero di magistrati che Epifanio ha definito “assolutamente non adeguato a reggere il carico di lavoro”. Il caso di Vibo Valentia, in questo quadro, è diventato simbolo di una contraddizione insostenibile: un tribunale strategicamente decisivo, chiamato a fronteggiare la criminalità organizzata più radicata d’Italia, ma costretto a farlo con risorse da ufficio periferico minore.

“Questo tribunale – ha detto Epifanio riferendosi a Vibo – con quattro giudici ha dovuto affrontare il processo di criminalità organizzata più importante celebrato nel distretto negli ultimi anni. Tre giudici di prima nomina, tre ragazzi appena arrivati, hanno dovuto cimentarsi con una fatica molto più grande di loro, portandola peraltro a termine con grande dignità e brillantemente, ma a costo di grandissimi sacrifici“.

Il riferimento, neanche troppo velato, era al maxiprocesso Rinascita Scott, il procedimento che ha squassato la ‘ndrangheta del Vibonese, celebrato in un palazzo di giustizia privo persino di aule adeguate per i maxi dibattimenti. Epifanio ha poi guardato la sottosegretaria negli occhi: “Lei queste cose le sa, però io le voglio ricordare, perché è presa da mille cose. Noi i sacrifici dobbiamo farli, però vogliamo che i carichi di lavoro non superino di molto i limiti dell’esigibilità”.

L’ultimatum di Lucantonio

Se Epifanio aveva alzato la voce, il procuratore generale Giuseppe Lucantonio ha direttamente lanciato un ultimatum. Il tema era la sicurezza nei palazzi di giustizia: una questione che, ha spiegato, aveva scoperto solo recentemente e che lo aveva riempito di “molta ira”. “Ho scoperto da un episodio di recente accaduto a Cosenza”, ha dichiarato Lucantonio, “che l’unico ufficio giudiziario che ha all’interno una unità di carabinieri è Catanzaro. Gli altri sette tribunali non lo hanno“.

La legge, ha ricordato, prevede espressamente la presenza dei carabinieri in divisa nelle aule d’udienza. Non è una discrezionalità organizzativa: è un obbligo normativo. “Non osservarla”, ha detto senza mezzi termini, “significa commettere una condotta che potrebbe integrare qualcosa di rilievo penale“. Poi l’avvertimento, pronunciato con la chiarezza di chi sa di stare alzando il livello del confronto: “Se questo non sarà fatto nel giro di una settimana, io mi farò una passeggiata a Roma. Non è ammissibile che si sia scaricato tutto”.

Il saluto di Falvo

Tra le voci più attese c’era quella del procuratore della Repubblica uscente Camillo Falvo, che sta per lasciare Vibo per la sua nuova destinazione, e che ha voluto essere presente all’insediamento prima di congedarsi definitivamente. “Sono contento di vestire per l’ultima volta la toga qua a Vibo, per darti il benvenuto”, ha detto rivolgendosi alla Mellace.

Falvo ha tracciato un quadro limpido di ciò che la nuova presidente troverà: “A Vibo c’è una fame di giustizia che forse c’è solo a Vibo in tale misura. Un po’ in tutta la Calabria, ma a Vibo è particolare”. Poi ha aggiunto qualcosa che ha scaldato l’aula: “Troverai della gente meravigliosa, calorosa, che ti saprà dare più di quanto tu darai al territorio vibonese”. E ancora, descrivendo Mellace con la voce di chi la conosce da anni: “Penso che nessuno come lei sappia coniugare la concretezza, la velocità, la capacità e la professionalità“. Ha anche provato a smorzare le tensioni sull’ordine pubblico, riconoscendo che le forze dell’ordine “nei momenti di difficoltà hanno sempre garantito”, e ha salutato la sottosegretaria Ferro ricordando che “ha sempre avuto un occhio particolare per Vibo”.

La consigliera del CSM: “Lei ha retto ciò che io ho trovato già costruito”

Un momento toccante è arrivato dall’intervento della consigliera del Csm Maria Vittoria Marchianò, che ha preso un aereo apposta per essere presente. Le sue parole hanno avuto il peso di chi ha condiviso con Mellace anni difficili, quelli in cui la dottoressa reggeva di fatto il Tribunale di Crotone come presidente facente funzione. “La dottoressa Mellace mi ha consentito di entrare in un ufficio ben organizzato, ben gestito“, ha detto Marchianò, “con difficoltà enormi, superiori a quelle che oggi lei trova a Vibo Valentia. L’organico era ridotto di oltre il 50%“. E poi la valutazione sul metodo: “I provvedimenti organizzativi erano ineccepibili: non c’era nulla da ridire, nulla da rivedere. Quello che potete leggere sulla delibera del CSM è solo una piccola parte di ciò che è stato affrontato”.

Mellace: “Voglio restituire a questo tribunale il prestigio che merita”

Abigail Mellace, emozionata, visibilmente commossa, ma con la chiarezza di chi sa esattamente dove si trova e dove vuole andare, ha ripercorso il suo cammino professionale: “Da quel lontanissimo 28 luglio 1998, ho seguito questa strada sempre con tutta la passione, la capacità, l’impegno, la dedizione, l’entusiasmo di cui sono stata capace. Non nascondo che non sono mancati momenti di sconforto, di delusione, i sacrifici, le notti insonni”. Ma il cuore del suo discorso è stata la promessa che ha voluto fare pubblicamente, davanti a magistrati, avvocati, cittadini e istituzioni: “Questa fame di giustizia rappresenterà per me una promessa solenne. Una domanda che non rimarrà mai inascoltata, alla quale cercherò di dare risposte concrete, effettive, celeri, risposte di qualità”. Ha riconosciuto lucidamente i problemi strutturali: “Le piante organiche sono inadeguate, sottodimensionate, inidonee a fronteggiare i carichi di lavoro. Gli assetti organici sono instabili a causa di ciclici trasferimenti. Le risorse sono esigue. Le strutture necessiterebbero di interventi importanti: non abbiamo nemmeno le aule adeguate per i maxi processi”.

Eppure, da questi nodi irrisolti, ha tratto non rassegnazione ma determinazione: “Tutti questi problemi non scalfiranno la mia certezza che da domani, insieme ai colleghi, ai direttori amministrativi, a tutto il personale, riusciremo a costituire una squadra forte, compatta, coesa“. L’obiettivo dichiarato è uno, e lo ha pronunciato con una semplicità disarmante: “Voglio restituire al Tribunale di Vibo Valentia il prestigio che merita. Voglio fare in modo che questo ufficio venga riconosciuto per ciò che è, e per ciò che ancora di più deve diventare: un’eccellenza di questo distretto, un presidio di legalità al quale ogni cittadino deve potersi accostare con fiducia”.

E poi, quasi abbassando la voce, ha citato le parole con cui i suoi quattro figli l’hanno ringraziata, parole che ha definito “non altrui” ma nate “dal cuore””: “Mi hanno ringraziato per aver dimostrato loro che la determinazione non richiede proclami verbali, si riconosce nei fatti. Che l’umanità e la sensibilità non tolgono forza alle regole, ma le rendono giuste. E che il diritto non sono fascicoli su una scrivania, ma è cosa incantevolmente viva agli occhi di chi riesce a guardarla”.

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