Ci sono voluti mesi di inseguimento, ma alla fine Klaus Davi ce l’ha fatta. L’incontro è avvenuto nei pressi della caserma del Comando provinciale dei Carabinieri di Vibo Valentia: da una parte il giornalista e conduttore televisivo, dall’altra Domenico Macrì, detto “Mommo”, quarantunenne vibonese che la Procura di Catanzaro considera uno dei vertici della ‘ndrina Pardea Ranisi e tra i principali imputati del maxi processo Rinascita Scott.
Chi è Domenico Macrì
Arrestato il 19 dicembre 2019 nell’ambito dell’operazione Rinascita Scott, Macrì è stato condotto al regime del 41 bis — il carcere duro — a partire dal 2021. Secondo l’impianto accusatorio della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, avrebbe ricoperto un ruolo apicale e strategico all’interno della cosca Pardea-Ranisi di Vibo città: non solo partecipando agli incontri con esponenti di altre articolazioni della ‘ndrangheta vibonese, ma contribuendo all’elaborazione delle strategie criminali, alla ripartizione dei proventi illeciti e fungendo da punto di riferimento riconosciuto dagli affiliati. Braccio armato e mente organizzativa, stando alle accuse.
Nel filone con rito abbreviato, Macrì è stato condannato sia in primo che in secondo grado. La Corte di Cassazione, tuttavia, lo scorso dicembre ha annullato con rinvio la sentenza di secondo grado limitatamente al comma 6 dell’aggravante mafiosa — quella relativa al reimpiego di capitali di origine illecita — disponendo un appello bis davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro per la rideterminazione della pena. In assenza di un titolo detentivo definitivo, Macrì è tornato in libertà pochi giorni prima di Natale 2025.
“Sono un bravo ragazzo”
L’incontro con Klaus Davi è andato come ci si poteva aspettare: Macrì ha dribblato le domande più scomode, preferendo il laconismo alle spiegazioni. Alla domanda sul presunto ruolo di boss della città, la risposta è stata netta: “Io boss di Vibo Valentia? Non esiste.” E ancora: “Sono un bravo ragazzo, una brava persona”.
Incalzato sul clima di tensione che ha attraversato Vibo nei primi mesi del 2026 — con un’escalation di intimidazioni coincisa con le scarcerazioni legate a Rinascita Scott — Macrì si è tirato fuori: “Non so nulla.” Stessa formula sulla ‘ndrangheta, stessa formula sugli attentati. Poi è arrivata la domanda: che cos’è la ‘ndrangheta? La risposta ha gelato il clima: “Perché mi fate questa domanda di merda?”.
Il lavoro, la patente e Accorinti
Su ciò di cui vive dopo anni di detenzione, Macrì ha risposto con una certa disinvoltura: “Sono in ricerca di un lavoro adesso.” E, rivolgendosi direttamente a Davi, ha aggiunto una richiesta che ha il sapore del paradosso: “Mi aiuti lei a trovare un lavoro, anche a Milano. Il barista, qualunque cosa. In passato ho fatto il manovale.” Alla domanda sui suoi rapporti con il boss “Peppone” Accorinti — figura citata nell’inchiesta — la risposta è stata disarmante: “Mi avrà dato un passaggio. Io non ho la patente“. Sulla politica, Macrì ha chiuso ogni spiraglio: “Non mi riguarda la politica, non me ne prendo della politica. A parte che non posso votare”.
Su Gratteri: “Un grande magistrato”
L’unico momento in cui Macrì ha abbassato la guardia è stato quello dedicato al magistrato che più di ogni altro ha rappresentato la stagione giudiziaria di Rinascita Scott: Nicola Gratteri. Alla domanda se lo stimasse, la risposta è arrivata quasi spontanea: “È un grande magistrato. Certamente fa il suo lavoro“. Sul processo in sé, invece, come da copione, Macrì ha rimandato ai propri avvocati.
“Io boss temuto? Siete voi giornalisti che lo dite”
Alla contestazione della fama di “boss temuto”, Macrì ha risposto scaricando la responsabilità sulla categoria: “Siete voi giornalisti che lo dite. I magistrati non l’hanno mai detto.” E alla domanda se la gente gli voglia bene: “Non lo so, chiedetelo”. Quando infine gli è stato detto che la ‘ndrangheta ha distrutto questa città, Macrì ha alzato le mani: “Io non mi intendo di queste cose. Con Carabinieri, Questura e Guardia di Finanza dovete parlare di queste cose.”






