Per mesi è stato il numero uno nella lista del Viminale, il latitante più ricercato dopo la cattura di Matteo Messina Denaro. E come il capo di Cosa Nostra, che si muoveva sotto il nome di Andrea Bonafede, anche Pasquale Bonavota – secondo l’accusa – avrebbe attraversato città e quartieri protetto da un alias. Ma qui il copione cambia. Non un nome di copertura creato ad hoc. Bensì documenti intestati a persone reali, apparentemente incensurate, trasformate – consapevolmente o meno – in identità parallele.
L’operazione del Ros ha riacceso i riflettori su quella che gli inquirenti definiscono la rete di sostegno alla latitanza del presunto capo della locale di ‘ndrangheta di Sant’Onofrio. Un sistema fatto di case, tessere sanitarie, cellulari, green pass, medicine e contanti. Ma soprattutto di nomi prestati.
L’identità di Francesco Lopreiato: l’uomo diventato alias
Quando i carabinieri entrarono nel covo di Genova, nel quartiere San Teodoro, trovarono tra le altre cose una carta d’identità con la fotografia di Pasquale Bonavota ma con un nome diverso: Francesco Lopreiato. Secondo il capo di imputazione Lopreiato avrebbe fornito gli estremi della propria carta di identità (rilasciata dal Comune di Sant’Onofrio nel 2015), oltre alla tessera sanitaria e al codice fiscale. Documenti che, secondo l’accusa, avrebbero consentito al latitante di produrre un esemplare contraffatto, mantenendo contestualmente in corso di validità quelli originali.
Non solo. Le generalità sarebbero state utilizzate anche per operazioni quotidiane: accesso ai servizi, ricezione di denaro tramite money transfer, persino l’utilizzo del green pass durante il periodo pandemico. La domanda che resta sospesa – e che bisognerà chiarire – è se Lopreiato fosse pienamente consapevole dell’uso delle sue generalità o se si sia trovato, suo malgrado, trascinato dentro una latitanza lunga quattro anni. E’ la storia di un incensurato di un piccolo centro del Vibonese che improvvisamente vede il proprio nome comparire nei fascicoli antimafia. Da cittadino qualunque a identità di copertura. Quanto basta per essere comunque iscritto sul registro degli indagati.
Ceravolo, l’ex sindacalista e la carta elettronica
Diversa ma altrettanto delicata la posizione di Domenico Ceravolo, nato a Torino nel 1977, ex sindacalista della Filca Cisl, già condannato nel processo Factotum. Secondo l’ipotesi accusatoria, Ceravolo avrebbe fornito copia della propria carta d’identità elettronica e della tessera sanitaria rilasciata dalla Regione Piemonte, impegnandosi a mantenerle valide. Documenti che – stando all’impianto della Dda – sarebbero stati destinati a permettere a Bonavota di “utilizzare altre generalità per le più svariate esigenze”.
Qui il quadro investigativo assume contorni più strutturati. Non si tratta soltanto di un documento cartaceo, ma di una carta elettronica, strumento che consente un’ampia gamma di accessi digitali e identificazioni. Una copertura, dunque, non soltanto fisica ma potenzialmente amministrativa. Ceravolo, fino a pochi anni fa figura pubblica nel mondo sindacale torinese, sarebbe diventato – secondo l’accusa – una delle chiavi identitarie della latitanza. Nei suoi confronti il gip ha disposto una misura cautelare notificata in carcere dove si trova per altro procedimento penale.
Il nipote Vincenzo: il ponte delle comunicazioni
Un capitolo a parte riguarda Vincenzo Bonavota, giovanissimo nipote di Pasquale e fratello di Nicola, quest’ultimo condannato in appello nel maxi processo Rinascita Scott e oggi ai domiciliari. Nel provvedimento si legge che avrebbe assicurato “supporto materiale” garantendo comunicazioni con terzi tra Piemonte e Calabria, anche attraverso la consegna di schede telefoniche intestate a terzi, scambiate a Genova nell’agosto 2020 e nell’agosto 2021. La contestazione è chiara: non solo un legame familiare, ma un ruolo operativo nella tenuta delle comunicazioni. In una latitanza moderna, il telefono è spesso più decisivo della pistola. Spezzare i collegamenti significa isolare il vertice. Mantenerli significa preservare una struttura. L’accusa ipotizza che Vincenzo abbia contribuito a garantire quel filo invisibile tra il latitante e il territorio calabrese.
“Non ero latitante, ero innocente”: il racconto in aula
Nel maggio 2023, collegato in videoconferenza dal carcere di Genova durante il maxiprocesso Rinascita Scott, Pasquale Bonavota prese la parola. Per oltre venti minuti parlò ai giudici del Tribunale collegiale di Vibo Valentia. “Chiedo scusa per la mia lunga assenza ma sia chiaro: non ero latitante, ero innocente“. Il suo racconto fu insieme personale e drammatico. La condanna all’ergastolo del 23 novembre 2018 per i due omicidi del 2004, poi l’assoluzione in appello nel novembre 2021, divenuta definitiva. Bonavota spiegò di non aver accettato quel primo verdetto, di aver vissuto un crollo interiore, di aver pensato al suicidio. Raccontò di aver scelto di fuggire quasi per provocare la propria fine, di aver corso per le strade di Roma sperando che qualcuno sparasse. Nessuno sparò. Disse di essersi ritrovato latitante senza averlo programmato. Di aver dormito a Genova “come un barbone”” di aver frequentato chiese, di aver pregato. Una narrazione che intrecciava fede, dolore, rivendicazione di innocenza. Oggi Bonavota è un uomo libero, assolto in appello per gli omicidi che avevano determinato la condanna all’ergastolo. Resta però il cuore dell’inchiesta sulla sua latitanza e sul sistema che, secondo la Dda, lo avrebbe sostenuto.
Il sistema degli alias
La differenza rispetto al caso Messina Denaro è sottile ma sostanziale. Andrea Bonafede era un nome formalmente esistente ma funzionale a una copertura strutturata. Nel caso Bonavota, l’accusa parla di un sistema che avrebbe utilizzato identità reali, prestiti documentali, coperture frammentate. Carte d’identità senza foto, tessere sanitarie, certificati vaccinali, schede telefoniche, case affittate con documenti altrui. Un mosaico che – secondo gli investigatori – avrebbe permesso a un uomo ricercato a livello nazionale di attraversare quattro anni senza essere catturato. Nei confronti dei “prestanome” di Bonavota le accuse dovranno essere provate e le posizioni dei singoli indagati chiarite. La consapevolezza o meno dell’uso delle identità accertata. Resta un dato: dietro ogni grande latitanza c’è sempre un sistema. E spesso, quel sistema passa attraverso un nome. O due. O tre.









