Dodici condanne pesanti e quattro assoluzioni per i sedici imputati, giudicati con rito abbreviato, nell’ambito del processo Habanero, nato da un’inchiesta della Dda di Catanzaro, che ruota attorno alla gestione di attività illecite nella zona delle Preserre vibonesi, ingerenze su appalti, da parte di un’organizzazione criminale radicata tra Acquaro, Soriano Calabro, Gerocarne e Dasà, con legami che si sarebbero estesi in altre province italiane e all’estero. La pena più alta, il carcere a vita è sta inflitta dal gup distrettuale nei confronti di Francesco Capomolla, di Gerocarne (VV), definito dagli inquirenti il presunto mandante della strage di Ariola. Ha retto in primo grado l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia, sebbene ci siano state assoluzioni per alcuni capi e per qualcuno condanne meno pesanti rispetto alle richieste di pena.
Le condanne e le richieste di pena
Il giudice delle udienze preliminari ha condannato Cosimo Bertucci, di Orbassano (TO) a 6 anni di reclusione e 1.600 euro di multa (la Dda ha chiesto 12 anni e 3 mila euro di multa); Francesco Bertucci, di Nichelino (TO), 6 anni e 1.600 euro di multa (la Dda di Catanzaro ha chiesto 12 anni e 3mila euro di multa); Cristian Domenico Capomolla, 10 anni e 8 mesi (12 anni), di Acquaro (VV); Francesco Capomolla, di Gerocarne (VV) ergastolo come richiesto dlla Dda; Francesco Antonio Ciconte, di Mazzè (TO), 5 anni, 8 mesi e 1.400 euro di multa (10 anni e 3mila euro di multa); Domenico Fusca, di Dasà (VV), 13 anni di reclusione (la Dda ha chiesto 15 anni); Sandro Ganino, di Acquaro (VV), 10 anni e 8 mesi (12 anni); Nicola Antonio Papaleo, Rosarno (RC), 11 anni di reclusione (10 anni); Rodolphe Pinto, di San Salvo (CH), 10 anni e 10 mesi di reclusione (10 anni); Rinaldo Loielo, di Rondissione (TO),2 anni, 6 mesi e mille euro di multa (10 anni e 3mila euro di multa); Vincenzo Pisano, di Gerocarne (VV), 16 anni e 4 mesi di reclusione (16 anni); Giuseppe Taverniti, di Brandizzo (TO), 13 anni e 6 mesi di reclusione (15 anni).
Le assoluzioni e le richieste della Dda
Mentre il gup ha assolto Giorgio Galiano, di Vibo Valentia (VV), nei confronti del quale la Dda ha chiesto 12 anni di reclusione; Francesco Tarzia, di Acquaro (VV), per il quale sono stati richiesti 12 anni; Luca Marano, di Chieti, rispetti al quale la Direzione distrettuale antimafia ha invocato 4 anni di reclusione e Francesca Silipo, di Acquaro (VV), per la quale la Dda ha chiesto 4 anni.
Le accuse
Per altri nove imputati che hanno scelto il rito ordinario è in corso il processo dibattimentale dopo il rinvio a giudizio sentenziato dal gup il 29 maggio scorso (LEGGI). Gli imputati rispondono a vario titolo di associazione mafiosa, triplice omicidio plurimo con l’aggravante mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione aggravata, sequestro di persona, detenzione illegale di armi e munizioni, spari in luogo pubblico, coltivazione di sostanze stupefacenti, narcotraffico, concorrenza illecita, turbata libertà degli incanti e rapina.
Il contesto criminale
Le intercettazioni e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia avrebbero permesso di delineare la gerarchia interna e i ruoli degli affiliati, portando alla contestazione di numerosi reati. Tra le contestazioni, la ‘strage dell’Ariola’ avvenuta il 25 ottobre 2003 a Gerocarne, frazione di Ariola, nella quale vennero uccise tre persone, Francesco Gallace, Giovanni Gallace e Stefano Barilaro e ferita una quarta, che si è salvata gettandosi in un fosso. La strage sarebbe stata compiuta per volontà dei tre Maiolo, definiti gli esecutori materiali, mentre Francesco Capomolla sarebbe stato il presunto mandante, una strage compiuta con le aggravanti della premeditazione, della crudeltà, dei futili motivi, e soprattutto con l’intento di rafforzare l’associazione mafiosa della ’ndrina di Acquaro. Un’azione di sangue nata – secondo l’accusa – per vendicare le scomparse, con il metodo delle lupare bianche, negli anni ’90 di Rocco e Antonio Maiolo, uccisi in uno scontro tra clan per il predominio mafioso della zona.
I rapporti tra cosche
L’inchiesta ha evidenziato anche i rapporti tra la locale criminalità organizzata e le cosche di Limbadi, Vibo Valentia e Sant’Onofrio, confermandoun sistema di gestione mafiosa del territorio basato su intimidazione, violenza e collusione con ambienti economici e istituzionali, rivelando l’esistenza di un “direttorio criminale” che decideva le strategie operative della cosca, risolvendo conflitti interni e regolando gli equilibri tra le diverse ‘ndrine.
Il collegio difensivo
Sono impegnati nel processo gli avvocati Vincenzo Cicino (del Foro di Catanzaro), Sandro D’Agostino (Vibo Valentia), Giuseppe Gervasi (Locri) Alice Massara, del foro di Catanzaro) Pamela Tassone (Foro di Vibo), Giovanna Fronte (Foro Vibo), Cataldo Domenico Intrieri (Roma), Giuseppe Antonio Damini (Torino), Luigi Chiappero (Torino), Luca Cianferoni (Roma), Ermenegildo Massimo Scuteri (Catanzaro), Antonio Barilaro (Vibo Valentia), Beatrice Biamonte (Catanzaro), Nicola Loiero (Catanzaro), Alessandro Diddi (Roma), Francesco Schimio (Palmi), Sergio Rotundo (Catanzaro), Michelangelo Miceli (Vibo Valentia), Giuliana De Nicola (Pescara), Giuseppe La Rana (Milano), Ilario Tripodi (Catanzaro), Vincenzo Sorgiovanni (Locri), Lucio Canzoniere (Lamezia Terme), Laura Castellano (Pescara), Francesco Lojacono (Roma).















