Un’odissea giudiziaria durata sette anni si chiude con un verdetto nettonde. Il tribunale collegiale di Lamezia Terme, presieduto dal giudice Angelina Silvestri con a latere Martina Gallucci e Felice Forte, ha assolto perché il fatto non sussiste l’imprenditore Gianfranco Caporale, 57 anni, operante nel comparto della produzione di infissi, e il presunto prestanome Beniamino Folino, anch’egli di 57 anni. La decisione ha fatto registrare la piena convergenza tra la difesa, guidata dall’avvocato Aldo Ferraro, e la stessa accusa, con il pubblico ministero che ha formulato richiesta di proscioglimento per entrambi gli imputati. Contestualmente, i giudici hanno dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione relativamente a due contestazioni minori inerenti la mancata presentazione delle dichiarazioni ai fini Irpef e Iva.
Un impianto accusatorio milionario e il sospetto del prestanome
La vicenda trae origine dal crac finanziario della società di Caporale, finita al centro di un’articolata indagine tributaria e fallimentare. Il quadro tracciato dagli inquirenti ipotizzava reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione, bancarotta documentale, intestazione fittizia di beni e ricettazione. Secondo l’impostazione accusatoria originaria, Caporale avrebbe sottratto oltre 1,2 milioni di euro dalle casse sociali, facendo poi proseguire l’attività commerciale attraverso un contratto di locazione aziendale ritenuto simulato.
A carico dell’imprenditore figuravano anche le accuse di aver occultato rimanenze di magazzino per oltre 700 mila euro e di aver schermato la prosecuzione dell’affare tramite una nuova srl, intestata fittiziamente alla madre e gestita tramite un ex dipendente. In questo schema si inseriva la figura di Folino, indicato dagli inquirenti come mero schermo societario. La Procura contestava infine la falsificazione dei libri contabili e un’ipotizzata evasione fiscale da circa 237 mila euro di Iva e oltre 530 mila euro di Irpef, addebiti integralmente caduti all’esito del dibattimento.
Dalle misure cautelari dell’arma fiscale al punto di svolta al Riesame
L’azione giudiziaria aveva toccato il suo apice il 7 maggio 2019, quando i militari della Guardia di Finanza diedero esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Lamezia Terme. In quel contesto scattarono gli arresti domiciliari per Caporale e un sequestro preventivo per equivalente sull’intero patrimonio dell’indagato, considerato gravemente indiziato.
La svolta difensiva arrivò tuttavia poche settimane dopo. Il 28 maggio 2019, il Tribunale della Libertà di Catanzaro annullò integralmente le misure cautelari sia personali che reali poste a carico dell’imprenditore. Accogliendo i rilievi sollevati dalla difesa, i giudici del Riesame rilevarono la mancanza di una concreta configurabilità astratta dei reati contestati. Quel primo vaglio critico ha anticipato l’esito del processo di primo grado, giunto ora alla definitiva sentenza di assoluzione.












