Nessuna pressione, costrizione, intimidazione, vessazione. Smentite dagli atti le dichiarazioni rese dall’imprenditore Antonio Gallo: non è stato costretto a scendere a patti con la mafia, ma è l’uomo dal volto pulito, che in maniera stabile e continuativa si è messo a disposizione delle più potenti organizzazioni di mafia del Crotonese, intrattenendo un rapporto paritario con i vertici, con i quali aveva la possibilità di interloquire, esercitando nei settori di sua competenza poteri decisionali. La Corte di appello di Catanzaro nel motivare la sentenza di condanna a 26 anni nei confronti del “principino”, imputato nel processo Basso Profilo passa in rassegna documenti, intercettazioni che provano una sorta di compiacimento nell’imputato di essere un protagonista importante del mondo mafioso in cui si vanta di essere cresciuto, interlocutore apprezzato e stimato da tutti i più importati capi cosca, colui che si prodiga nell’elargire agli stessi regali costosi e di effetto, assicurando le “cortesie”, rappresentate dall’elargizione di un costante flusso di denaro. In cambio ha goduto di quella condizione di totale tranquillità e di integrale protezione che gli ha consentito di costruire un vero è proprio impero economico, di operare nel settore imprenditoriale di sua competenza, la fornitura di prodotti antinfortunistici, in regime di monopolio e di realizzare con pervicacia e spregiudicatezza un sistema di società cartiere che per tantissimi anni ha movimentato capitali illeciti, inquinando il tessuto economico.
“Imprenditore colluso non vittima”
Per i giudici della Corte di appello pur avendo riformato la pena, infliggendo a Gallo quattro anni in meno rispetto al primo grado, resta un imprenditore colluso, per nulla intimidito. Anzi. In diverse conversazioni, ha limpidamente riconosciuto che, anche nei casi in cui ha subito, ad opera degli “zingari”, furti e altri atti intimidatori, ha risolto efficacemente la situazione, ottenendo la restituzione della refurtiva, grazie alla sua qualificata posizione associativa e alla incondizionata protezione assicuratagli dai vertici delle cosche. E’ innegabile per la Corte, il suo ruolo di vertice che ha accresciuto la pericolosità delle strutture organizzative con le quali è entrato in rapporti, favorendo l’attuazione del loro programma. Il materiale intercettivo imponente evidenzia, secondo i giudici, la capacità veramente straordinaria di Gallo di intrattenere rapporti paritari e reciproci scambi con tutti i capi bastone delle più imponenti cosche sul territorio di essere il trait di union tra le diverse articolazioni della provincia crotonese. Di innegabile valenza dimostrativa sono in primo luogo le conversazioni che con certezza dimostrano, a parere dei giudici, che la carriera criminale di Antonio Gallo, prima di assumere quella connotazione di trasversalità e versatilità che lo ha fatto stimare da personaggi del calibro di Nicolino Grande Aracri, Mario Donato Ferrazzo e Antonio Santo Bagnato, è iniziata a San Leonardo di Cutro, dove, per sua stessa ammissione si è cresciuto unitamente a personaggi di spicco della ‘ndrangheta crotonese, a Carmine Falcone, il contabile della cosca Mannolo, che lo ha inserito nella sua rete protettiva, ai Trapasso con i quali ha svolto anche come prestanome attività imprenditoriali. Attività che lo hanno portato a specializzarsi prima nel settore delle false assunzioni finalizzate a truffare all’Inps le indennità di disoccupazione e poi nel settore delle società cartiere che nel giro di poco tempo è diventato il suo core business e grazie al quale ha costruito quel fraudolento e malato impero economico.
Le cortesie per i lavori nel Catanzarese
Gallo parlando con Tommaso Rosa, oggi collaboratore di giustizia lo informava che era andato a Cirò a fare i suoi doveri parlando di una somma di 5 mila euro da portare a Isola “li devo mandare per Natale…per la centrale, hai capito?”. Dichiarazioni concordanti con quanto riferito dal pentito Santino Mirarchi circa le percentuali che in occasione delle festività Gallo doveva riconoscere alle cosche per i lavori svolti nel Catanzarese e ottenuti grazie al suo intervento. Ma ad essere omaggiato era anche quello che lui chiama compare Antonio (ndr Antonio Santo Bangato). E poi i dialoghi dai quali emerge la promessa di Gallo ad uno dei fratelli Cariati di assunzione nella sua azienda sull’Antinfortunistica con il ruolo di responsabile commerciale. Il compenso? Introdurlo nel territorio di Cirò. E ancora. Antonio Gallo e Andrea Leone hanno acquistato in una gioielleria di Catanzaro diciotto orologi Rolex al prezzo di 88.470 euro, che è stato pagato a mezzo di bonifici e assegni circolari emessi da società cartiere gestite da Gallo e Leone, società cartiere attraverso le quali emettere fatture per operazioni inesistenti, lucrando i relativi introiti.
Mente raffinata per le attività fraudolente
Per la Corte di appello l’imprenditore non si è messo solo a disposizione delle più potenti e forti cosche di mafia operanti nel territorio calabrese e dei principali esponenti delle cosche, è stato scelto dai Mammasantissima per le sue conosciute capacità organizzative nell’ambito di un progetto unitario e condiviso per penetrare nel tessuto organizzativo del territorio, manipolizzando la gestione di un settore imprenditoriale lucroso. Un jolly in grado di interloquire in prima persona con i boss delle principali cosche di ‘ndrangheta del Crotonese: da Nicolino Grande Aracri a Giovanni Trapasso passando per Alfonso Mannolo e Antonio Santo Bagnato. Emblematica la risposta che il collaboratore di giustizia Domenico Iaquinta ha dato all’allora sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Domenico Guarascio, oggi a capo della Procura di Crotone, nel corso di un interrogatorio. Il magistrato chiede: “Ma secondo lei Gallo è battezzato?”, il pentito risponde: “No, secondo me no, però è un affiliato, ‘on c’è bisogno di essere battezzato per essere affiliato. Che è un affiliato du “Topolino” sì, stavìtivi tranquillo. Ca se poi l’hanno battezzato dopo, non lo so, ma affiliato è affiliato. Pecchì ‘on ci ndè cristiani che ‘on su battezzati, tutti affiliati? È normale, mica tutti quanti battezzanu”. Antonio Gallo viene definito dallo stesso Iaquinta come uno capace di arruolare “prestanome” e di organizzare una serie di attività truffaldine ma anche di depistare indagini e di acquisire persino notizie riservate. Finanziatore, intermediatore, organizzatore e mente raffinata in grado di simulare atti intimidatori ai suoi danni o finti attentati per passare come vittima della ‘ndrangheta.












