Torna in libertà Vincenzo Gallace, 79 anni, nato a Guardavalle, ritenuto il vertice della cosca di ‘ndrangheta Gallace egemone nel soveratese e con proiezioni in Lombardia. Era detenuto a Vigevano. Lo ha deciso il Tribunale Ordinario di Milano, Sezione XII Penale in funzione di Giudice del Riesame – Presidente Valerio Natale, giudici Marta Maria Recalcati e Valentina Schivo. Il Collegio, accogliendo l’istanza di riesame presentata dagli avvocati Vincenzo Cicino e Mauro Ruga, ha annullato l’ordinanza di custodia in carcere emessa dal gip distrettuale di Milano e ha ordinato l’immediata liberazione di Gallace per il delitto Vivaldo, anche se l’indagato resta detenuto per altra causa.
L’omicidio Vivaldo
Gallace era accusato, insieme a Vincenzo Rispoli, Massimo Rosi, Stefano Scatolini e Stefani Sanfilippo, dell’omicidio di Nicola Vivaldo, ucciso il 23 febbraio 2000 a Mazzo di Rho (Milano) con quattro colpi di pistola calibro 7,65 all’emivolto sinistro sparati a distanza ravvicinata mentre era a bordo della sua auto in Via Balzarotti. Secondo l’accusa della Dda di Milano, Gallace e Rispoli avrebbero promosso, deliberato e organizzato l’omicidio perché Vivaldo era ritenuto un informatore dei Carabinieri e responsabile dell’arresto di alcuni affiliati alla cosca Gallace. L’esecuzione materiale sarebbe stata affidata a Rosi e Emanuele De Castro, con Scatolini come autista. Bruno Gallace avrebbe procurato le armi, Sanfilippo le informazioni per rintracciare la vittima.
Solo le parole del pentito
Il Riesame si è adeguato a quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con sentenza del 24 aprile 2026, depositata il 7 luglio 2026, che aveva annullato la precedente ordinanza del Riesame del 19 dicembre 2025. Il punto centrale, scrivono i giudici milanesi, è che il compendio probatorio su cui si basa il coinvolgimento di Vincenzo Gallace è rappresentato essenzialmente dalle dichiarazioni del collaboratore Emanuele De Castro. Analizzati tutti gli atti di indagine prodotti dalla Procura, non emergono elementi ulteriori a riscontro.
E l’interrogatorio di De Castro del 13 luglio scorso, prodotto dalla Procura come elemento nuovo, non può essere un riscontro perché un riscontro non può provenire dallo stesso soggetto le cui affermazioni devono essere verificate. La difesa aveva contestato anche l’attendibilità del pentito: il 13 agosto 2019 De Castro parlava in termini di incertezza sull’ordine di uccidere arrivato dai Gallace, dieci giorni dopo ricordava le armi arrivate da Guardavalle, e solo nel 2021 chiamava in causa direttamente l’incontro con Rispoli e Novella Nunzio.
Assenza di riscontri
Per il Tribunale del Riesame, alla luce dei principi della Suprema Corte, mancano i riscontri estrinseci individualizzanti che colleghino il fatto-reato alla persona di Gallace. Non basta la chiamata in correità, per quanto credibile, se non è supportata da elementi esterni.













