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3 Maggio 2026
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“Nome in codice Sandro”, la storia segreta di Bruno Fuduli: l’infiltrato civile del Ros che sfidò i narcos colombiani

Il procuratore Curcio ricostruisce a Vibo l'operazione Decollo e la vita segreta dell'imprenditore di Filandari romanzata nel libro di Pietro Comito. Un'indagine che ha svelato il sistema di riciclaggio planetario della 'ndrangheta

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C’è la verità giudiziaria, consegnata agli atti, alle sentenze, ai processi. E poi c’è la verità più difficile da raccontare: quella di un uomo inghiottito dalla propria storia, risucchiato dalla ’ndrangheta, dall’usura, dal narcotraffico internazionale, e poi trasformato nello strumento investigativo più impensabile. Un infiltrato civile, il primo nella storia del contrasto al narcotraffico mondiale. È la storia di Bruno Fuduli, imprenditore del marmo del Vibonese, diventato ausiliario di polizia giudiziaria nell’ambito dell’operazione Decollo, la maxi-inchiesta antidroga coordinata dalla Dda di Catanzaro e dai carabinieri del Ros.

Una vicenda che Pietro Comito ha trasformato nel romanzo “Nome in codice Sandro”, edito da Compagnia editoriale Aliberti, con prefazione di Anna Sergi e nota finale del procuratore Salvatore Curcio. Il libro racconta, in forma romanzata, la storia vera di Fuduli, imprenditore taglieggiato e usurato, poi entrato nel cuore dei traffici tra broker della ’ndrangheta e cartelli sudamericani. Il libro è stato presentato l’altro ieri a Palazzo Gagliardi, a Vibo Valentia, alla presenza dello stesso Curcio, oggi procuratore capo di Catanzaro e allora magistrato che più di tutti seguì quell’inchiesta. Curcio ha ricostruito il contesto, i passaggi investigativi, il ruolo di Fuduli e l’enormità di un’indagine destinata a restare nella storia.

L’11 settembre che cambiò tutto

Tutto inizia dall’11 settembre 2001. Le Torri Gemelle crollano e il legislatore italiano, nel clima di emergenza globale che ne segue, introduce la legge 433 del 2001: una norma “consentiva – ha spiegato con precisione il procuratore Curcio – in tutte le attività di indagine senza distinzione alcuna, in cui fossero compromesse organizzazioni terroristiche internazionali, l’utilizzazione del privato quale cosiddetta interposta persona“. È lo spiraglio normativo che rende possibile Decollo. Prima di allora, gli agenti sotto copertura potevano al massimo osservare. “Era un istituto di fatto caduto in disutilizzo”, ha ricordato il procuratore, “e soltanto nel 2010, con la 136 del 2010, viene rivisitata la disciplina, proprio per dare una nuova valenza”.

Ma nel 2001 quella finestra si apre, e Curcio la vede. In quel momento arriva la segnalazione: un imprenditore del Vibonese, Bruno Fuduli, è finito nelle maglie dell’usura. “Lui nasce come imprenditore nel settore del marmo“, ha raccontato Curcio. “Ha, come tutti gli imprenditori che stanno sulla terra, difficoltà di accesso al credito, finisce purtroppo nelle maglie dell’usura di una nota famiglia locale, e rimane completamente asservito ai voleri di queste persone, le quali gli propongono una sorta di risanamento del debito attraverso l’utilizzazione della sua impresa per finanziare un mercato di immobili”. La storia di Bruno Fuduli nasce da qui, parte da una caserma dei carabinieri di Vibo Valentia e si sviluppa lungo le rotte del narcotraffico internazionale tra narcos colombiani e broker della ‘ndrangheta.

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Dalla Calabria alla Colombia: la rete dei narcos e delle Auc

Curcio ha collocato l’inchiesta in uno scenario molto più ampio della Calabria. Decollo non era solo un’indagine vibonese o calabrese. Era un’indagine mondiale, costruita su collegamenti tra ’ndrangheta, broker italiani, cartelli sudamericani e gruppi paramilitari colombiani.

Per capire Decollo bisogna capire la Colombia di quegli anni. Curcio ha tracciato uno spaccato geopolitico che spiega perché quella indagine fu così complessa e così unica: le AUC — Autodefensas Unidas de Colombia — erano forze paramilitari classificate come organizzazioni terroristiche dalle Nazioni Unite, che si contrapponevano alle FARC. “Si accontentavano un tempo di fare pagare tangenti sui loro laboratori”, ha spiegato il magistrato, “quando poi si resero conto dell’enormità dei profitti, si sono messi in proprio e hanno cominciato a praticare il narcotraffico in prima persona”.

Quei gruppi avevano referenti italiani. Uno di loro, Salvatore Mancuso — “niente a che fare con i Mancuso di Limbadi“, ha precisato Curcio — era tra i vertici delle AUC, di origine italiana. I numeri evocati danno la misura dell’operazione: cinque continenti coinvolti, dieci Paesi coordinati dalla Procura di Catanzaro, rapporti con autorità sudamericane, europee e statunitensi. Curcio ha ricordato anche il momento in cui, al momento dell’esecuzione delle misure cautelari, fu necessario fare i conti con i fusi orari per evitare che la notizia uscisse prima del tempo.

In quel sistema, Fuduli diventa l’uomo in grado di entrare dove nessun agente avrebbe potuto entrare. Non un collaboratore di giustizia tradizionale, non un agente sotto copertura in senso classico, ma un soggetto privato inserito in un mondo che già lo conosceva e che proprio per questo poteva continuare a utilizzarlo.

Il sequestro in Colombia e la corsa per salvare Fuduli

Uno dei passaggi più drammatici del racconto di Curcio riguarda il sequestro di Fuduli in Colombia. Tutto nasce, secondo la ricostruzione del procuratore, da un carico di 250 chili di cocaina occultato in materiale plastico, arrivato nell’area portuale di Gioia Tauro e poi seguito fino a San Lazzaro di Savena dove uno degli indagati aveva un’attività piuttosto grossa.

Qui accade l’impensabile: il destinatario apre il container prima dell’arrivo dei rappresentanti colombiani. La cocaina non c’è. Qualcosa è andato storto lungo la catena. Le AUC sono furiose. Incolpano Fuduli — il loro uomo di raccordo — di aver violato un’alleanza. E lo sequestrano. “Fuduli parte per la Colombia – racconta il procuratore – arriva a Bogotà e si sistema in un albergo del centro. Poco dopo giungono quattro camionette di paramilitari e lo sequestrano. Lo portano sulla Sierra de la Jungla, oltre i 3.500 metri di altitudine“. Per giorni la Procura di Catanzaro lavora nel buio, cercando di capire cosa sia successo e come liberarlo. “Furono giorni di grande preoccupazione e fibrillazione”, ricorda Curcio che rivela anche di una telefonata di due ore alla vigilia di Natale con l’allora procuratore nazionale antimafia Vigna. “Io ricordo che mi fecero fare una nottata in ufficio dove avevo le intercettazioni — non solo sulla componente italiana — ma anche su quella colombiana. Furono dei giorni lunghissimi”.

La svolta arriva grazie a una malattia. Primi giorni di gennaio 2004. Fuduli sull’altopiano colombiano sta malissimo, l’asma quasi lo stronca a 3.500 metri. Il capo cartello, Ernesto Castillo, decide: “Te lo garantisco io, però me lo fate scendere in città, perché se muore perdiamo l’unica possibilità che abbiamo di ottenere il pagamento dell’accordo”.

La Procura di Catanzaro lavora in coordinamento con Gustavo Fanchi — che sarà poi capo della diplomazia colombiana — e con i servizi antidroga locali. Il piano è elaborato al dettaglio: si simula un’irruzione della polizia in un ristorante di Bogotà, dove Fuduli è atteso. Il racconto di Curcio: “Sapevamo che lui non aveva i documenti addosso, che aveva perso tutto. Viene prelevato dalla polizia antidroga, portato nell’unica zona più o meno sicura di Bogotà, che è la zona delle ambasciate, e da qui all’ambasciata italiana accompagnato da due carabinieri del Ros. In pochi minuti viene preparato un documento provvisorio da parte dell’ambasciatore, imbarcato sul primo volo per l’Europa, che era un volo Air France, senza nemmeno perdere cinque minuti, perché noi sapevamo quello che sarebbe successo”. E infatti: “Il tempo di superare l’area doganale, arrivarono tre camionette di paramilitari armati fino ai denti che neutralizzarono addirittura la polizia ufficiale e tentarono di rimpadronirsi dell’ostaggio ma l’ostaggio era già in aereo, in pista pronto per il decollo”.

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I 5300 chili di cocaina e l’operazione Decollo

Il racconto di Curcio restituisce anche la dimensione materiale del traffico: non solo rotte e broker, ma tecniche di occultamento, container, porti, blocchi di marmo, plastica, granito, tonno, mobili impregnati di cocaina liquefatta. “Complessivamente furono sequestrati 5300 kg di cocaina“, ha ricordato il procuratore.

E ancora: cocaina nascosta nel tonno, nelle mattonelle di granito, nella plastica, nei blocchi di pietra, perfino in mobili verniciati con sostanza liquefatta e poi recuperata attraverso un processo inverso. Una capacità tecnica che, nelle parole di Curcio, confermava la professionalità dei cartelli colombiani nella gestione industriale dei carichi. Il bilancio giudiziario fu enorme: “119 furono gli arrestati complessivamente, 106, se non sbaglio, furono i condannati definitivi“, ha detto Curcio.

Una parte dei procedimenti fu trasferita per competenza a Milano, un’altra a Palermo, mentre l’inchiesta madre rimase legata alla Calabria e alla Dda di Catanzaro. Il cuore, però, era il Vibonese: da lì partiva una storia che avrebbe attraversato Colombia, Spagna, Francia, Australia e altri snodi del traffico internazionale.

Sandro, Bruno e la linea che si spezza

Nel libro di Pietro Comito la vicenda giudiziaria diventa racconto umano. Bruno Fuduli non viene rappresentato come un eroe puro, ma come un uomo pieno di contraddizioni, schiacciato dai debiti, dalla ’ndrangheta e da un destino che lo porta a vivere più identità. C’è Bruno, l’imprenditore. C’è Sandro, il nome in codice. C’è l’uomo che cerca vendetta, giustizia, forse redenzione. E c’è la frattura interiore di chi, per colpire il sistema criminale che lo ha divorato, deve continuare ad abitarlo. Comito ha ricordato anche il momento più oscuro: Fuduli pronto a togliersi la vita, la pistola in mano, prima che l’arrivo della madre e del fratello interrompa quel gesto. Da lì nasce una delle frasi più dure del romanzo: “Ho capito cosa prova un uomo prima di togliersi la vita. Non prova nulla“.

Dietro le quinte, il reportage fotografico di Tonio Verilio

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