La parola d’ordine per la sanità vibonese sembra essere diventata un sinonimo di immobilismo. È un’attesa che logora cittadini e operatori, declinata in ogni aspetto della gestione sanitaria locale: “attesa” per il potenziamento del personale, “attesa” per l’autorizzazione del piano di sviluppo, “attesa” per l’attivazione di nuovi posti letto, “attesa” per la riapertura di alcuni reparti ed ambulatori fondamentali per garantire assistenza e cure, “attesa” per la nuova Tac con funzione di cardioTac e della nuova risonanza magnetica, “attesa” anche per i lavori di messa in sicurezza dello Jazzolino, ed “attesa” per il completamento dell’Ospedale nuovo. Un elenco che fotografa una paralisi strutturale a cui si contrappone, come unica nota di cauto ottimismo, l’apertura entro giugno di sei Case di Comunità. Tuttavia, anche su questo fronte la cautela è d’obbligo: la loro efficacia dipenderà esclusivamente da un’organizzazione impeccabile e da strumentazioni adeguate, pur restando ferma la critica sulla loro dislocazione geografica, che rischia di lasciare scoperte intere aree della provincia.
Il commissariamento e lo stallo dei servizi essenziali
Dopo diciotto mesi di gestione commissariale dell’Asp di Vibo, i risultati tangibili tardano ad arrivare, nonostante un lungo periodo di analisi che sembra quasi sproporzionato rispetto alla natura dei problemi. Si discute ancora di servizi che dovrebbero rappresentare la base minima dell’assistenza, il cosiddetto “minimo sindacale” per garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Al centro delle preoccupazioni vi sono reparti cruciali come psichiatria, urologia, nefrologia, oculistica, otorinolaringoiatria, oltre alla medicina d’urgenza e all’Osservazione Breve Intensiva (OBI). Le rassicurazioni fornite dai vertici sul rafforzamento degli organici, basate sulla copertura dei turn-over e delle assenze legittime, appaiono all’Osservatorio Civico come atti dovuti piuttosto che come conquiste amministrative, lasciando insoluti i nodi strutturali del fabbisogno reale.
La mancanza di una visione strategica per il territorio
Ciò che emerge con forza dalla denuncia firmata dagli avvocati Daniela Primerano, Francesca Guzzo e Ornella Grillo è l’assenza di una programmazione di ampio respiro che vada oltre l’emergenza quotidiana. Manca, ad esempio, un dibattito serio sulla conversione dell’ospedale Spoke di Vibo in Hub, una trasformazione necessaria se si considera l’enorme bacino d’utenza che, nei mesi estivi, vede milioni di turisti riversarsi sulla Costa degli Dei. Altrettanto grave è l’assenza di una struttura complessa di oncologia; l’ambulatorio di Tropea, se opportunamente riorganizzato con posti letto e assistenza h24, potrebbe diventare un presidio fondamentale per le cure palliative. Lo stesso dicasi per la riabilitazione a Serra San Bruno e allo Jazzolino, dove decine di posti letto autorizzati rimangono solo sulla carta, mentre il silenzio avvolge il servizio di Emodinamica, vitale per la rete cardiologica d’emergenza.
Dai consultori all’autismo: i servizi territoriali dimenticati
Il quadro si aggrava ulteriormente se si guarda alla medicina territoriale e alla salute mentale. I Centri di Salute Mentale soffrono una cronica carenza di personale e i Centri per l’Autismo di Serra San Bruno e Pizzo restano ancora un miraggio. Sul territorio vibonese risultano quasi totalmente assenti figure professionali chiave come i terapisti occupazionali e della riabilitazione psichiatrica, mentre il numero dei consultori attivi è ben lontano dagli standard previsti per la provincia. A quasi un anno dalla presentazione del programma operativo illustrato durante la Conferenza dei Sindaci nell’agosto scorso, l’Osservatorio si interroga sulla reale volontà di passare dalle slide ai fatti. La preoccupazione finale è racchiusa in un monito che non lascia spazio a interpretazioni: il serio rischio è che “mentre il medico studia, il malato muore”!







