Le donne accompagnate nei luoghi della prostituzione, gli uomini incaricati di sorvegliarle e una “cassa comune” nella quale sarebbero confluiti i guadagni. Persino i figli in tenera età, secondo gli investigatori, sarebbero stati portati in automobile durante gli spostamenti per rendere meno sospetti i viaggi ed eludere i controlli. Sullo sfondo, una rete di clienti provenienti non soltanto da Crotone, ma anche dal resto della provincia e dai territori di Catanzaro e Cosenza. È lo scenario ricostruito nell’operazione “Medusa”, eseguita nelle prime ore di oggi dai carabinieri del Comando provinciale di Crotone tra il capoluogo e Isola di Capo Rizzuto. L’inchiesta coinvolge otto persone, sette di nazionalità straniera e una italiana. Per quattro indagati il giudice per le indagini preliminari ha disposto la custodia cautelare in carcere, mentre altri due sono stati sottoposti agli arresti domiciliari. Due ulteriori persone sono state denunciate a piede libero.
Il blitz e il sequestro dell’hotel
L’ordinanza è stata emessa dal gip del Tribunale di Crotone su richiesta della Procura della Repubblica, diretta da Domenico Guarascio. All’operazione hanno partecipato, insieme ai militari del Comando provinciale, lo Squadrone eliportato Cacciatori “Calabria”, le unità cinofile dell’Arma e il Nucleo elicotteri di Vibo Valentia. Le accuse contestate, a vario titolo, sono quelle di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento e allo sfruttamento della prostituzione, violenza sessuale aggravata e minaccia grave. Tra gli indagati figurano anche due donne dedite alla prostituzione, accusate di avere occasionalmente favorito l’ingresso di altre ragazze nel giro illecito.
Nel corso dell’operazione è stato eseguito anche il sequestro preventivo di un noto hotel di Crotone. I gestori della struttura sono stati sottoposti agli arresti domiciliari. Secondo la ricostruzione investigativa, avrebbero abitualmente tollerato e agevolato gli incontri sessuali a pagamento nelle camere, omettendo le registrazioni previste per gli ospiti e ottenendo un vantaggio economico dall’attività.
Gli otto indagati
Sono otto le persone coinvolte nell’inchiesta “Medusa”. Nell’ordinanza del gip del Tribunale di Crotone compaiono i nomi di Ionut Onoriu Nita, Benone Nita, Marcel Dumitru, Vasile Dumitru, Vasilica Nita, Andreea Vescan, Aldo Marasco e Elena Visan. Sette sono cittadini di nazionalità straniera, mentre uno è italiano. Le posizioni sono differenti sia rispetto alle contestazioni formulate sia per quanto riguarda le misure cautelari disposte dal giudice.
Quattro indagati in carcere
La misura più severa, quella della custodia cautelare in carcere, è stata applicata nei confronti di Ionut Onoriu Nita, Benone Nita, Marcel Dumitru e Vasile Dumitru. Secondo il gip, sulla base degli elementi raccolti dalla Procura e dai carabinieri, misure meno afflittive non sarebbero state sufficienti a fronteggiare le esigenze cautelari individuate nel provvedimento. Si tratta, in ogni caso, di valutazioni formulate nella fase delle indagini preliminari e non di un accertamento definitivo di responsabilità.
I gestori dell’hotel ai domiciliari
Il giudice ha disposto invece gli arresti domiciliari per Aldo Marasco e Elena Viscan, indicati nell’ordinanza come i gestori della struttura ricettiva sottoposta a sequestro preventivo. Secondo l’accusa, avrebbero tollerato e agevolato lo svolgimento degli incontri sessuali a pagamento nelle camere, omettendo le registrazioni degli ospiti e ottenendo un vantaggio economico dall’attività.
Per Vasilica Nita e Andreea Vescan non è stata applicata alcuna misura cautelare. Le due donne, indicate dalla nota dei carabinieri come dedite alla prostituzione, risultano indagate in stato di libertà per avere occasionalmente favorito l’inserimento e l’attività di nuove ragazze nel circuito contestato dagli inquirenti.
Gli incontri nel cuore della città
L’indagine era stata avviata nell’autunno scorso dai carabinieri della Tenenza di Isola di Capo Rizzuto ed è proseguita per mesi attraverso pedinamenti, servizi di osservazione, videosorveglianza e intercettazioni telefoniche e ambientali. La presunta base operativa del gruppo sarebbe stata a Isola di Capo Rizzuto, mentre la maggior parte degli incontri avveniva a Crotone. Le prestazioni si sarebbero consumate prevalentemente per strada, ma anche nelle abitazioni private e all’interno dell’hotel successivamente sequestrato.
A colpire gli investigatori sono stati soprattutto i luoghi e gli orari scelti per gli incontri nelle automobili. I rapporti sarebbero avvenuti anche in pieno giorno, tra i vicoli del mercato di piazzale Nettuno, nei parcheggi dello stadio e dell’ospedale e vicino ai parchi giochi, in zone frequentate da famiglie e bambini.
La “cassa comune” e i profitti fino a 90mila euro
Secondo il quadro accusatorio, ancora da verificare nelle successive fasi del procedimento, il gruppo avrebbe avuto una struttura stabile, fondata su rapporti familiari e vincoli gerarchici. Le donne avrebbero cercato autonomamente i clienti, mentre gli uomini si sarebbero occupati degli accompagnamenti, della vigilanza e della gestione economica.
I proventi della prostituzione sarebbero confluiti in una “cassa comune” utilizzata per mantenere i diversi nuclei familiari. Gli indagati, secondo gli inquirenti, avrebbero infatti vissuto quasi esclusivamente dei guadagni ottenuti dalle donne. Gli accertamenti economico-finanziari, condotti dai carabinieri insieme al Nucleo di Polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza, avrebbero evidenziato un tenore di vita elevato a fronte di redditi dichiarati pari a zero. Dall’analisi dei conti correnti e dalla stima degli incassi giornalieri sarebbero emersi profitti per decine di migliaia di euro per ciascun nucleo familiare, con picchi vicini ai 90mila euro attribuiti a un singolo presunto sfruttatore. Una parte del denaro contante sarebbe stata trasferita all’estero attraverso circuiti di rimessa non bancari, rendendone più difficile la tracciabilità.
Clienti da tre province e il progetto di espansione
La clientela ricostruita dagli investigatori sarebbe stata numerosa ed eterogenea, composta da persone appartenenti a diversi ambienti sociali e professionali. Gli incontri avrebbero generato una sorta di pendolarismo della prostituzione, con clienti provenienti dall’intero territorio crotonese e anche dalle province di Catanzaro e Cosenza. Il gruppo, sostenuto dai profitti già accumulati, avrebbe inoltre progettato di estendere lo stesso sistema di sfruttamento ad altre aree della Calabria.
Le donne, i bambini e l’accusa di violenza sessuale
Dietro l’apparente consenso delle donne, gli investigatori ritengono che vi fosse una forte forma di condizionamento psicologico esercitata da mariti e compagni. Sarebbero stati proprio questi ultimi a favorire e sfruttare la loro attività, appropriandosi sistematicamente dei guadagni. In alcuni casi, durante gli accompagnamenti, nelle automobili sarebbero stati fatti salire anche figli in tenera età, utilizzati – secondo l’accusa – come copertura per non attirare l’attenzione delle forze dell’ordine.
La contestazione più grave riguarda il presunto vertice del gruppo. Il gip ha ritenuto sussistenti gravi indizi anche in relazione a una violenza sessuale aggravata ai danni di una familiare che all’epoca dei fatti era minorenne. L’uomo, abusando dell’ospitalità e della condizione di vulnerabilità della ragazza, l’avrebbe costretta anni fa a subire ripetuti abusi e avrebbe persino tentato di avviarla alla prostituzione. L’esecuzione delle misure cautelari rappresenta una fase del procedimento, che si trova ancora allo stadio delle indagini preliminari. Le responsabilità degli otto indagati dovranno essere accertate nelle successive sedi giudiziarie, nel rispetto del principio costituzionale della presunzione di innocenza.












