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6 Febbraio 2026
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Rinascita Scott alla resa dei conti: la Cassazione valuta 65 ricorsi. Il Pg chiede l’annullamento di 26 condanne

Il maxi-processo contro la ’ndrangheta vibonese entra nella fase finale con l’udienza in Cassazione sul filone abbreviato. la Procura Generale ha chiesto annullamenti con rinvio per 26 imputati, rigetti per 14 e inammissibilità per altri 25

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Cinque anni dopo il blitz che scoperchiò il sistema di potere criminale nella provincia più inquieta della Calabria, Rinascita-Scott approda alla Cassazione. Si decide se quelle condanne monstre – oltre 600 anni di carcere – resistano al vaglio della Suprema Corte, oppure se occorrerà riscrivere intere pagine del verdetto. Il processo che ha fatto tremare i principali clan vibonesi, con in testa i Mancuso, rivelato l’anatomia segreta della ’ndrangheta in provincia di Vibo nella sua dimensione più sistemica, entra nella sua fase finale. La Procura Generale ha fatto le sue mosse dinnanzi ai giudici della sesta sezione penale: 26 richieste di annullamento con rinvio, 25 ricorsi da archiviare come inammissibili, 14 da respingere senza se e senza ma. La parola passa ora al nutrito collegio difensivo volato a Roma per il rush finale del filone processuale celebrato con rito abbreviato. Poi toccherà ora ai giudici pronunciare le prime parole definitive su una delle più grandi inchieste antimafia dell’Italia repubblicana.

Il quadro dopo l’appello

Si riparte dalla sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Catanzaro, presieduta da Caterina Capitò, che aveva confermato 67 condanne per reati connessi alla criminalità organizzata di tipo mafioso, per un totale di oltre 600 anni di reclusione. In particolare era stata riconosciuta l’operatività dei clan Lo Bianco-Barba-Pardea di Vibo Valentia, Mancuso di Limbadi, Fiarè-Gasparro-Giofrè di San Gregorio d’Ippona, Accorinti di Zungri, ma soprattutto l’unitarietà della ’ndrangheta vibonese.

Stangata per le “nuove leve” di Vibo: Domenico Macrì, detto “Mimmo”, e Francesco Antonio Pardea sono stati condannati a 20 anni di reclusione. Stessa pena anche per il braccio destro del boss Luigi Mancuso, Pasquale Gallone. Al presunto capobastone Domenico Camillo, classe ’41, è stata inflitta una condanna a oltre 15 anni di carcere. Condannato a 13 anni e 4 mesi Gregorio Giofrè di San Gregorio d’Ippona, ritenuto il “ministro dei lavori pubblici” della ’ndrangheta vibonese. Tra gli imputati anche i collaboratori di giustizia vibonesi: Bartolomeo Arena (4 anni e 8 mesi in secondo grado); Gaetano Cannatà (3 anni e 8 mesi in appello); Michele Camillò 4 anni inflitti dal giudici di Catanzaro, Emanuele Mancuso (1 anno e 4 mesi) rampollo dell’omonima famiglia di ’ndrangheta di Limbadi, figlio di Pantaleone Mancuso, alias “l’ingegnere”.

Le richieste della Procura Generale

Nel dettaglio, la Procura Generale presso la Cassazione ha chiesto l’annullamento con rinvio per 26 posizioni: Antonietta Impellizzeri, Andrea Maria Prestia, Carmelo Prestia (terzi interessati); Serafino Alessandria (mancanza di motivazione sulla sua partecipazione all’associazione mafiosa); Manuele Baldo (contestazione sulla sussistenza del reato di turbativa d’asta); Lucio Belvedere (mancata prova sulla consapevolezza del ruolo mafioso del destinatario nella vendita di armi); Fabio e Nicola De Gaetano (motivazione insufficiente su aggravanti e trattamento sanzionatorio); Paolo Carchedi (violazione del contraddittorio: uso di atti del PM dopo l’ammissione al rito abbreviato); Domenico Cracolici (assenza di motivazione sul diniego delle attenuanti generiche); Nicolino Pantaleone Mazzeo (partecipazione mafiosa fondata su fatti troppo remoti e furto giuridicamente inconfigurabile); Emiliano Palamara (prova sopravvenuta non valutata per reati in alcuni capi); Antonio Patania (assenza di elementi concreti sulla partecipazione dopo il 2009 e assoluzione per il delitto fine); Andrea Prestanicola (ruolo non chiaro nell’intestazione fittizia e mancanza di dolo specifico); Giovanni Rizzo (travisamento probatorio nelle intercettazioni attribuitegli come “ambasciatore”); Saverio Sacchinelli (rigetto immotivato dell’istanza istruttoria su prove sopravvenute); Giuseppe Antonio Salamò (non sussiste il concorso nel reato di intestazione fittizia per ruolo di gestore); Giuseppe Scriva (diniego immotivato all’acquisizione della deposizione dell’ufficiale di PG); Salvatore Tulosai (travisamento probatorio sulla partecipazione fino al 2018 non provata); Francesco Vardè (mancata assunzione di una prova decisiva: deposizione dell’ufficiale di PG); Luigi Leonardo Vitrò (mancata dimostrazione della consapevolezza dell’aggravante mafiosa); Gregorio Gasparro (annullamento parziale); Giuseppe Lopreiato (solo sulle attenuanti generiche); Luciano Macrì, Pasquale e Cristiano Gallone (un capo di imputazione ciascuno); Gregorio Niglia (aggravante mafiosa). Per il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso è stata infine richiesta la rideterminazione della pena.

I ricorsi inammissibili per il Pg

Per la Procura Generale, sarebbero inammissibili i ricorsi di 25 imputati. Si tratta in particolare di

  • Arena Bartolomeo
  • Barba Raffaele Antonio Giuseppe
  • Belsito Luca
  • Camillò Michele
  • Cannatà Gaetano Antonio
  • Cavallaro Gianluigi
  • Chiarella Carmelo
  • D’Andrea Carmelo Salvatore
  • D’Andrea Giovanni Claudio
  • De Certo Giuseppe
  • Di Miceli Filippo
  • Dominello Michele
  • Franzè Nazzareno
  • Galati Michele
  • Gallone Cristiano
  • Lo Bianco Maria Carmelina
  • Lo Bianco Nicola
  • Lo Bianco Salvatore
  • Manco Michele
  • Morgese Rossana
  • Morgese Salvatore
  • Panetta Costantino Emanuele
  • Pardea Francesco Antonio
  • Polimeno Lorenzo
  • Skurtaj Lulezim

I ricorsi da rigettare secondo l’accusa

Il Pg ha chiesto il rigetto dei ricorsi perché giudicati infondati per 14 imputati. Si tratta di: Prestia Domenico, Pugliese Carchedi Michele, D’Andrea Pasquale Antonio, De Stefano Orazio Maria Carmelo, Gallone Francesco, Gentile Sergio, Giofrè Gregorio, Iannello Francesco, Macrì Domenico, Mantella Vincenzo, Mazzotta Francesca, Mazzotta Mariangela, Orecchio Filippo, Pardea Domenico.

Attesa per il grande giudizio

La partita si gioca tutta sul filo delle motivazioni: omesse, illogiche, contraddittorie o semplicemente assenti. Ed è su questi dettagli – su una frase mancata, su una prova ignorata, su un diritto procedurale calpestato – che la Cassazione è chiamata a decidere. Se accoglierà le istanze del Pg, diverse posizioni potrebbero tornare in Appello per una nuova valutazione; in caso contrario, il sigillo dell’irrevocabilità renderà definitiva la sentenza del più grande processo mai celebrato contro la ‘ndrangheta vibonese.

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