La requisitoria del pm antimafia Antonio De Bernardo nel processo d’appello Rinascita Scott prosegue. Dopo aver ricostruito l’architettura della ’ndrangheta vibonese con particolare riferimento alla figura di Luigi Mancuso, nell’aula bunker di Lamezia la discussione del sostituto procuratore è proseguita con un focus sull’articolazione di ‘ndrangheta dei Bonavota di Sant’Onofrio raccontata con una lente doppia, storica e giuridica. L’incipit è un metodo: “Non c’è una frattura artificiale tra il prima e il dopo. C’è un racconto fluido, ed è doveroso concentrare la prova sul periodo successivo al 2009 rispettando il giudicato, ma senza amputare la comprensione del fenomeno”. Il baricentro stavolta è Sant’Onofrio, provincia di Vibo. E’ qui che la cosca Bonavota nasce, cresce e impera secondo le ricostruzioni accusatorie. Si muove nel tempo tra locale riconosciuta e buon ordine, dentro una tassonomia fatta di doti, copiate, riconoscimenti e linee di dipendenza dal Crimine di Polsi.
Iannello e la “locale” di Sant’Onofrio nella sfera dei Mancuso
Per De Bernardo, il primo tassello è il collaboratore di giustizia Michele Iannello, le cui dichiarazioni tracciano il primo punto fermo della sua requisitoria: “A Sant’Onofrio all’epoca era presente una locale di ’ndrangheta riconosciuta, capeggiata da Vincenzo Bonavota e di cui faceva parte Domenico Cugliari“. Secondo l’accusa, non è un’etichetta: locale “riconosciuta” significa legittimazione nella geografia del Crimine e vincoli con la provincia reggina. Iannello colloca la subordinazione ai Mancuso: “I Bonavota dovevano dare conto ai Mancuso“.
La dinamica, argomenta il pm nelle vesti di sostituto procuratore generale, è cangiante: le faide degli anni Novanta possono aver portato al passaggio da locale a buon ordine senza sigillo formale; ma la filiera di legittimazione resta, e con essa i rapporti di forza. Per spiegare gli “scatti” istituzionali interni, l’accusa richiama il precedente di Locri: “Nella storia della ’ndrangheta articolazioni importanti hanno visto la chiusura del locale dopo lunghe faide; solo la pacificazione ha portato alla riapertura con nuovo riconoscimento“. È la governance del sistema: la forma può sospendersi, il capitale relazionale resta e torna operativo quando si ricompongono le faglie.
Da D’Urzo a Fortuna, le parole dei pentiti santonofresi
Nel mosaico, l’accusa si inserisce il primo collaboratore di giustizia di Sant’Onofrio Gerardo D’Urzo: “Pasquale Bonavota aveva ricevuto la dote dello sgarro e aveva in copiata Umberto Bellocco“. La copiata diventa il ponte tra Vibo e Reggio: per De Bernardo è il segno di una linea di riconoscimento che inserisce Sant’Onofrio nella catena Bellocco già emersa in altri contesti vibonese. Il dato — sempre secondo l’accusa — trova eco nel dichiarato di Francesco Fortuna, l’ultimo pentito, organico ai Bonavota, vicinissimo a Domenico, il presunto capo dell’ala militare del clan: “Pasquale non volle andare oltre lo sgarro. Per lui bastava per governare“.
Nell’udienza del 4 luglio 2025, Fortuna enumera doti e livelli: “Domenico Cugliari era affiliato. Pasquale Bonavota era affiliato. Tutti noi avevamo delle doti“. Secondo l’accusa, Domenico Bonavota avrebbe la dote del padrino (rilievo provinciale), mentre Domenico Cugliari (lo zio dei fratelli Bonavota, ritenuto il reggente del clan) la dote della Crociata, tra le più alte. Per De Bernardo, le doti provinciali non sono folklore: titoli di comando validati fuori dal microterritorio, spendibili davanti a consorterie contigue. Legittimazione extralocale che consolida il potere interno.
Il “buon ordine” di Sant’Onofrio
“A Sant’Onofrio — riferisce Fortuna — c’era un buon ordine“. Per l’accusa, il buon ordine è una locale cui manca solo il sigillo formale del Crimine di Polsi: un istituto della ’ndrangheta unitaria che presuppone conoscenza e legittimazione dall’alto. La funzione resta identica: referenza, giurisdizione criminale, porta d’accesso verso il vertice.
Secondo De Bernardo, la mancata richiesta di riconoscimento a Polsi è una scelta di convenienza. “Domenico Cugliari — spiega il pm — valutò più opportuno non avere vincoli con Polsi. I rapporti con famiglie come i Pelle e i Morabito garantivano vantaggi analoghi, senza obblighi“. La rete personale di Cugliari e dei Bonavota con i Pelle Gambazza e i Morabito avrebbe assicurato accessi e canali di alto livello. “Avevamo gli stessi vantaggi, se non di più“, sintetizza Fortuna, secondo l’accusa.
Luigi Mancuso e la ‘mbasciata a Domenico Bonavota
Nelle parole di Fortuna, Luigi Mancuso è “il vertice” nel Vibonese: “Quando Luigi mandava a dire una cosa, era difficile rifiutare“. Per l’accusa, tra 2013–2014 un’ambasciata di Luigi a Domenico Bonavota serve a sgombrare le ombre su un presunto progetto di Pantaleone Mancuso: “Non è questa la volontà della mia cosca”. De Bernardo lo legge come tassello della “politica della riappacificazione” già affiorata in intercettazioni: “Scelta politica per insaldare il rapporto. Di lì in poi i Bonavota sono pienamente integrati“.
Il nodo del giudicato: faida dell’Epifania e “Uova del Drago”
De Bernardo ribadisce: giudicato intangibile. La sentenza assolutoria in Uova del Drago copre fino a maggio 2009; qui si contesta il segmento successivo. Il pregresso — secondo l’accusa — serve solo a spiegare perché, nel 2010 e oltre, taluni soggetti siedano al vertice. Il diritto vivente, richiama il pg, distingue l’identità del fatto: il segmento successivo di partecipazione associativa è fatto diverso sul piano storico-naturalistico. E i fatti storici già giudicati possono essere considerati per provare altro.
Secondo l’accusa, c’è continuità: Domenico Cugliari prende il posto di Vincenzo Bonavota e sotto si stratificano i figli: Pasquale, Domenico, poi Salvatore. Niente scissioni tra “vecchia guardia” e nuovo corso: una linea retta che attraversa guerra, pacificazioni e programmi omicidiari, fino alla struttura post-2009.
Mantella, l’architrave che collega prima e dopo
Andrea Mantella è l’architrave che collega prima e dopo: autoaccuse, indicazioni su omicidi, ruoli e gerarchie; per l’accusa, supera le soglie di attendibilità richieste dalla giurisprudenza (posizione interna, conoscenze dirette, riscontri): “Il suo contributo – dice l’accusa – è fondamentale, soprattutto per gli omicidi. Si autoaccusa, indica responsabilità, completa ciò che altri hanno abbozzato“. “Il suo contributo – dice l’accusa – è fondamentale, soprattutto per gli omicidi. Si autoaccusa, indica responsabilità, completa ciò che altri hanno abbozzato“. I pentiti Francesco Michienzi e Francesco Costantino illuminano, invece, soprattutto il pre-2009 (alleanze, riunioni per omicidi, contrasti con i Cracolici, proiezione torinese). Sono tasselli utili a contestualizzare, non a fondare la condanna sul segmento successivo.
Fortuna, l’ultimo pentito
Francesco Fortuna offre la radiografia interna: a Sant’Onofrio c’era un buon ordine, il Crimine sapeva della struttura e del referente. Nelle copiate delle aree periferiche, spiega, si inseriva almeno un soggetto riconosciuto da Polsi per garantire la riconoscibilità della dote. Per l’accusa, la prassi — riscontrata in più località del distretto — preserva la sovranità del Crimine senza irrigidire gli assetti periferici. La cornice metodologica enunciata da De Bernardo è chiara: la sopravvenienza di un collaboratore non ne invalida automaticamente l’attendibilità. Vale ciò che la giurisprudenza indica da anni: contano la natura diretta delle conoscenze, la posizione criminale del dichiarante, la coerenza intrinseca e i riscontri esterni. In questa chiave, “nel caso di Mantella il problema proprio non si pone”, osserva l’accusa, perché il suo ruolo di nodo centrale delle alleanze nel Vibonese lo colloca in una posizione privilegiata per conoscere persone, doti, gerarchie e decisioni. Il ragionamento si estende a Barbieri Onofrio e Fortuna Francesco Salvatore: “abbiamo due collaboratori che vengono dal nucleo centrale di quella cosca” che non riducono il bagaglio conoscitivo ma lo modulano. Il primo, essenziale e frammentario, porta dettagli operativi e tempi; il secondo, analitico e lineare, porta architettura e ratio delle scelte. Dove Mantella offre la trama, Barbieri e Fortuna cuciano la texture, anche quando emergono divergenze puntuali: per l’accusa sono fisiologiche in racconti plurimi e, se correttamente riscontrate, segnalano origine autonoma delle fonti, non circolarità.
Operatività post-2009 e inchieste parallele
Sul piano fattuale, l’accusa parla di cosca “operativa” anche dopo il 2009. Non solo memoria giudiziaria: nel procedimento Conquista, Domenico Bonavota è condannato per una estorsione ai danni di Callipo (2016). Sulle opere a Pizzo emergono traiettorie poi confluite nei procedimenti in altre inchieste che rappresentano la prosecuzione di Rinascita Scott: Dedalo e Imponimento. L’accusa è certa: sono spie di attualità organizzativa, capacità di ibridare affari leciti e pressione mafiosa. Le pronunce non sono tutte definitive, ma per l’accusa fotografano una cosca viva, aggiornata nei metodi, capace di connettere affari leciti e pressione mafiosa. Quella ricostruita fin qui è la tesi dell’accusa, messa al vaglio della Corte d’Appello. Adesso si apre lo spazio delle arringhe difensive, che proveranno a smontare — pezzo dopo pezzo — l’impianto eretto dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.





