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27 Aprile 2026
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Stragi del 1992, il dossier mafia e appalti e il caso Pignatone: le ombre che trent’anni dopo pesano ancora sulla verità

Dalla pista “mafia e appalti” alle ombre sui rapporti tra Cosa nostra, politica e istituzioni: dopo trent’anni le stragi del 1992 restano una ferita aperta. E l’audizione del procuratore De Luca riporta al centro il ruolo di chi avrebbe dovuto cercare tutta la verità

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C’è una sola certezza: “Falcone, Borsellino e gli uomini delle scorte sono morti”. Dopo oltre 30 anni dalle stragi di Capaci è di Via D’Amelio, tra depistaggi, “agenda rossa”, mandanti occulti, connessioni politiche e mafiose, l’Italia, anzi gli italiani, non conoscono ancora la verità.

Che la pista “mafia e appalti” fosse una delle concause delle stragi non c’era alcun dubbio, almeno per quelle persone che non seguono ipotesi investigative terrapiattiste. Per la prima volta in Sicilia era stato individuato, attraverso l’indagine “mafia e appalti” il cosiddetto “bandolo della matassa” che avrebbe potuto consentire di sgretolare un sistema di interconnessione tra apparati delle istituzioni, della politica e, quindi, della mafia: ovvero la gestione dei lavori pubblici in Sicilia e, forse, anche in Italia, in cui la mafia siciliana, opportunamente coperta, faceva da padrona, attraverso alleanze con il mondo “pulito” delle grandi imprese. Un quadro straziante ma purtroppo vero, così come le cronache giudiziarie successivamente hanno dimostrato.

Falcone e Borsellino ne erano perfettamente a conoscenza. Sebbene fossero molto prudenti, forse avevano sottovalutato le connessioni tra l’ambiente istituzionale in cui si muovevano e la masso-mafia, alleata con quella parte della politica rappresentata dalla democristiana cristiana della Sicilia che, da sempre, per diversi motivi, aveva stretto alleanza con “cosa nostra”.

I fatti si collocano in un periodo in cui si era da poco concluso il maxiprocesso, la mafia aveva capito che il dottore Falcone non era il solito magistrato che si piegava ai politici o alle connivenze occulte che tramite quei movimenti trasversali, ovvero quei rapporti celati da connivenze sviluppate attraverso il sistema dei cosiddetti “amici degli amici”, attraverso il quale i mafiosi si erano riusciti ad assicurare sino a quel momento l’immunità che, ineluttabilmente li rafforzava.

Cosa Nostra iniziava a sgretolarsi e si registravano le prime collaborazioni. Anche i mafiosi che cominciavano a collaborare con la giustizia cercavano Falcone e Borsellino per confessare i loro crimini. La mafia si fidava di loro, più di una parte del mondo istituzionale. Del resto in Sicilia quelle connessioni tra mondo istituzionale ed apparati di potere, gravitanti in ambienti non sempre limpidi e cristallini, ci sono sempre stati, basta guardare il recente caso Montante, laddove corpi di poteri occulti, si sono sovrapposti al mondo delle istituzione, attraverso un rapporto simbiotico finalizzato ad assicurarsi poltrone o altre forme di potere e, quindi, anche l’immunità. Anche quell’indagine dovrebbe essere oggetto di approfondimento, quantomeno conoscitivo, all’interno della commissione antimafia.

La mafia si evolve, magari evita di sparare, ma per potere sopravvivere ha bisogno sempre di quell’area grigia, costituita da uomini di potere che ne assicurano il mantenimento in vita, i cosiddetti “pupari”, per usare un termine siciliano, utilizzato anche dal Procuratore Pignatone quando era a Reggio Calabria. Partendo da questi piccoli presupposti, fondamentali per coloro che non conoscono le dinamiche criminali, si intersecano gli accertamenti investigativi sviluppati dalla Procura della Repubblica di Caltanisetta, chiamata ad indagare sui reati che vedono coinvolti i Magistrati di Palermo.

Gli sviluppi investigativi delle stragi

Ebbene l’audizione del Procuratore Salvatore De Luca rilasciate in Commissione Antimafia in merito all’indagine “mafia e appalti” sono state, come si suol dire, “un fulmine a ciel sereno”. Nessuno avrebbe mai immaginato che un’indagine così importante, condotta dal Ros dei Carabinieri, avesse subìto una sorta di boicottaggio da parte di uomini delle istituzioni. Pur non volendo entrare nel merito delle attività fatte, anzi non fatte, dalla Procura di Palermo, ovvero non avere tenuto conto di alcuni dati di fatto evidenziati nell’informativa, propedeutici ai successivi e necessari approfondimenti, ha fatto scaturire inevitabilmente qualche dubbio.

Se a tutto ciò si abbina il fatto che venne archiviata, tra le altre, la posizione di un indagato che aveva venduto una serie di immobili alla famiglia del dottore Pignatone ad un prezzo ribassato, mentre la restante somma, corrispondente al reale valore degli immobili, secondo le affermazioni dello stesso dottore Pignatone fu pagata in “nero”, allora il quadro è particolarmente allarmante. Premesso che vale per tutti la presunzione di innocenza, nella richiesta di archiviazione della Procura di Caltanissetta si legge testualmente: “In altre parole, anche in base ai dati risultanti da una consulenza tecnica di parte del suo dante causa dell’epoca, Giuseppe PIGNATONE avrebbe pagato, per l’appartamento acquistato in via Turr, un prezzo sensibilmente inferiore (di circa un terzo) a quello di mercato”.

Sempre nella stessa richiesta di archiviazione è stato evidenziato: “anche supponendo di poter accogliere l’argomentazione, più favorevole al dottore PIGNATONE, secondo la quale il prezzo dichiarato nell’atto di compravendita dell’immobile era, in realtà, inferiore rispetto a quello effettivamente corrisposto, con la stessa il dottore PIGNATONE ammette, palesemente, di essersi prestato a consentire un’evasione fiscale ad una società la cui compagine e i cui rappresentanti erano da anni considerati “in odore di mafia”; evasione fiscale concordata con BUSCEMI Salvatore, capo mandamento di Passo di Rigano. La circostanza assume sicuramente estremo rilievo in relazione all’immagine del dottore PIGNATONE “agli occhi di cosa nostra”, con tutto ciò che ne poteva conseguire circa le “chiacchiere” che circolavano sul suo conto in ambito mafioso;”.

Aggiungere altro sarebbe offensivo per i lettori che potranno fare autonomamente le loro considerazioni. Alla luce di quanto riportato nella richiesta della procura di Caltanissetta, mi sovviene un’affermazione che tempo fa avevo letto in documento, di cui non ricordo l’autore, ma che racchiude l’immagine del magistrato ideale, in perfetta dicotomia con quanto emerso: “La bellezza del giudice risiede nella coscienza, nell’integrità morale, nella capacità di sacrificio… e nell’indisponibilità ad iniziative o desideri di incarichi che possano creare interferenze e contaminazioni”

Ma chi è effettivamente Pignatone?

All’epoca dei fatti il dottore Pignatone era Sostituto Procuratore a Palermo, particolarmente legato al Procuratore di Palermo, Pietro Giammanco. Figlio di Francesco, già Onorevole della Repubblica appartenente al partito della Democrazia Cristiana, il dottore Pignatone ha sviluppato la maggior parte della carriera in Sicilia, per poi approdare come Procuratore a Reggio e successivamente a Roma. A Roma è stato anche presidente del Tribunale del Vaticano dopo aver lasciato la nostra magistratura. E’ stato, insieme ad altri colleghi, il PM che si è interessato del noto rapporto “mafia e appalti” redatto dal Ros. Sul punto il Procuratore di Caltanissetta ha affermato, in commissione antimafia, che l’indagine fu caratterizzata da “errori” ed aggiunge: “ tutti gli errori vanno nella medesima direzione che a conti fatti è l’impunità totale di Buscemi Antonino e del gruppo Ferruzzi”.

Dai Buscemi il dottore Pignatone aveva acquistato 4 immobili, mentre altri 20 vennero acquistati da altri familiari del Magistrato. Pignatone, nel periodo in cui ha svolto le funzioni di Procuratore a Reggio Calabria, da Aprile 2008 sino al momento in cui è decollato alla volta di Procuratore di Roma, è stato incensato, almeno da una parte della stampa, come colui che avrebbe rotto definitamente gli intrecci tra istituzione e ‘ndrangheta.

Le sue affermazioni nel corso di interviste o convegni, ancora rimbombano. Significativa, in tal senso è un intervento, tuttora in rete, allorquando affermava: “Il problema è la compresenza di mafia e corruzione, corruzione in senso lato, evasione fiscale…bancarotte fraudolenti… Bisogna buttare queste persone fuori dalle nostre categorie, bisogna rifiutarsi di stringere loro la mano, devono stare lontani da noi, dobbiamo costruire un mondo migliore”.

https://www.youtube.com/watch?v=Od0zYFp5XFI

Come dargli torto. Pignatone, giustamente, mette tra coloro che vanno buttate fuori dalle “nostre categorie”, non è chiaro quali, anche coloro che fanno “evasione fiscale”, come ad esempio l’acquisto di case con soldi in “nero”, specialmente da persone in odore di mafia. Se metà di quello detto dal Procuratore di Caltanisetta in Commissione Antimafia fosse vero, siamo di fronte a fatti sconvolgenti che la Nazione ha necessità di conoscere, sperando che Pignatone ed altri magistrati coinvolti si facciano giudicare in nome del popolo italiano, in un aula di Tribunale, non avvalendosi dell’istituto della “prescrizione”. Sarebbe un affronto storico alla verità che tutti gli italiani cercano da anni. (gerri lar.)

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