25 Giugno 2026
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Uccise il padre e ne occultò il cadavere nei boschi del Vibonese, pena dimezzata in appello per il pentito Walter Loielo

La Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro riforma la sentenza di primo grado: da 20 anni a 9 anni e 10 mesi. Accolti i motivi della difesa sull’errata determinazione della pena e sulle attenuanti generiche

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La Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro ha ridotto la pena nei confronti di Walter Loielo, 30 anni, di Gerocarne, imputato per l’omicidio del padre Antonino Loielo e per il reato di occultamento di cadavere in concorso con altre persone al momento rimaste ignote. I giudici di secondo grado hanno riformato la sentenza emessa il 4 marzo 2024 con rito abbreviato dal gip del Tribunale di Vibo Valentia, Barbara Borelli, rideterminando la pena in 9 anni e 10 mesi di reclusione. In primo grado Loielo era stato condannato a 20 anni di carcere. Accolti i motivi d’appello formulati dall’avvocato Caterina De Luca, difensore dell’imputato, in merito all’errata determinazione della pena in primo grado e al riconoscimento delle attenuanti generiche, ritenute prevalenti sulla contestata aggravante. La Corte ha inoltre revocato la libertà vigilata.

Il racconto nei verbali: “Così ho ucciso mio padre”

Walter Loielo collabora con la giustizia dal 28 settembre 2020. Nei verbali agli atti dell’inchiesta contro il clan Loielo, il collaboratore ha raccontato l’omicidio del padre, ne ha indicato i presunti motivi, le titubanze e la dinamica consumatasi in aperta campagna, tra i boschi di Gerocarne. Secondo quanto riferito dallo stesso Loielo agli investigatori, alla base del gesto ci sarebbe stato un odio maturato negli anni nei confronti di un padre descritto come un padre-padrone, un uomo violento, soprattutto nei confronti dei figli. Il collaboratore ha spiegato di aver maturato la decisione perché non avrebbe più tollerato quelle violenze, in particolare quelle subite dai fratelli.

L’odio maturato negli anni

Nei verbali Walter Loielo ricostruisce un sentimento di odio che, secondo il suo racconto, sarebbe nato quando era ancora un ragazzino di 14 anni. Riferisce della permanenza sua e dei fratelli in un istituto di suore, spiegando che il padre li avrebbe allontanati da casa e che, quando tornavano, sarebbe stato capace di mandarli nuovamente via se si fossero comportati male. “Ci dimostrava l’amore paterno ma tutto al contrario”, racconta il collaboratore.

Il rapporto sarebbe precipitato dopo il suo diciottesimo compleanno. Secondo il racconto di Walter Loielo, la sera il padre lo avrebbe preso a bastonate nel sonno, accusandolo di avergli rubato un fucile. Neppure un tentativo di riappacificazione, l’anno successivo, avrebbe cambiato quel sentimento, alimentato anche dai racconti della sorella. È in quel contesto, secondo quanto riferito agli investigatori, che Walter Loielo avrebbe iniziato a maturare l’intenzione di uccidere il padre.

Le armi e la trappola nei boschi

Secondo la ricostruzione contenuta nei verbali, il progetto omicidiario avrebbe preso forma quando Walter Loielo avrebbe chiamato il fratello Ivan, manifestandogli le proprie intenzioni nei confronti del padre e chiedendogli di aiutarlo. A quel punto avrebbe recuperato una pistola 9×21 con 15 colpi e una 9×19 con 30 colpi. Walter ha inoltre riferito di avere sempre a disposizione una calibro 7, che avrebbe utilizzato per difendersi in caso di agguato degli Emanuele. Con una scusa, Antonino Loielo sarebbe stato attirato dal figlio in aperta campagna per visionare della legna, in un luogo lontano dalle abitazioni, “così nessuno avrebbe udito il rumore degli spari”. Quella mattina, secondo il racconto del collaboratore, Walter e Ivan si sarebbero alzati verso le 10, avrebbero pranzato e poi avrebbero messo in azione il piano. Il padre, nel frattempo, aveva aperto il recinto facendo uscire le capre. “Siamo andati a prendere le pistole in una casetta poco distante. Ivan ha preso la 9×19, io le altre due e ci siamo incamminati verso di lui che in quel momento si trovava presso la casa di mia zia Rosina”, ha raccontato Walter Loielo. Con il pretesto di fargli vedere della legna da tagliare, i tre si sarebbero allontanati. Durante il tragitto, però, il collaboratore ha riferito di essere stato attraversato da un sentimento di esitazione: “Dentro di me mi dispiaceva ucciderlo perché anche se era malvagio era pure sempre mio padre”.

Gli spari contro Antonino Loielo

Secondo l’accusa, Walter Loielo avrebbe concorso nell’esplosione di più colpi d’arma da fuoco contro il padre Antonino, raggiunto da almeno otto colpi in varie parti del corpo. Il reato di omicidio era aggravato dalla premeditazione e dall’aver commesso il fatto contro un ascendente. Nei verbali, Walter Loielo descrive il momento dell’omicidio. Racconta di aver iniziato a insultare il padre, intimandogli di finirla “con quello schifo notte e giorno”. Antonino Loielo, secondo il racconto, avrebbe risposto che non erano affari suoi e gli avrebbe voltato le spalle. È a quel punto che Walter avrebbe estratto la pistola e aperto il fuoco. “Ho iniziato a sparare e anche Ivan. Mio padre ha cercato di fuggire ma i colpi lo hanno raggiunto alla schiena e al fianco sinistro, facendolo cadere sul terreno”, ha riferito il collaboratore agli investigatori. La scena descritta è cruenta. I due fratelli si sarebbero avvicinati al corpo e Walter avrebbe detto a Ivan di sparargli in testa, mentre lui lo avrebbe colpito ancora “tre-quattro volte” alla schiena. Tutto, secondo il racconto, si sarebbe compiuto in pochi istanti.

La messa in scena dell’allontanamento

Dopo l’omicidio, secondo quanto riferito da Walter Loielo, i due fratelli avrebbero preso il portafoglio, il cellulare e le sigarette del padre, ricoprendo poi il corpo con rami e foglie. Le pistole sarebbero state nascoste in un boschetto. A quel punto sarebbe iniziata la seconda parte del piano: inscenare un allontanamento volontario di Antonino Loielo. Il collaboratore spiega che bisognava evitare che i carabinieri pensassero a una lupara bianca. Le capre sarebbero state fatte rientrare nel recinto. I vestiti sarebbero stati nascosti e poi bruciati nel bosco, mentre il cellulare e le sigarette sarebbero stati bruciati in una stufetta.

Ai fratelli che chiedevano spiegazioni sul mancato ritorno a casa del padre, Walter e Ivan avrebbero risposto che probabilmente si era allontanato. Secondo il racconto, anche il fatto che mancassero alcuni vestiti avrebbe contribuito a rendere credibile quella versione. Antonino Loielo, infatti, “era solito sentirsi con delle donne e a casa lo sapevamo”. In paese, secondo quanto emerso, si sarebbe poi diffusa la voce che Antonino Loielo fosse andato al Nord.

Il cadavere sepolto nel bosco

La scomparsa di Antonino Loielo, avvenuta nell’aprile 2017, non venne mai denunciata da nessuno dei familiari. Il corpo sarebbe stato ritrovato dalla polizia solo nel 2020 nei boschi di Ciano, frazione di Gerocarne. Secondo l’accusa di occultamento di cadavere, Walter Loielo avrebbe concorso nello scavare una buca nel bosco per seppellire il corpo del padre, ricoprendo poi il terreno con la carcassa di un’auto.

Nei verbali, il collaboratore racconta che l’indomani, alle 5 del mattino, lui e Ivan sarebbero tornati sul luogo in cui era stato nascosto il cadavere. Il corpo sarebbe stato avvolto in un telo e poi trasportato nel bosco, dove sarebbe stata scavata la fossa. La sera i due sarebbero usciti nuovamente con la scusa di andare a caccia di cinghiali. Avrebbero caricato il cadavere a bordo di una Panda, lo avrebbero trasportato nel bosco e poi seppellito sotto terra. Sarà lo stesso Walter Loielo, nel 2020, a far ritrovare il corpo agli investigatori.

La competenza della Procura di Vibo

L’omicidio di Antonino Loielo non viene ritenuto un omicidio di mafia. Da qui la competenza della Procura di Vibo Valentia. La sentenza d’appello ha ora rideterminato la pena nei confronti di Walter Loielo in 9 anni e 10 mesi, a fronte dei 20 anni inflitti in primo grado, accogliendo i motivi della difesa sulla determinazione della pena e sul riconoscimento delle attenuanti generiche prevalenti sull’aggravante contestata.

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