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14 Maggio 2026
14 Maggio 2026
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“Colloquio con un robot? No grazie”: il rifiuto che accende il dibattito sul lavoro

L’azienda propone colloquio automatizzato, lui rifiuta. E invita i lavoratori a resistere all’IA nei processi di assunzione

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L’avanzata dell’intelligenza artificiale sta cambiando anche il modo in cui le aziende selezionano il personale. Non solo curriculum filtrati da algoritmi, ma colloqui condotti direttamente da chatbot invece che da esseri umani. Una pratica che si sta diffondendo e che ha già iniziato a generare reazioni contrarie.

Tra queste, quella del comico e scrittore inglese Richard Stott, che ha raccontato pubblicamente di aver rifiutato un colloquio di lavoro dopo aver scoperto che non avrebbe parlato con una persona, ma con un sistema basato sull’IA. La sua scelta ha alimentato un dibattito molto acceso sui social.

“Non è solo lavoro: è rispetto”

“Mi hanno proposto un lavoro che mi interessava e ne avevo bisogno. Ma quando ho saputo che il colloquio sarebbe stato con un chatbot, ho rifiutato”, ha spiegato Stott in un video pubblicato sul suo profilo Instagram.

L’offerta riguardava una posizione come copywriter freelance. Nonostante l’interesse professionale, Stott ha percepito la modalità come una mancanza di considerazione verso i candidati: “Mi è sembrato irrispettoso che non fossero disposti a dedicare del tempo a parlare con una persona. La personalità conta. Non si può ridurla a dati“, ha aggiunto. Nel video ha mostrato anche il messaggio inviato all’azienda: “Se il mio colloquio non vale il vostro tempo, allora il ruolo non vale il mio“.

Il problema non è la tecnologia, ma come viene usata

Secondo diversi studi, dall’Università della Pennsylvania a Goldman Sachs, l’IA avrà un impatto su una quota compresa tra il 60% e l’80% delle mansioni lavorative. Ciò significa nuovi strumenti, nuovi processi e un cambiamento delle competenze richieste.

Ma Stott contesta un altro aspetto: il rischio che l’adozione della tecnologia avvenga a discapito del rapporto umano, soprattutto in una fase delicata come la selezione: “Entrare in un team significa capirsi. E questo non lo misuri con un algoritmo“.

“Resistere al colloquio con il robot”

Stott invita a non accettare la transizione come inevitabile: “Dicono che dobbiamo abituarci. Ma perché non chiediamo se sia giusto? L’unica cosa che possiamo fare è dire no. Se le aziende vedono che perdono candidati qualificati, forse cambieranno”.

Una posizione che ha ottenuto molta solidarietà online, ma che apre interrogativi complessi: innovazione e rispetto possono coesistere? Quali limiti etici dovrebbero essere imposti ai processi di selezione? Per ora, il dibattito rimane aperto.

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