“Le decisioni degli organi giudiziari possono essere sempre criticate sul piano tecnico con argomenti giuridici. Per contro, non sono tollerabili illazioni sul piano personale nei confronti dei giudici, che si risolvono in una delegittimazione della funzione giurisdizionale”. Con queste parole Pasquale D’Ascola, Primo presidente della Suprema Corte di Cassazione, respinge le offensive mediatiche e politiche piovute sui magistrati negli ultimi giorni.
La blindatura dell’Ufficio Centrale
Il magistrato di origine calabrese, vertice della magistratura di legittimità, ha affidato a una nota ufficiale una difesa ferma dell’indipendenza giudiziaria, scossa dalle tensioni suscitate dal “referendum della discordia”. D’Ascola ha posto l’accento sulla natura stessa degli organismi finiti nel mirino, chiarendo che il sospetto di parzialità non ha basi logiche né legali.
Secondo il Presidente, l’attacco risulta “ancora più grave nei confronti del collegio dell’Ufficio centrale per il referendum, la cui composizione è predeterminata direttamente ed esclusivamente dalla legge”. Il richiamo è al principio del giudice naturale: poiché i membri dell’Ufficio non vengono scelti da discrezionalità politica o correntizia, ma sono individuati da norme rigide e preesistenti, ogni accusa di orientamento personale decade di fronte al rigore della procedura.
Il confine tra critica e fango
La nota di via Arenula traccia una linea rossa invalicabile. Se la critica alle sentenze è un pilastro della democrazia, l’insinuazione sul movente personale dei magistrati agisce come un acido corrosivo sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Per D’Ascola, la delegittimazione della funzione giurisdizionale non è solo un’offesa al singolo togato, ma un vulnus alla stabilità del sistema Paese.









