Il sesto giorno di guerra sta portando con sé una nuova, violenta ondata di raid israeliani sul territorio iraniano, segnando un punto di non ritorno nella stabilità del Medio Oriente. La crisi, ormai fuori controllo, si sta spostando rapidamente sul fronte marittimo e verso il Caucaso, coinvolgendo attori internazionali e nazioni confinanti in una spirale di ritorsioni che minaccia le rotte energetiche globali.
Petroliera in fiamme e blocco di Hormuz
La tensione ha raggiunto il culmine nel Golfo Persico. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno annunciato di aver colpito una petroliera americana, confermando che l’imbarcazione “è attualmente in fiamme”. In una dichiarazione di sfida aperta alla comunità internazionale, Teheran ha proclamato di avere il “controllo completo” dello Stretto di Hormuz, il passaggio vitale per il greggio mondiale.
In questo scenario di guerra aperta, arriva la svolta logistica dell’Occidente: lo Stato Maggiore francese ha reso noto che gli aerei americani sono stati autorizzati ad utilizzare le basi francesi dislocate in Medio Oriente per le operazioni in corso.
Droni iraniani sull’Azerbaigian: colpito l’aeroporto di Nakhchivan
Il conflitto ha varcato i confini iraniani anche verso nord. L’Iran ha lanciato un attacco con droni contro l’aeroporto internazionale di Nakhchivan, exclave dell’Azerbaigian al confine con Turchia e Armenia. L’agenzia governativa azera Apa riferisce di ingenti danni, colonne di fumo nero e almeno due civili feriti.
Il Ministero degli Esteri di Baku ha reagito duramente, convocando l’ambasciatore iraniano Mojtaba Demirchilou per consegnare una nota di protesta formale. “Questo attacco al territorio dell’Azerbaigian è contrario alle norme e ai principi del diritto internazionale e contribuisce ad aumentare le tensioni nella regione”, si legge nella nota ufficiale, in cui Baku aggiunge significativamente: “La parte azera si riserva il diritto di adottare le dovute misure di ritorsione”.
Diplomazia al bivio: gli appelli di UE e Russia
Mentre il fragore delle armi aumenta, la diplomazia internazionale tenta disperatamente di ritagliarsi uno spazio. L’Alto Rappresentante UE, Kaja Kallas, prima di una videoconferenza con i partner del Golfo, ha lanciato un monito severo: “Ci deve essere spazio per la diplomazia per uscire dal ciclo di escalation, le guerre finiscono con la diplomazia: la nostra visione comune è che vogliamo stabilità nella regione, che il conflitto non continui e che ci sia il rispetto del diritto internazionale. L’Iran sta esportando la guerra, sta cercando di estenderla al maggior numero possibile di paesi per seminare il caos”.
Dall’altro lato, la Russia di Vladimir Putin cerca di compattare un fronte regionale. Il Ministro degli Esteri Serghei Lavrov ha chiesto la creazione di “un fronte unito per porre fine alla guerra” nel Golfo Persico, assicurando l’impegno di Mosca in sede ONU per rendere “completamente impossibile” la prosecuzione dell’operazione contro l’Iran.
Il ruolo di Mosca e l’assistenza militare
Nonostante la vicinanza diplomatica, il Cremlino mantiene per ora un profilo cauto sul piano operativo. Il portavoce Dmitry Peskov ha infatti chiarito che, al momento, “dall’Iran non è giunta nessuna richiesta di assistenza militare”per fronteggiare l’offensiva congiunta di Israele e Stati Uniti. La Russia si dice tuttavia pronta a fare “tutto il possibile”all’interno del Consiglio di Sicurezza per frenare l’escalation.








